“Pensare che una canzone ti possa salvare è la più grande invenzione della storia del rock. Dev’essere nata così: un qualche discografico, negli anni ’70, deve aver pensato «scriviamo su un adesivo che questo album ti salva la vita, appicchiamolo sul cellophane e vendiamo qualche copia in più».”
È in libreria Canzoni sul lettino Come fare psicoterapia con i FASK, il nuovo libro di Andrea Montesano, psicologo e psicoterapeuta (Àncora Editrice 2026, pp. 260, € 20,00).
Un libro sulla Songtherapy, approccio dell’autore che utilizza la canzone come strumento terapeutico per conoscere meglio sé stessi.
Si parte dall’analisi dei conflitti:
“Conflitto interpersonale: si manifesta nelle relazioni sociali quando ci troviamo a dover agire in modo diverso rispetto a come vorremmo. Ad esempio, può capitare di fingere interesse durante una riunione di lavoro, quando in realtà preferiremmo essere altrove”.
Fino alle riflessioni sul tempo:
“Il tempo scorre sì, ma non in musica. Mi spiego ancora meglio: durante l’esecuzione di un brano la sezione ritmica degli strumenti segue un riferimento, il tempo dato dalla batteria che scandisce il click del metronomo preimpostato. L’andamento del metronomo stesso, ad esempio in uno studio di registrazione, può essere messo in pausa per un errore di esecuzione durante la sessione di registrazione del batterista. In musica il tempo può essere stoppato, basta premere «pausa» e quel tempo si ferma. Mi accorgo mentre scrivo che il concetto sembra apparire banale, eppure è davvero così”.
Ma anche un’idea sull’arte contemporanea:
“Ci sono artisti che non sanno cosa dire, né cosa raccontare. E ahimè, ce ne sono tanti! Vengono consacrati nel panorama discografico attuale ma mancano dell’equipaggiamento necessario al ruolo che ricoprono su quel palco: non hanno conosciuto la fame del successo, non hanno sviluppato la determinazione per raggiungere i propri obiettivi artistici, né hanno dimostrato metodo, disciplina o una formazione costante nel settore. Nulla. E, soprattutto, non possiedono una consapevolezza artistica di chi sono e di cosa vogliono comunicare. È sempre più raro trovarne alcuni che sanno trovare le parole giuste per dire le cose che tu, che artista non sei, non sai dove trovare”.
Un libro sulla musica come spazio dove si può fermare il tempo.
Carlo Tortarolo
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Come reagire al presente
Resilienza
«Ora sei pronto per dire a tuo padre
che aveva ragione».
Alex Zanardi
Il tema della resilienza lo introdurrei con un brano tratto da un disco meno recente della band, ma piuttosto interessante sotto diversi punti di vista. La canzone è Come reagire al presente, la terza traccia di «Alaska». Si tratta di un disco sonoricamente scuro e concettualmente carico di peso che tuttavia «canta» una trasformazione graduale, dal peso del dolore alla leggerezza della speranza. Infatti, proprio quando ci troviamo intrappolati in alcuni dei pensieri nella nostra mente, circondati da dubbi e domande senza risposte, è lì che si può aprire una breccia di spe- ranza per compiere un’azione consapevole verso ciò che ci fa stare bene. Il momento di speranza non è un’evasione, ma una forma di cura verso noi stessi, un’opportunità di riscoperta personale. Riconoscere di essere in una situazione bloccata è già un primo passo: è la presa di coscienza che ci permette di cercare delle alternative, delle vie d’uscita. In questi momenti, anche i piccoli gesti – come praticare un hobby, fare un ora di sport, ascoltare musica, o immergersi nella natura – possono avere un impatto profondo, rompendo il ciclo dei pensieri negativi e riportando equilibrio.
Quando scegliamo consapevolmente di dedicarci a ciò che ci fa stare bene infatti, non stiamo solo cercando di dimenticare i proble- mi; al contrario, stiamo nutrendo la nostra mente e il nostro spirito, costruendo le risorse interiori che ci daranno forza per affrontare la confusione. Questa ricerca di benessere personale può sembrare un atto semplice, ma in realtà è uno strumento potente: ci permette di rimanere aperti alla speranza e di ricordarci che anche i periodi di oscurità hanno il potenziale per trasformarsi in momenti di crescita e rinascita, facendo il più possibile le cose che ci fanno stare bene. Il messaggio della canzone sembra che si fondi su un concetto di resilienza che non è solo il superamento delle difficoltà, ma la consapevolezza che, nonostante la sofferenza, si può continuare ad andare avanti. Il brano Come reagire al presente riflette su come le esperienze di dolore e di perdita possano essere trasformate in crescita. Anche se il presente è colmo di angoscia, e le scelte sembrano difficili, c’è una promessa di speranza nel futuro, dove, attraverso la sofferenza, si possono costruire nuove fondamenta per la propria vita.
Non esistono infatti due persone che rispondono nello stesso identico modo a una medesima circostanza che sia piacevole o difficile. Ciascuno di noi arriva a quel momento con il proprio bagaglio di esperienze, con idee, emozioni e principi che lo carat- terizzano. Ognuno di noi ha un modo diverso di cercare o evitare di chiedere sostegno. Ciascuno ha la propria maniera unica di affrontare le sfide. Agitazione, rabbia, felicità, tristezza, reazio- ne agli eventi, perfino l’immobilità, sono vissute da ciascuno in modo irripetibile. Le cause che provocano le ferite sono infinite, a maggior ragione quando si tratta di qualcosa legato all’infanzia.
Gli scienziati hanno anche studiato quella reazione naturale che ci permette di superare le esperienze negative, che ci spinge a resistere, a cercare soluzioni e a proseguire con coraggio nella vita. Un esempio su tutti, per me, è rappresentato da Alex Zanardi, lo sportivo che tutti conosciamo. Una vita incredibile. Noto per es- sere stato un pilota automobilistico, nel 2001 un incidente lo priva
per sempre dell’uso delle gambe. Nonostante ciò, Alex si è rivelato comunque un essere umano dotato di grandissima tenacia e forza d’animo e ha continuato a lavorare come paraciclista. Purtroppo non si può dire che la vita sia stata clemente con lui: nel 2020, du- rante una staffetta di beneficenza in handbike, rimane coinvolto in un secondo grave incidente. Attualmente prosegue l’ennesima riabilitazione della propria vita.
Ma cos’ha di speciale Zanardi così come tutte le persone dotate di questa forza di rinascita incredibile? Innanzitutto, dopo l’acca- duto queste persone riescono in breve tempo a cancellare di valore e di significato l’evento traumatico subito; sviluppano poi uno sguardo di crescita che diventa tale se inteso come una sfida per il futuro. Il loro livello di autoefficacia è molto alto, ovvero traducono come vera per loro l’espressione «sono convinto che ce la farò al 99% e sarà quasi sempre così». Spesso queste persone riportano un’ottima rete sociale a cui possono appoggiarsi (amici, parenti e persone di riferimento) che li supporta nell’accettare l’evento accaduto senza volerne controllare gli effetti e l’impatto che esso determina. In ultima battuta, la persona resiliente possiede una ampia dimensione trascendente che la spinge a credere in qualcosa di più grande, di Altro, di intangibile. Zanardi è la testimonianza vivente che l’uomo è un essere incredibile e che la resilienza è dav- vero una competenza che tutti possono acquisire, nessuno escluso.
Sii come Zanardi.
Resilienza
Numerosi termini tecnici sono ormai entrati a far parte del nostro linguaggio quotidiano. Spesso non ci rendiamo conto di quanto siano realmente necessari, ma tendono a rappresentare una sorta di omaggio che tributiamo alla precisione del linguaggio tecnico. Ad esempio, una persona che dimostra forza di volontà e perseveranza di fronte alle difficoltà viene talvolta definita appun- to «resiliente», poiché possiede «resilienza». Il termine ha origine
nelle scienze dei materiali, dove indica la capacità di un materiale di ritornare alla sua forma originaria dopo aver subito una defor- mazione. Anche nella versione anglosassone, la parola «resilience» risale all’inizio dell’Ottocento, usata appunto nel campo delle scienze fisiche per indicare «elasticità» o «la capacità di ritornare alla forma originaria dopo aver subito una pressione».
Il termine proviene dall’aggettivo inglese «resilient», che già nel Seicento veniva impiegato tecnicamente per descrivere qualcosa che «rimbalza» o «ritorna alla posizione di partenza». Inizialmente associato a proprietà fisiche, è stato adottato dal mondo della psi- cologia per raccontare la capacità di una persona di affrontare e superare situazioni difficili, adattandosi e riprendendosi dalle av- versità. Si tratta di un tipico esempio di «tecnicismo orizzontale», ovvero un termine tecnico che passa da un ambito professionale specifico a un altro. Successivamente, la parola ha attraversato anche i confini della terminologia specialistica, facendo il suo in- gresso nel linguaggio comune con un significato più ampio e meno specifico. Oggi, «resilienza» è spesso usata per indicare la capacità di resistere e rialzarsi dopo le difficoltà, un concetto che potrebbe essere espresso anche con il termine «tenacia». O sbaglio? Sebbe- ne questi tecnicismi arricchiscano il linguaggio, portando con sé nuove sfumature, è importante ricordare che esistono parole più semplici e immediate che possono trasmettere, con la stessa delica- tezza e forza, il significato di una qualità umana così importante. Lo sviluppo linguistico del termine riflette perfettamente la nostra esperienza umana: così come un materiale può adattarsi e resistere a pressioni esterne, anche noi possiamo, con pazienza e determinazione, affrontare le difficoltà della vita e riemergere più forti. Alla radice di «resilienza» c’è il latino resilientem, participio
di resilio, che significa «balzare indietro» o «saltare».
Questa forma latina, attraverso l’inglese, si è diffusa come ter- mine tecnico nella comunicazione specialistica internazionale, arrivando infine anche nell’italiano. In un certo modo, la parola
«resilienza» può essere considerata come una sorta di «cugino
illustre d’oltreoceano», portando con sé una certa raffinatezza e complessità. Chi la impiega nel proprio discorso spesso gode di un’attenzione speciale, specialmente da parte di coloro che non sono pienamente consapevoli delle sue radici tecniche. In tal senso, credo che la «resilienza» sia molto più di un concetto da tatuare sul pettorale sinistro (con tutto il rispetto per i tatuaggi – sui pettorali sinistri!), poiché racchiude un insieme di significati profondi che non solo catturano l’interesse, ma arricchiscono anche il nostro modo di sentirci pronti ad affrontare il mondo quotidianamente.
Sui momenti difficili
Come affrontare i momenti difficili, specialmente quando ci troviamo di fronte all’ignoto? Cosa fare quando la situazione che stiamo vivendo sfugge completamente al nostro controllo e l’evo- luzione appare imprevedibile? Un evento improvviso e inaspettato può coglierci di sorpresa, lasciandoci spaesati e vulnerabili, gene- rando in noi incertezza, ansia e apprensione. È normale sentirsi sopraffatti, ma mantenere una stabilità emotiva anche in questi momenti non è impossibile. Le persone «psicologicamente più sen- sibili», diciamo così, possono facilmente perdere il loro equilibrio e manifestare sintomi rimasti latenti fino a quel momento. Tutta- via, anche di fronte alle sfide più inattese e alle situazioni che non possiamo controllare, esistono strategie che possiamo adottare per salvaguardare il nostro benessere psicologico. La chiave è evitare che la paura prenda il controllo su di noi, impedendoci di pensare con chiarezza e facendoci perdere la nostra capacità di ragionare. Ma come possiamo restare saldi e centrati, anche quando tutto intorno sembra vacillare?
Fin da bambini, impariamo a confrontarci con la paura. Una delle prime paure che da piccoli sperimentiamo è quella di rimanere soli, come ad esempio quando da bambini ci siamo perduti in un negozio o abbiamo temuto quanto si nascondeva sotto il letto o die- tro la porta buia in una camera a luce spenta. Per un adulto, queste
paure possono sembrare irrazionali, ma per un bambino che non ha ancora esplorato a fondo il mondo, sono più che reali. Da adulti, le nostre preoccupazioni si spostano verso altre forme di solitudine e perdita: la paura di non essere economicamente indipendenti, di perdere il lavoro o di non avere sostegno da chi ci vuole bene. Ciò che ci distingue dall’esperienza dei bambini è che, con il tempo, avendo affrontato numerose situazioni sconosciute, abbiamo ac- quisito maggiore consapevolezza delle nostre capacità di risoluzione dei problemi. Ogni ostacolo incontrato ci ha dato l’opportunità di scoprire risorse interiori che non sapevamo di possedere.
È proprio di fronte agli imprevisti che cresciamo, impariamo e ci rendiamo conto che esistono soluzioni per affrontare ogni dif- ficoltà, anche quando inizialmente tutto sembra insormontabile. Ogni sfida è un’occasione per affinare le nostre risorse interiori e sviluppare una resilienza che ci permetterà di affrontare meglio le incertezze del futuro.
Pensaci. Cerca di richiamare alla mente i momenti difficili che hai già vissuto in passato: ogni volta sei riuscito a superare la si- tuazione complessa che ti ha messo alla prova; non sei morto (che non è una battuta ma è la verità più grande che puoi riconoscerti). A volte hai risolto il problema grazie alle tue capacità e risorse interiori. Quali risorse personali riconosci in te stesso? In altre occasioni, hai avuto bisogno di prendere le distanze dal problema oppure hai imparato qualcosa di prezioso su di te grazie a quella difficoltà. Indipendentemente dalla natura della situazione, sei andato avanti, trovando il modo di affrontarla.
Talvolta, anche se la difficoltà non è completamente risolta, la portiamo con noi nel tempo, trascinandola; ma ciò accade solo a una minoranza di persone. Ad esempio, dopo una delusione amo- rosa profonda, qualcuno può scegliere di non aprire più il proprio cuore. Generalmente, però, la maggior parte delle persone impara dalle esperienze passate, specialmente da quelle dolorose, e ne trae insegnamenti per migliorare il futuro. Tuttavia, non tutti riescono a farlo. Alcuni, spaventati dall’ignoto, continuano a ripetere gli
stessi comportamenti, anche quando si rivelano inefficaci o dan- nosi. È il caso, ad esempio, di chi, dopo essere stato profondamente deluso in amore, continua ad aprirsi senza alcun filtro, lasciando la «porta del cuore» sempre spalancata.
In questo senso, non si tratta di chiudersi emotivamente, ma di imparare a proteggersi: tenere quella porta non sempre aperta significa saper scegliere chi far entrare, stabilire confini, educare le proprie emozioni ed evitare che chiunque possa entrare e uscire senza rispetto o consapevolezza.
Come possiamo, dunque, affrontare situazioni imprevedibili o sconosciute in modo concreto?
Per prima cosa, chiediti quale potrebbe essere il peggior scena- rio immaginabile: cos’è la cosa più grave che può accadere? Poi, valuta come ti sentiresti di fronte a tale evenienza. Infine, chiediti cosa potresti fare per affrontare concretamente quella situazio- ne, nel caso si verificasse davvero. Questa esplorazione ti aiuta a capire che, anche di fronte alla paura, puoi trovare soluzioni. È chiaro che qualche riga scritta su questo tema non rappresenta la formula magica per trasformare la tua vita, ma puoi comprendere sicuramente qual è il processo da seguire. Sapere come potresti reagire allo scenario più temuto, infatti, ti dà maggiore serenità e ti permette di prepararti psicologicamente a superare l’incertezza, imparando a gestire il presente con maggiore consapevolezza e fiducia nelle tue capacità.
Statisticamente parlando, il nostro peggior incubo si concretiz- za raramente. Se ci pensiamo razionalmente, arriviamo a capire che, se riuscissimo a sopravvivere anche allo scenario peggiore, è praticamente certo che saremo in grado di affrontare situazioni di minore impatto. Questo tipo di riflessione mentale ci predispone a dare una giusta prospettiva alle nostre più grandi paure.
Un utile esercizio è dedicare dieci minuti al giorno, sempre alla stessa ora, per isolarsi e concentrarsi sui pensieri più cupi. Per- mettiti di sentire tutte le emozioni e le sensazioni spiacevoli che emergono. Questa è una tecnica un po’ paradossale, ma funziona.
Trascorsi i dieci minuti, sciacquati il viso con acqua fresca e inter- rompi quei pensieri. Se durante la giornata dovessero riaffiorare, non cercare di evitarli, ma fissagli un nuovo appuntamento all’ora stabilita, né un minuto prima né uno dopo. In tal modo circoscrivi le tue paure nel tempo, concedendo loro spazio, ma rifiutandole se riaffiorano fuori dal momento dedicato. Col tempo, diventerai talmente abile in questo esercizio che sentirai il bisogno di ridurre la durata di questo appuntamento. Durante il resto del tempo, è importante riconoscere e focalizzarsi su ciò che è ancora sotto il nostro controllo: concentrare le energie sulle cose che possiamo ge- stire direttamente ci offre un senso di sicurezza. Un tale approccio può aiutarci a ristabilire un senso di padronanza sulla nostra vita. A volte, pensare al problema nella sua totalità può sembrare opprimente; al contrario, affrontarne una parte alla volta può renderlo più gestibile. Identifica ciò che puoi governare in una situazione e affrontalo passo dopo passo. Puoi anche utilizzare la tua immaginazione per fare piani per il futuro. Fai progetti che possano coinvolgerti non appena sarà possibile, ma ricorda anche di pianificare azioni per il presente. Stabilire routine quotidiane ti permetterà di mantenerti impegnato nel «qui e ora», allontanando la mente dall’angoscia. Se ti senti sopraffatto, cerca qualcuno che possa darti una mano. Condividere le tue emozioni può essere libe- ratorio. Non è necessario conoscere sempre tutto e non è nemmeno realistico. Possiamo chiedere consigli a chi ha affrontato situazioni simili o a chi ha trovato strategie utili per superarle. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma anzi, è sintomo di forza interiore.
Cosa ti fa stare bene? Quali attività ti danno gioia? Chi sono le persone che ti fanno sentire meglio? Mantieni vivi questi con- tatti. Trova un equilibrio tra il tempo da trascorrere da solo e il tempo da dedicare agli altri, in base alle tue esigenze personali. Non permettere che siano gli altri a stabilire come impiegare il tuo tempo. Crea confini chiari e sani. Per esempio, se preferisci non partecipare a un’attività, comunicare questa preferenza con gentilezza e onestà all’altro è importante. Le relazioni sane si ba-
sano sul rispetto reciproco per le scelte di vita e le opinioni altrui. Ascolta la tua musica preferita, leggi un buon libro e partecipa a quelle attività che ti aiutano a distenderti, sia in solitudine che in compagnia di qualcuno che ti è caro. Mantieni fiducia in te stesso e nelle tue capacità di affrontare le difficoltà quando sarà il momento giusto. No Surrender.
Quali sono, quindi, le strategie più sane per affrontare i momenti difficili? Di seguito alcuni suggerimenti utili.
Controlla ciò che puoi, accetta tutto il resto. In un mondo perfetto, ogni problema avrebbe una soluzione. Tuttavia, nella realtà, non è sempre così, specialmente per esperienze doloro- se come, ad esempio, la perdita di una persona cara. Bisogna imparare ad accettare che alcune circostanze «traumatiche» comportano trasformazioni durature nella propria esistenza e per queste non esiste una vera soluzione. Tuttavia, ciò non significa che non si possa continuare a vivere con pienezza e trovare momenti di gioia. Anche se certi eventi modificano profondamente la nostra vita, dobbiamo coltivare la capacità di accogliere queste trasformazioni, pur mantenendo uno spazio per la felicità e la serenità.
Coltivare, poi, una visione positiva di sé stessi è la strategia per superare una difficoltà che spesso dipende dalla percezione che abbiamo di noi stessi e dalle condizioni in cui ci troviamo. Se una persona riesce a mantenere intatta la fiducia verso sé, nono- stante le difficoltà del momento, sarà in grado di attingere alle proprie risorse interiori e capacità per affrontare la situazione in maniera efficace. Invece di arrendersi di fronte alle avversità, è importante ricordare che, anche in mezzo a un apparente caos, si possiedono le risorse per far fronte a ciò che sta accadendo. Una prospettiva positiva consente di individuare un percorso per affrontare i problemi con maggiore resilienza.
Quando ci si concentra su quanto è in nostro potere, questo ci dà la possibilità di progettare un piano d’azione per evitare che ogni crisi non si trasformi in uno stato di lutto permanente. Una volta che la sensazione iniziale di sconforto comincia a ridursi, è essenziale iniziare a pensare a un percorso per riprendere in mano la propria vita. Se, per esempio, hai recentemente perso il lavoro, restare troppo a lungo in una condizione di auto- commiserazione non sarà di aiuto per rialzarsi. È necessario recuperare il controllo della situazione e cominciare a cercare nuove opportunità il prima possibile. Il primo passo consiste in un’analisi obiettiva della condizione in cui ci si trova, seguita dalla formulazione di una strategia concreta.
Aprirsi a una rete di sostegno è un passo da considerare poi- ché gli esseri umani sono naturalmente portati alla socialità, affrontare esperienze traumatiche diventa più facile quando possiamo contare su una rete di supporto affidabile, piuttosto che isolarci e rimanere schiacciati dai problemi. È la forza della comunità. Isolarsi, infatti, espone al rischio di cadere in una spirale di pensieri negativi, perdendo lucidità e la capacità di intravedere possibili soluzioni. Il confronto e il sostegno di persone care, amici, familiari o figure professionali che offrano un sostegno emotivo saldo, possono risultare di grande aiuto, offrendovi consigli o proponendo soluzioni che da soli non avete considerato. Condividere il peso della difficoltà può aprire nuove prospettive e far emergere opzioni che altrimenti potrebbero sfuggirvi se affrontate tutto in solitudine. Creare un piano d’a- zione non solo vi aiuterà a trovare una via d’uscita concreta, ma vi consentirà anche di contrastare quel senso di impotenza che rischia di trascinarvi verso uno stato depressivo.
Infine, può essere utile osservare la situazione da una pro- spettiva più ampia: di fronte a un problema che genera ansia o angoscia, è facile cadere nella tentazione di considerarlo come
una catastrofe impossibile da gestire, un ostacolo insormonta- bile. Questo atteggiamento, influenzato dall’emotività e privo di speranza, può ostacolare il processo di recupero. È fondamen- tale fare un passo indietro e cercare di osservare la situazione senza giudizio, liberandosi da quella carica emotiva che rende difficile una valutazione obiettiva. Riuscire a mantenere una visione più equilibrata e realistica del problema, osservandolo in prospettiva, aiuta a ridurre il senso di oppressione, consenten- do di intravedere soluzioni che prima sembravano impossibili. Condividere la propria esperienza con persone che ci compren- dono davvero e che hanno affrontato le stesse sfide permette di ottenere suggerimenti concreti e rafforza il senso di speranza e fiducia nel superare quelle difficoltà.
Come reagire al presente
Si tratta, come dicevamo, della terza traccia di «Alaska», un disco del 2014 che si snocciola attraverso brani con sonorità meno «lumi- nose» ma non per questo sgradevoli, all’interno del quale canzoni come questa ci aiutano ad orientarci anche in assenza di luce.
Oltre alla resilienza, la canzone tratta anche il tema dell’auto- comprensione, esplorando il dolore, l’autolesionismo emotivo e la lotta per trovare il proprio posto nel mondo. Il brano scava nel conflitto interiore di chi si sente fragile e perdente, ma allo stesso tempo cerca di reagire al presente con forza, affrontando la pres- sione della vita e delle aspettative sociali.
In apertura del brano le ferite vengono raccontate a mo’ di opera d’arte e il dolore, infatti, rappresenta la sua forma di espressione.
«Con l’autolesionismo, ci faccio una statua, la penso perfetta, la chiamo tristezza». Questi versi suggeriscono che la sofferenza è trasformata in qualcosa di tangibile, in una «statua» idealizzata e chiamata «tristezza». Qui, il dolore non è solo un sentimento negativo, ma qualcosa di così costante nella vita da diventare quasi
un’opera che definisce l’esistenza. Rivestita di «apparenza», questa statua racconta come spesso la sofferenza sia nascosta dietro ma- schere sociali, celata sotto le apparenze che chiamiamo «vita»; per una sintesi perfetta della storia di ciascuno di noi.
Vi è poi un commento più profondo sulla propria forza interiore, quando viene riportato che: «È solo il pensiero che vi rende così forti, così presenti, così costanti». La forza non deriva da circostan- ze esterne ma dalla capacità di affrontare la realtà. C’è una rifles- sione amara sul sacrificio che la vita moderna richiede: scegliere quali pene sopportare per prevalere nella «guerra dei rapporti». La vita sembra una lotta costante per non soccombere, per non perdere la battaglia delle relazioni e delle aspettative.
È chiara la prospettiva del protagonista che si definisce come parte della «schiera dei perdenti», un’immagine che esprime una sensazione di inadeguatezza e di esclusione dalla lotta per la so- pravvivenza emotiva. Egli lascia che i pensieri fluiscano come la pioggia, una metafora che descrive la passività con cui spesso ci si lascia trascinare dagli eventi, mentre ci incapacitiamo di reagire. All’interno dei versi «Ma mi porto più lontano, lontano da tutti, spaventato dai consigli di chi ha già visto», viene quindi cantata la distanza emotiva che il protagonista sceglie di prendere dalle per- sone che cercano di dargli consigli, coloro che «hanno già provato» ma che non possono capire veramente il suo dolore. Eccolo qui il grido di solitudine, l’ammissione che, nonostante i consigli esterni, ogni persona debba affrontare il proprio percorso di sofferenza in
modo individuale.
Il ritornello introduce un senso di speranza mescolato a ma- linconia: «Ricordatevi di noi fra trent’anni, che avremo bisogno di voi, sarete l’orgoglio di tanti, ma solo un appiglio per noi». C’è qui una richiesta implicita di supporto da parte della generazione precedente, ma con la consapevolezza che, per quanto essa possa essere una fonte d’orgoglio, non sarà mai sufficiente per alleviare completamente il peso delle sfide della vita dell’oggi. Quello, in- fatti, spetta solo a noi. È una visione realistica del futuro, in cui
la generazione attuale sa che avrà bisogno di un appiglio, di un sostegno, anche quando sarà apparentemente forte.
L’accettazione di sé e del proprio percorso, nella parte finale della canzone, si esprime anche nel riconoscere la saggezza dei genitori: chiedere scusa e «piegarsi» un’ultima volta non è un segno di de- bolezza, ma un gesto di maturità, che implica il saper mettere da parte l’orgoglio per riconciliarsi e fare pace con la propria storia. È una resa consapevole, un riconoscimento del fatto che le scelte fatte e le sofferenze attraversate, fanno parte del processo per diventare chi si è davvero: «Ora sei pronto, per dire a tuo padre, che aveva ragione». «Dare a Cesare quello che è di Cesare» insomma, che comprendo essere una scelta discutibile: sappiamo bene, infatti, che è una posizione che costa energia a chi la prende; la stessa energia che costa a chi invece si imporrà di non prenderla mai.
Come reagire al presente è il nostro No Surrender, un manifesto ad accettare la sofferenza e, nonostante tutto, andare avanti con coraggio sapendo che non bisogna mai mollare neanche di un millimetro, «no retreat, believe me, no surrender».