Ecco uno di quei testi che sembrano nascere da una ferita. Qualcosa di suppurante, che pulsa e chiede attenzione, fin dalle prime righe, quando Teresa si getta sotto un SUV e il lettore viene scaraventato insieme a lei sull’asfalto.
Bastano poche frasi per farci entrare in un territorio emotivo che non concede protezioni, un road movie su carta, cellulosa che brucia quanto catrame fresco. La voce narrante non chiede empatia, eppure, in maniera del tutto naturale, la trova perché Teresa è capace di far sorridere e preoccupare nel giro di un paragrafo. È un cadavere che si lamenta dei pezzi che sta perdendo, che si rattoppa alla meglio nello specchietto retrovisore con un rossetto mat scuro, eppure, in questo disfacimento, appare più umana della maggior parte dei viventi.
L’incidente iniziale è soltanto una soglia. Da lì si apre un viaggio che procede contemporaneamente in due direzioni: avanti, in direzione del mare e indietro, attraverso i ricordi. Teresa, sospesa tra la vita e la morte, attraversa il Sud d’Italia a bordo della Thunderbird rosa di Fred Buscaglione, l’eccentrico portantino che sostiene di essere la star. Figura surreale, ideale compagno di un buddy movie (ritorna il mood da pellicola hollywoodiana), Fred è il lato ironico e malinconico della coppia. Un Virgilio che assume progressivamente il ruolo di traghettatore, compagno di strada, confidente e controcanto di battute al vetriolo. E mentre la macchina corre verso la Puglia, il romanzo si addentra nei territori più oscuri della memoria: l’infanzia segnata dalla violenza domestica, il rapporto con la sorella Anna, l’assenza del padre, la durezza della madre, il carcere, la perdita.
«I figli do’ peccato scontano le colpe che non tengono.»
La struttura alterna il presente allucinato del viaggio e il passato in forma italica. Inizialmente alternati, per poi concentrarsi maggiormente sul prima, nella parte centrale dell’opera. Una scelta rischiosa, perché la frammentazione può trasformarsi in dispersione, qui, invece, funziona. Ogni capitolo retrospettivo aggiunge un tassello e modifica il significato di ciò che abbiamo appena letto. Non ci aspettiamo il colpo di scena o la rivelazione perché la narrazione traina da sé. Il risultato è una progressiva ricomposizione del personaggio di Teresa: non un enigma da risolvere, ma una persona da ricomporre nello spirito mentre il suo corpo va letteralmente a pezzi.
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio la costruzione della protagonista. Teresa possiede una voce estremamente personale e carismatica. È sarcastica, sboccata, feroce, capace di passare in poche righe dall’umorismo più nero a una tenerezza improvvisa. Non c’è nulla di edificante in lei, e proprio per questo appare vera. Quando immagina la vita del paramedico che la soccorre o quando insulta Fred per l’ennesima canzone, il lettore ride. Ma è una risata che arriva sempre da un fondo di disperazione. Un po’ come guardare una casa che va in fiamme, sorridendo per il cancello rimasto in piedi.
L’intuizione di affiancarle Fred Buscaglione è indubbiamente la trovata narrativa più originale del libro. Sarebbe stato facile trasformarlo in una semplice comparsa folkloristica o in un simbolo esplicito ma Corradini evita entrambe le trappole. Il Fred che emerge da queste pagine è buffo e malinconico, galante e fuori dal tempo, quasi una presenza da commedia all’italiana precipitata dentro una tragedia contemporanea. Le sue canzoni, che all’inizio sembrano un tormentone (fintanto da guadagnarsi una tracklist dedicata in epilogo), finiscono per assumere un valore più profondo: rappresentano una forma di resistenza alla morte, il tentativo di conservare leggerezza quando tutto attorno si sgretola. Teresa e Fred, come Thelma & Louise ma senza un canyon in cui lanciarsi perché il volo più grande, loro due, l’hanno già spiccato.
«Che belle le anime libere, zoppicanti, con le lacrime pronte a scivolare fuori dagli occhi. Con una zampa cionca e il pelo arruffato o una stampella a sostenere il passo incerto. La bustina con le briciole per i piccioni e la pasta fredda per i randagi.»
Il tema centrale del romanzo, tuttavia, non è la morte. È il trauma. O meglio: ciò che il trauma può generare. In questo, le pagine dedicate all’infanzia di Teresa e Anna sono le più dolorose. La madre emerge come una figura devastata prima ancora che devastante e, quando viene rivelata l’origine del suo odio, il romanzo compie una scelta importante: non assolve nessuno, non fornisce moralismi di conforto, nessun ripiego soltanto la pura e semplice realtà dei fatti.
Stilisticamente, la prosa è prima di tutto funzionale. Corradini predilige frasi brevi, dialoghi serrati e una forte oralità. La scrittura è immediata, le parole graffiano a ritmo di musica. Le immagini arrivano rapide e concrete: sangue, fumo, sudore, sale, ruggine, whisky, tabacco, terra rossa. Il corpo onnipresente, anche quando il romanzo assume toni visionari, non si perde mai il contatto con la materia.
Un esordio non perfetto, mi si conceda, (alcuni personaggi secondari, soprattutto nel filone carcerario, avrebbero meritato più spazio) ma vivo, irregolare, attraversato da una necessità autentica di raccontare. Teresa non sparare è una storia che merita di essere cantata, anzi, gridata e ballata in preda alla Taranta, con quella grinta alimentata a forza dalla rabbia di chi nella vita ha preso più botte che carezze.
«Volevo raccogliere tutte le anime. Volevo salvarle, tutte, ma ho dimenticato la mia. Quando morirò sarò ancora una bambina che non ha conosciuto il futuro.»
A libro chiuso resta la voglia di abbracciarla, questa Teresa e, soprattutto, un’immagine. Non l’incidente iniziale, non il carcere, non la violenza. Resta Teresa, e noi tutti, con lei, al cospetto dell’oceano. Perché il mare salentino, in questo romanzo, non è soltanto un luogo. È l’unico spazio abbastanza grande da contenere il dolore, senza esserne sommerso.
Stefano Bonazzi
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Teresa non sparare
Paola Corradini
Arkadia
14,00 euro — 98 pagine