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Nathaly Hernandez Chavez. Strada desolazione

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Ideata e gestita dal giornalista e scrittore Davide Barilli per la casa editrice Oligo Editore, la collana Azúcar è nata per pubblicare in Italia autori cubani di generazioni diverse e per lo più sconosciuti nel nostro Paese, con l’obiettivo di poter dare voce al frastagliato mosaico della quotidianità vissuta a Cuba. Strada Desolazione della giovane scrittrice Náthaly Hernández Chávez è l’ultima opera pubblicata in ordine di tempo per Azúcar.

Il libro è composto da cinque racconti – Strada per Desolación, L’impiccato della Ceiba, La figura sul ponte, Scadenza, Con il mare sulla nuca – e, seppur i protagonisti siano sia femminili che maschili, le loro voci si fondono all’unisono per dialogare con il lettore utilizzando un’unica sonorità, un unico ritmo. Ascoltiamo infatti un’eco doloroso in cui il tema della morte è certamente predominante e se ne racconta attraverso varie prospettive, spaziando dall’assassinio, ossia il desiderio di voler annullare l’altro con la violenza (e l’altro può essere anche un animale) al suicidio personale, ossia il desiderio di cancellare con fermezza se stessi. È quindi un sottofondo costantemente presente nella vita di ciascuno, come accadimento reale o come pensiero da poter realizzare e intuiamo pertanto quanto i concetti trattati siano duri, densi e dal sapore acre.

Dalle pagine emergono altresì difficoltà familiari, economiche indubbiamente ma anche e soprattutto relative a legami che si sfaldano e scivolano in una inconsistenza talmente pronunciata che neppure un rapporto di coppia considerato d’amore riesce a divenire salvifico. Dei legami parentali, poi, meglio non discuterne visto il baratro che sono capaci di creare e nei quali si rischia di venire annientati. E poi si aggiungono i sogni infranti per mancanza di coraggio e di determinazione mentre si è per esempio distratti dallo scorrere delle ore che diviene un angoscioso e nevrotico calcolo. E ancora, incubi a occhi aperti che terrorizzano laddove la mancanza di amorevolezza da parte di un padre li acuisce e li ingigantisce.

«I genitori lo portavano in un consultorio di psichiatria infantile. Dairon si svegliava di tanto in tanto con incubi e loro pensavano che fosse dovuto al recente suicidio di suo nonno materno, un guajiro disobbediente, forte come una quercia, che si era impiccato nella sua stanza quando era venuto a sapere che aveva un cancro al colon e che non sarebbe durato più di qualche mese. Naturale che ne fosse rimasto traumatizzato, dal momento che il bambino era molto legato al nonno. Così le donne di casa si decisero, e la madre di Dairon si incaricò del compito titanico di convincere suo marito che lo psicologo non era solo per i pazzi. »

Con uno stile narrativo che non dà spazio a fraintendimenti, e avvalendosi di un realismo che potrebbe disorientare chi legge perché arriva spesso a sfiorare il dramma e il surrealismo, senza mai però apertamente cedervi, l’autrice con convinzione, spontaneità e abilità crea attraverso la pagina un urlo umano amaro e dilagante che non concede ai vividi colori del sole tropicale o al profumo di salsedine delle coste cubane di infiltrarsi per mitigare, placare.

Nonostante le trame siano del tutto differenti tra loro e i protagonisti compiano varie azioni, ciò che sembra accomunare i racconti è all’opposto l’inerzia, la totale mancanza di responsabilità personale in ciò che essi compiono: agganciati saldamente l’uno all’altro, appesi a un lungo filo immaginario, le loro narrazioni restano sospese e in bilico sull’abisso mentre una sorta di impalpabile velo cala sull’animo di ciascun personaggio annebbiandogli la vista, togliendogli lucidità di pensiero, la giusta prospettiva della propria esistenza e quindi del proprio agito.

Emerge così un destino o meglio una destinazione che, dapprima nascosta, improvvisamente si palesa ed è l’unica strada che si è dovuto scegliere di percorrere. Si svela grazie a un ricordo quasi sempre penoso, un’immagine interiore che ha saputo nel tempo generare una voragine intima che risucchia l’intero mondo circostante, a quel punto considerato del tutto invivibile e inutile: alla stregua di immaginari serpenti creati dall’inconscio e dalla memoria che piano piano stritolano il protagonista dall’interno tra invisibili spire senza lasciare possibilità di fuga alcuna. E allora il cuore si gonfia sempre più e inizia a trasudare: è il dolore profondo fattosi gocce che diviene vischioso, maleodorante, una schiuma nera che sa generare forza bruta e una violenza incontrollabile. È un elemento generato dall’interno ma che è altro da sé e rivendica spazio, autonomia e all’apice della sua mostruosa creazione dovrà necessariamente esplodere. Ma se si sfogherà contro il proprio creatore con un suicidio o contro terzi con un omicidio, o in ultimo rimarrà solo un incubo ossessionante che non darà tregua, sarà l’autrice a deciderlo in una precisa e chiara scelta narrativa che si mostrerà ai nostri occhi nella sua totalità e interezza attraverso un dolente e sofferente grido corale che ci accompagnerà mano nella mano su Strada Desolazione.

Chiara Gilardi

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Nathaly Hernandez Chavez, Strada desolazione, traduzione di Davide Barilli, Oligo Editore, pp 96,euro 13,00.

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