È chiaro, ormai, leggo più di quanto vivo.
I dubbi sono pochi, nonostante due bambini che chiedono l’attenzione che chiedono i bambini.
È chiaro, almeno a me ormai, che cerco nei libri tutto quello che mi è distante, illimitatamente.
Posso condannare anche l’uomo peggiore, si diceva l’altra sera, ma vorrei comunque sentire la sua storia.
Di questo sono certo, di poco sono certo, di niente sono certo.
Infatti poi leggo Fame del mare, di Danila Giancipoli e, anche se io il mare lo detesto, anche se non l’ho mai capito e non so nuotare, dentro questo lungo racconto fatto di poesie, trovo pezzi di un me che riconosco perfettamente, un me riflesso in piccole pozze d’acqua dopo la pioggia, l’immagine restituita di un uomo, una donna, che ho frainteso. Ci sono libri che ami perché ti fanno sentire meno solo, meno sbagliato sulla terra.
Ho trovato, dentro questa vita frammentata in versi, tante città che sono state le mie: Londra, Dublino, Torino per poco e una molto intensa avventura e, altre, che non ho mai visto: Utrecht, Rimini, Manchester e Lisbona.
Le persone che incontriamo in questa vita di cui leggiamo da pagina 7 a pagina 87: S. (che torna spesso) V. (solo una volta) Caroline, che si addormenta in spiaggia e risponde piano, e poi Marie che fa l’amore per la prima volta e forse Marie aveva ragione, se magari abbiamo gli occhi chiusi ed è tutta un’illusione… appartengono a una Spoon River che possiamo ricordare, persone che abbiamo sfiorato e di cui ci siamo innamorati il tempo adatto per non sprofondare.
Sai quando preferisci essere stanco, invece che vinto, dice Danila Giancipoli in un momento che si chiama Gin per tutti, eviscerando un istante che chiunque abbia provato a vivere dentro un sogno conosce perfettamente.
Dice anche, più avanti, cose che ho pensato veramente come: Tutto quello che ho fatto finora, l’ho fatto per scrivere.
E, …i tuoi anni sono giostre e le mie muse sono stanche.
Il mare, poi, in questo racconto, è tanto presente quanto il viaggio. Il concetto del viaggio. L’idea che ci si possa reinventare e dimenticare quello che si è fatto la città prima.
Ci sono poi molte chiese e l’attesa di un miracolo.
Ogni uomo con poca fortuna sa cosa sia la speranza, lo sa come le anime del purgatorio che sono le più belle di tutte perché non sono rassegnate come i dannati né rimbambite di beatitudine come i salvati.
Sono pagine, queste di Fame del mare, piene di libera sregolatezza. Raccontano di una donna che guarda il mare come potrebbe guardare un fuoco, con gli occhi rabboccati dalla pioggia, che è un’immagine molto bella ma non è mia. Jack Underwood ha scritto in Felicità versi lunghi paragrafi brevi, episodi di vita, racconti senza inutili similitudini, asciutti, come questi di Danila Giancipoli.
A me le poesie piacciono se dentro ci vedo una storia e qui ne è pieno, così insisto, e poi me ne vado, su questa cosa del racconto perché esistono vite che si possono raccontare solo leggendo gli spazi vuoti. Tra una poesia e l’altra, in Fame del mare, c’è un vuoto di vita residua che il lettore può giocare a riempire o lasciare come un respiro necessario perché il racconto continui.
Rimane, da pagina 7 a 87, la storia di una donna giovane e affamata, che vende i suoi gioielli per continuare a muoversi, che guarda molti film, ascolta le canzoni, qualche volta beve, altre balla, s’innamora e non si lega, spesso prende il treno e si augura rivoluzioni che forse ha già trovato.
Pierangelo Consoli
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Fame del mare, Danila Giancipoli, Neo 2026, Pp.92, Euro 13