Il rapporto tra uomo e animale è sempre stato improntato all’unità o alla separazione. Nel tempo del mito uomini e animali potevano comunicare; poi l’uomo si è posto su un piano superiore, eppure ha continuato a sentire l’animale come un altro sé: «L’animale è infatti l’immagine nello specchio che ci fa vedere chi siamo, ma non è noi, è un altro»1.
Per noi europei la condizione generica è sempre stata l’animalità: tutti sono animali, solo che alcuni (esseri, speci) sono più animali di altri. Noi umani siamo ovviamente i meno animali di tutti. Dal nostro punto di vista. Nelle mitologie indigene, al contrario, sono tutti umani, solo che alcuni di questi umani lo sono meno di altri. Tutti gli animali hanno un’anima antropomorfa: il loro corpo, in realtà, è una specie di abbigliamento che nasconde una forma fondamentalmente umana (con un’anima)2.
Questa separazione è stata spesso superata attraverso la metamorfosi, che da una parte rappresenta la più grande disobbedienza a un ordine imposto dall’uomo stesso, dall’altra si configura come la possibilità di tornare a un rapporto più vero con l’altro, e attraverso l’altro con sé stesso3.
Il rapporto complesso tra uomo e animale, tra uomo e natura è alla base del libro di Vincenzo Pardini I figli di Wanda e altri racconti (Oligo, 2026, pp. 164, €16), nel quale l’autore mette in evidenza le dinamiche di sopravvivenza, istinto e convivenza difficile tra civiltà e mondo selvaggio.
Gli uomini hanno sempre parlato, narrato e poi scritto della terra, delle sue manifestazioni più diverse e contrastanti, ora celebrandone fecondità, prodigalità, meraviglie: ora smarrimenti e paure dinanzi alla sua avarizia, alla fatica di trarne di che vivere, alla sua potenza devastatrice4.
Pardini conferisce ai suoi racconti un tono tra il bucolico e il critico che ricorda la narrazione di Boccaccio oppure, andando ancora più indietro, Plutarco.
L’ambiente raccontato da Boccaccio è un luogo in cui la natura è al servizio della civiltà, in cui il potenziale selvaggio e primordiale dell’elemento – equoreo nel caso della Fortuna nel Decameron – è totalmente esorcizzato e addomesticato, uno spazio che consente e favorisce la presenza e le attività degli uomini. Il paesaggio naturale non ha valore di per sé, ma nella misura in cui può essere ‘agito’ dall’uomo5.
Nella letteratura europea, da Tucidide a Camus, passando per Manzoni, la narrazione di catastrofi naturali come le pandemie, in particolare la pestilenza ha assunto fin dall’antichità un grande rilievo, in quanto racconto di una crisi non soltanto sanitaria, ma anche morale e sociale. Per Boccaccio, il racconto è il rimedio efficace in un periodo di profonda crisi della società6.
L’autore sembra voler rincorrere un desiderio analogo: raccontare dei boschi dimenticati, degli animali selvaggi mal tollerati, di tutto quell’universo che cerca di vivere e sopravvivere intorno agli agglomerati urbani in modo da riuscire in qualche modo a salvarlo e preservalo dall’attacco dell’uomo. In realtà però, leggendo il testo, ci si chiede se sia questo il reale obiettivo oppure se il fine ultimo non sia salvare l’uomo dalla sua stessa crudeltà?
La considerazione che l’autore sembra avere degli animali, invece, rimanda direttamente agli animali razionali e intelligenti di Plutarco.
L’interesse di Plutarco per il mondo animale nasce dalla bontà e dalla gentilezza del suo animo e muove da un sentimento spontaneo e istintivo di simpatia, benevolenza e amore nei riguardi degli animali. Ne consegue che l’attenzione che a essi il filosofo rivolge non è quella dello scienziato in senso stretto né del naturalista, piuttosto quella dell’etologo che osserva e studia comparativamente il comportamento animale rispetto a quello dell’uomo7.
Ne I figli di Wanda e altri racconti si ravvisa lo stesso sguardo positivo rivolto al comportamento animale nonché un occhio più critico verso il comportamento umano. Per certo si percepisce un invito alla riflessione sull’eccessiva antropizzazione dello spazio e del territorio cui segue, spesso, un atteggiamento ostile nei confronti del selvaggio. L’autore sembra voler trasmettere ai lettori una domanda che, nel suo caso, appare retorica mentre per molti risulta ancora inutile, purtroppo: siamo veramente certi che la civiltà prosperi laddove vi sia un netto distacco da natura, ambiente e territorio?
Irma Loredana Galgano
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1G. Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, Torino, 2002.
2E. Viveiros De Castro, Lo sguardo del giaguaro. Introduzione al prospettivismo amerindio, Meltemi, Milano, 2023.
3G. Grosso, L’ibrido e l’animale nella letteratura del secondo Novecento. Un percorso didattico, in Natura Società Letteratura, Atti del XXII Congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti, Bologna, 13-15 settembre 2018.
4D. Demetrio, Raccontare la terra. Per un’ecologia narrativa, in Autobiografie, n. 2, 2021, Mimesis Edizioni.
5I. Tufano, Boccaccio e l’invenzione del paesaggio, in La Letteratura italiana e le arti, Atti del XX Congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti, Napoli, 7-10 settembre 2016.
6H. Honnacker, I loci amoeni nel Decameron di Giovanni Boccaccio come antidoto alla pandemia, in Griselda – il portale di letteratura, Unibo – Università di Bologna, 18 ottobre 2021.
7F. Becchi, Irrazionalità e razionalità degli animali negli scritti di Plutarco (ovvero il paradosso della superiorità razionale ed etica degli animali), in Prometheus, volume 3, 2000.