Pubblichiamo la seconda parte del testo, donato a Satisfiction da Mauro Francesco Minervino, incentrato sulla figura dello scrittore George Gissing.
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Oltre che scrivere, per tutta la vita aveva viaggiato a lungo e avventurosamente Gissing, cercando altrove una patria che non era la sua. Negli Stati Uniti ventenne visse di stenti e da esiliato per qualche anno facendo il giornalista e il professore di letteratura; fu poi a più riprese in Francia, in Svizzera e in Germania, dove studiò il tedesco e la filosofia di Schopenhauer. Innamorato del Mediterraneo viaggiò anche in Spagna, in Grecia, in Albania e tornò per ben tre volte in Italia. Il Sud della penisola fu per lui la sua seconda patria. Qui cercò a più riprese di ritrovare se stesso, guardando ogni cosa con un acume di passione («una sorta di angina pectoris») che rende credibile il suo giornale di viaggio, sospinto ora per ora dall’illusione di poter ricominciare altrove an other new life. Fu così che Gissing, povero e malfermo di salute, si recò per ben tre volte in viaggio nell’Italia post-unificata, prediligendo alle grandi città d’arte e alle mete dorate del Grand Tour, le più amate e «modestamente avventurose» contrade che appartennero alla oramai opaca e remota geografia storica della Magna Grecia. A differenza di altri letterarati, fu lui che scoprì per primo, ultimo dei grandi viaggiatori britanici, il Sud più vero e antiretorico, quello povero e anticlassico. Si spostava in treno, in battello, in diligenza e a dorso di mulo, ma, soprattutto, a piedi. Prima Napoli, «il luogo più meraviglioso e più terribile d’Europa» e i suoi magnifici e decadenti dintorni, Cuma, Paestum, Pompei, e poi il Cilento. Più a sud percorre la maestosa dorsale tirrenica, dove «i monti di un azzurro pervinca sembrano emergere direttamente dal mare della Calabria». Più di tutto lo attrasse la lontananza della Calabria, con le «piccole marine dai colori scialbi e giallastri» e i piccoli paesini aggrappati ai costoni di tufo di fronte all’immenso arco luminoso dell’orizzonte, dove tra mare e cielo, «simile a uno specchio capovolto» si riflette l’omerica fatamorgana delle Eolie. Poi sbarca sul versante opposto, in vista del profilo basso e collinoso delle coste ioniche «su cui sembra aleggiare il pathos di un’antichissima desolazione». Terre abbandonate e malariche, costeggiate sul confine lambito dal treno tra Squillace e il golfo di Taranto.
A quel tempo sotto le sabbie glauche, tra i canneti umidi di una grande palude inondata periodicamente dal Crati, giacciono non ancora dissepolte dagli archeologi le spoglie dell’antica Sibari. Ma davanti agli occhi di questo viaggiatore lucido e incantato appaiono anche i primi avamposti traballanti e incompiuti della nuova civiltà. «Alla Magna Grecia. Stabilimento Idroelettropatico»: giunto dopo un giro a piedi al confine della città nuova di Taranto, Gissing si imbatteva in questa curiosa epigrafe che annuciava pomposamente l’ingresso in costruzione di un nuovo bagno termale. «Tutto bene. Nel ricordo della Magna Grecia da queste parti si è disposti a tollerare anche “idroelettropatico” come una tarda eco della lingua ellenica», sottolina Gissing con ironia distonica. E poi, ecco uscire dai suoi diari di viaggio, in una serie di effetti scenici già quasi felliniani, un catalogo indimenticabile di situazioni e immagini che anticipano il festival metastorico dell’eclettismo e il post-modern dei giorni nostri. L’immagine surreale dei «grandi silos vuoti e sbarrati» costruiti vicino al molo del porto nuovo di una misera Crotone ancora «attraversata da greggi di capre», spettrale nel caldo della controra e avvolta dai miasmi di «una malaria endemica». Taranto, in cui già si costruisce davanti al Mare Piccolo il tetro fabbricato del grande arsenale militare, icona preindustriale che anticipa lo scempio chimico dell’Italsider. Sobborghi e marine imbruttite dai primi segni di un’incipiente disordine edilizio, costellate dai primi palazzoni abusivi «tra strade che si perdono nella campagna e mucchi di rifiuti polverosi». Gli «orribili ponti di ferro della ferrovia» che scavalcano il Crati e il Busento alla confluenza che preannuncia l’arrivo a Cosenza. Reggio Calabria dove il nuovo mattatoio comunale è «un edificio grottescamente decorato che pareva piuttosto qualche interessante istituto, museo o galleria d’arte». In vista dell’ultima colonna del grandioso tempio di Era Lacinia, si imbatte nel surreale cimitero di Crotone ancora isolato in mezzo alla campagna (oggi quasi incistato dentro i casermoni della periferia).

Un luogo di memorie visitato con la stessa trepidante disposizione d’animo di un museo, «poiché mi piace vedere come un popolo ricorda i suoi morti, e qui in questo cimitero-giardino, in mezzo alle aiuole fiorite sotto il sole, la morte sembra ancora nutrirsi di una festosa energia, di una grazia pagana». Si inoltra tra plaghe deserte e campagne già spopolate. Visita piccole città provinciali e villaggi remoti, dove Gissing fu «il primo straniero arrivato dopo più di cent’anni». L’inglese sarà capace di cogliere i segni caotici del cambiamento, luoghi, situazioni e figure che appartengono già al moderno. I suoi compagni di strada sono militari e viaggiatori di commercio, procuratori legali e affaristi che sciamano tra caserme e bordelli, sale d’aspetto e tribunali. Lo ritroviamo in mezzo alla gente che già si affretta agli imbarchi e nelle stazioni ferroviarie, tra gli avventori vocianti che si incontrano per il pranzo nelle sale di ristoranti e alberghi “moderni” aperti da poco per la clientela di passaggio nei centri di provincia, assieme al popolo che frequenta i banchi del Lotto e alla piccola borghesia che indugia ai tavolini dei caffè e nei circoli cittadini. E dopo i musei l’inglese non manca mai di visitare case chiuse e sale da concerto, teatrini di canzonetta dove si esibiscono sciantose e ballerine. Un mondo destinato al tramonto. Nei ricordi di viaggio dello scrittore vittoriano va in scena in forma comica e grottesca quella rappresentazione della vita quotidiana che dalle soglie dell’epoca moderna è durata nelle province del Sud, salvo poche eccezioni, quasi per tutto il XX secolo, con lasciti di memoria che arrivano quasi sino ai giorni nostri. Un’altra Italia. Così Gissing incontra, a Cosenza, un genovese viaggiatore di commercio, tale Questa, che già divide l’Italia in «Nordici e Sudici». Questo antesignano di Leo longanesi gli racconta come durante ogni viaggio per idiosincrasia verso il sud e i suoi abitanti egli venga afflitto da violenti attacchi di febbre: «cercai di mostrare un po’ di comprensione per questo infelice venditore di pillole». La scena si ripete quando arriva a Crotone, di notte, su una vettura a cavalli in compagnia di due rappresentanti di commercio bolognesi. In mezzo al buio e sotto gli scrosci della pioggia, «non si vedeva ancora nulla della fisionomia di Crotone, finché dal finestrino rotto della carrozza, una malinconica e fioca illuminazione a olio non ci rivelò il lato di una piazza riparata da un portico. “Bologna! Bologna!” gridarono i miei compagni, ridicolizzando sfacciatamente questa debole e inaspettata reminiscenza meridionale della loro pingue città del Nord». Invece Gissing, il maledetto inglese, fu davvero sentimentalmente toccato e umanamente attratto dall’incontro con la gente del Sud, più autenticamente coinvolto nell’esperienza dal vero di altri eccentrici stranieri e di più blasonate firme britanniche del Grand Tour. Alla fine del suo viaggio, scrisse: «Per quale motivo ero venuto quaggiù, se non perché sentivo di amare profondamente questa terra e questa gente, e quanto più abbondantemente di ciò che mi meritassi ero già stato ricompensato da loro per questo mio amore?». Non c’era degnazione in queste parole. Proprio a un ricordo di George Gissing e alla sua umanissima e sensibile passione per il Sud, il mondo deve il curioso e goffo nomignolo di «paparazzo». Un nome comune superimposto dai media che oggi designa universalmente a Parigi e a Roma come a Tokyo e a New York, i fotografi d’assalto e il loro mestiere di testimoni oculari di un mondo che vuol tutto vedere, vita e morte, tragedie e farse.
Gissing sostò a Catanzaro dal 7 all’11 di dicembre 1897, alloggiando al «Centrale», nella speranza di riprendere in pochi giorni le forze infiacchite dalle febbri. Catanzaro è a quel tempo un centro di provincia piccolo e sparuto. Poco più di un paese antico, al di sopra di «una valle verde e grigio argentea di ulivi che dall’alto del monte sembra di una lunghezza smisurata». Una sorta di «castello di Drumlanrig» o città delle favole, «issata su una cima battuta da venti furiosi. Non era facile capire come si potesse arrivare alla città lassù in alto. Catanzaro sorge sulla sommità di una rupe isolata che sembra priva di tracce di strade, ai lati della montagna burroni spalancati nel vuoto a destra e a sinistra. Un vero e proprio abisso dove è impossibile non pensare ai terremoti. Le case e i muri esterni intorno corrono tutti sull’orlo del precipizio e sembrano dover cadere giù nell’orrido da un momento all’altro. I panorami ovunque si spinga lo sguardo sono magnifici, indescrivibili. Anche il giardino pubblico della città è simile a un bosco incantato sull’orlo di un precipizio che guarda a oriente». Catanzaro di cent’anni fa, senza i ponti e il casino del traffico di oggi. Squassato in passato dai terremoti, il centro -allora come ora- è fatto di un grumo di «vecchie case rachitiche e di grossi edifici nuovi non ancora finiti, pubblici e privati, costruiti con materiale scadente e di una rozza intelaiatura di cemento». Privo di qualsiasi attrattiva classica, il luogo gli diventa però ugualmente memorabile. «Fra le donne del popolo c’è profusione di grazia e di fiere bellezze. Qui le donne per fortuna sono ancora attratte dalla bellezza e dall’intelligenza, a cui rendono volentieri omaggio. Non è forse meglio della stupida finzione inglese di sacrificare tutta la bellezza della vita sull’altare di un’ipocrita moralità?». Guidato in città da un picaro locale, il vice console inglese di Catanzaro, Don Pasquale Cricelli, un anziano aristocratico del posto «che non sapeva parlare una sola parola d’inglese», scopre conversando con i borghesi del circolo “Unione” che anche la gente comune per intelligenza e tradizione «mostra un rispetto innato per le cose dello spirito, che manca invece tipicamente nell’inglese medio». Trova la popolazione cittadina autenticamente ospitale, la gentilezza verso lo straniero priva di affettazione. «Anche per strada ci si comporta con dignità, in modo austero, quasi nobile. Un caffè di Catanzaro può sembrare al paragone di certi pub di Londra un’assemblea di saggi e di filosofi». Gissing in quei pochi giorni che trascorse a Catanzaro non passò inosservato. Ancora alcuni anni dopo il suo soggiorno in città, il giornale “La Giostra” non manca di ricordarlo tra i visitatori illustri in un articolo dell’ottobre del 1900. A sua volta, il più famoso ed eccentrico Norman Douglas, in Old Calabria del 1915 ripercorrerà il cammino sulle tracce di Gissing a Catanzaro e Crotone. Accadde così che l’episodio del foglio di Don Coriolano, carico di ingenua retorica e di umori strapaesani, legato a quel nome “ Paparazzo” che per Gissing fa già personaggio, venne riportato con cura meticolosa nel diario di viaggio di questo vittoriano solitario. Era di mercoledì, il 7 dicembre 1897. Il proprietario dell’«Albergo Centrale» di Catanzaro, Don Coriolano Paparazzo, proprio quel mattino, preoccupato per il calo registratosi in quel periodo nei suoi affari, aveva saputo «con sommo rammarico» che certi suoi clienti andavano «a pranzare altrove». Paparazzo aveva deciso di collocare sulla porta di alcune camere occupate dagli ospiti di riguardo, un foglio di avviso con il quale veniva a lamentarsi del fatto che negli ultimi giorni i clienti presenti in albergo avevano mancato di utilizzare il servizio di cucina offerto dal ristorante interno, posto al primo piano dell’albergo. «Ciò tocca il morale di detto proprietario, così come danneggia il prestigio della Ditta», aveva scritto su quell’avviso, addolorato e un po’ risentito, il signor Paparazzo. E perciò, da quel momento, egli prendeva solennemente e per iscritto l’impegno di soddisfare la sua clientela migliore, promettendo personalmente «che farà tutto del suo meglio per mantenere alte le qualità dei cibi» offerto agli ospiti nel ristorante dell’albergo. L’avviso terminava con una buffa e cerimoniosissima formula di invito rivolta ai clienti disertori: «detto proprietario si onora dunque pregare i rispettabili Signori Clienti affinché vogliano benignarsi il ristorante al servizio della Ditta, ecc.». La firma apposta in calce al foglio era stata siglata personalmente dal proprietario, autore di quel curioso comunicato, con uno svolazzo d’inchiostro. «Firmato dal Proprietario: Don Coriolano Paparazzo». Quel tale Paparazzo, zelante proprietario del “Centrale”, aveva notato l’ospite straniero tra i soliti clienti del suo albergo. Un giovane distinto, alto e magro, il volto pallido, lunghi capelli alla nazarena e folti moustache. Era arrivato in albergo con l’aria sofferente, trascinandosi dietro un’enorme valigia. L’aspetto riservato e un
pò misterioso, qualcosa di eccentrico e artistico nel sembiante affilato incuteva rispetto e curiosità. Certamente un ospite insolito, da trattare con riguardo. Non voleva fare brutta figura Don Coriolano, oste all’antica e gentiluomo di Catanzaro, con quello straniero sconosciuto. Anche Gissing in quegli stessi giorni aveva disertato volentieri il pretenzioso ristorantino del signor Paparazzo – «Questo Albergo Centrale non è certo molto confortevole e si mangia molto male, nella sala da pranzo al primo piano non si fermano mai più di cinque o sei avventori» egli ci ricorda – per assaggiare in un’osteriola del centro il piatto preferito dal popolo, un sapido e piccante “morsello”», lo spezzatino di interiora accompagnato da un corroborante vino rosso di Cirò. Ma lo scrittore vittoriano non dimenticò mai più quel manierato e comico rimbrotto e il nome da burla del suo occasionale padrone di casa, che in suo onore si era improvvisato goffamente aulico prosatore. «Buffo e divertente», dice Gissing, che poi nel testo di By the Ionian Sea, mostrandosi più indulgente coi ricordi del tempo, corregge le sue prime impressioni e scrive a onore del suo oste catanzarese che «il vitto che mi provvedeva il signor Paparazzo mi andava bene, e il vino era così buono che avrebbe fatto perdonare molti dei suoi errori di cucina».
Nella figura di Paparazzo lo sguardo antropologico di George Gissing sembra raccogliere tacitamente un profondo riverbero simbolico, un genius loci ridotto a sopravvivere nella contraddizione nominale di un icastico frammento del passato. Un nome che suona come un rintocco minimo della memoria, documento esemplare di una vita minore che si svolge nel crepuscolo anticlassico di una piccola città immersa nell’orizzonte sonnolento del profondo milieu calabrese: la Catanzaro di cent’anni fa, con le sue goffe ambizioni e velleità di grandeur, con i suoi riti provinciali e la sua lingua maccheronica fatta di gerghi avvocatizi e manierismi desueti, con i suoi personaggi fantasiosi e grotteschi, specchio del più tardo e prosaico Mezzogiorno ottocentesco. Tuttavia il ricordo di luoghi e persone chiamate a raccolta da questa piccola e stralunata cronachetta, all’insaputa degli stessi interessati, imprimerà col mutare dei tempi un segno postumo e indelebile nella storia del costume del secolo successivo. Il secolo xx. Il secolo della fotografia e dei divi del cinema, il secolo del gossip e dei reporter.
Il secolo dei fotografi d’assalto: i paparazzi, appunto. Sono loro l’antonomasia della vita spiata, dell’immagine continua, della «morte al lavoro» che tutto mostra e rivela per bello o brutto che sia, gli orrori della guerra come il glamour della moda, gli scandali e le stravaganze dei vip che sorridenti o agonizzanti riempiono i rotocalchi di tutto il mondo. Sono loro che additano a tutto il mondo il mestiere del fotografo indiscreto che ruba con l’occhio freddo della sua fotocamera le immagini che tutti il giorno dopo corrono a vedere. Tutto ciò è divenuto inseparabile da questo ironico nome d’arte che suona strapaesano e nemmeno tanto concerned: «paparazzo». Insospettabilmente, è proprio un grande fotoreporter, Ivan Kroscenko, in un’intervista al Guardian del 23 luglio 1983, forse unico o uno tra pochissimi altri suoi colleghi al mondo, mostra di conoscere l’origine letteraria del nome paparazzo universalmente affibbiata al suo mestiere di fotogiornalista: «Lo scrittore Ennio Flaiano l’ha suggerito a Fellini come il nome migliore per il fotoreporter del film La dolce vita, dopo aver letto il libro di George Gissing By the Ionian Sea. Il signor Paparazzo era un proprietario d’albergo che si è dimostrato buon amico dello scrittore», e perciò, aggiunge infine Kroscenko con riguardo a se stesso e alla categoria, «personalmente non ho mai pensato che essere chiamati “paparazzi” fosse da considerarsi un insulto». Per dare un nome universale a questi lavoratori conto terzi di una società di guardoni, dunque qualcuno, un altro scrittore, Ennio Flaiano, ha affibbiato loro il comico nomignolo di un incredibile e balzachiano trattore catanzarese che un giorno di cent’anni fa, sfidando inconsapevolmete il ridicolo firmò di suo pugno un fantasioso foglietto commerciale. Come accadde? E quando, caduto sotto gli occhi e la penna di Flaiano, questo bislacco avviso di cucina conservato da uno straniero di passaggio all’albergo centrale di una prudente città di provincia calabrese, testimone uno scrittore inglese ammalato di tisi e di malinconia, si trasforma in un’altra cosa? Un nome in una sceneggiatura, un personaggio nuovo in un film che segnerà per tutti la percezione di un’epoca, un altro mondo. E perché proprio quel nome in mezzo a tutti gli altri possibili diventerà quello del fotografo della Dolce vita di Fellini e Flaiano? L’albergatore Coriolano Paparazzo non è forse un personaggio felliniano ante litteram? Aspettava solo un altro curioso, un esegeta del secolo successivo, quel nome buffo lasciato sopravvivere come un simbolo a futura memoria tra le pagine del diario di Gissing: per via di quel ridondante e comico dispaccio commerciale e per quella incredibile mescola di Coriolano, un nome altisonante e classico, che allo scrittore vittoriano non poteva che ricordare, oltre al famoso generale romano che espugnò la città di Corioli, l’omonima tragedia scritta nel 1610 dal suo
amato Shakespeare. Gli stranieri notano il nome di battesimo. A don Coriolano la sorte aveva però affibbiato, nella persona e nel nome dell’ineffabile ospite catanzarese di Gissing, l’eco lutulenta e plebea del popolaresco cognome “Paparazzo”, evocante il suono del ruzzo starnazzante di un modesto pennuto da cortile (o quel che resta degli oscuri fonemi del nome di un prete greco o di un indovino orientale, se vogliamo invece dar retta alle più sofisticate congetture di moderni linguisti). Ma ogni nome è un simbolo. E un simbolo, per quanto strano e curioso, aspetta solo di essere scoperto e decifrato da qualcuno. Come accadde? Quel libro di Gissing, uscito a Londra nel 1901, si intitolava By the Ionian Sea, dicevamo.
In Inghilterra assieme alla Woolf lo lessero in pochi da principio, a puntate sulle gazzette popolari. Del resto lo stesso Gissing è restato per lungo tempo un outsider. Ammirato successivamente da Orwell (“un formidabile cronista della volgarità, della miseria e dell’insuccesso”) e da uno scrittore di culto tra i bibliomani come Christopher Morley, più recentemente divenuto oggetto di studio per filosofi e analisti sociali come l’americano Russel Kirk o Edward W. Said, al centro delle analisi di un critico della letteratura dell’età vittoriana come il francese Pierre Coustillas, solo oggi Gissing incomincia a diventare un autore popolare. Gissing è un narratore ritrovato e dagli esiti incredibilmente profetici se è vero che ha ispirato la cupa saga di K.W. Jeter, l’autore di Blade Runner, e uno straordinario scrittore di atmosfere londinesi come Peter Ackroyd (London, The Biography). Pochi ma buoni, una minoranza crescente i lettori di Gissing. Non solo in Inghilterra. Anche in Italia. A cominciare per limitarci a pochi letterati maggiori: Raffaele La Capria, Mario Praz (di Sulle rive dello Ionio scrive nel suo Il mondo che ho visto, annotando che il viaggio di Gissing al Sud “si rivelò un’avventura così disperata e commovente che il suo racconto supera per tensione drammatica la situazione ricreata da Virginia Woolf in Gita al faro”), e Giuseppe Tomasi di Lampedusa (“il tugurio o, peggio ancora, l’appartamento sinistro del vicoletto di quartiere periferico, lo scialbo cattivo odore delle stoviglie mal governate, la prostituzione che s’insinua nella mente delle ragazze miserabili con la lentezza e la sicurezza della tubercolosi, queste e molte altre immagini disperate hanno trovato in Gissing il loro straziante poeta (…) Scrisse molto, e non ho letto tutto, ed ho avuto torto”). Sulle rive dello Ionio, libro di viaggi di uno scrittore vittoriano, un inglese che voleva farsi calabrese, quasi interamente dedicato alla Calabria della fine dell’Ottocento, gli italiani lo poterono leggere in traduzione per la prima volta solo dopo la guerra, nel 1957, pubblicato a Bologna dall’editore Cappelli. Erano gli anni della ricostruzione, gli anni romani della «Dolce vita» (espressione anche questa ripresa e resa famosa da Fellini, che era però il titolo di una commedia del 1912 di Arnaldo Fraccaroli). Gli anni della «Dolce vita» erano gli anni della «Hollywood sul Tevere», di via Veneto cinica e gaudente: facce buone per i fotoreporter che oggi come allora stanano le loro prede famose a colpi di flash, le braccano da vicino e non se le lasciano scappare se non dopo aver scattato tutta la pellicola e messo in salvo il rullino. Sono gli anni mitici dei fotografi di strada che ispirarono dal vero il film di Fellini. Furono loro i primi testimoni oculari di quella «Dolce vita» divenuta proprio attraverso le loro istantanee da rotocalco il sinonimo di un’esistenza votata alla noia e alla stravaganza, a una specie di nichilismo del cuore che non risparmia neanche la vita dei più ricchi, belli e famosi.
Alcuni di quei pionieri della caccia all’immagine-shock sono poi divenuti famosi, come Tazio Secchiamoli, è lui «Paparazzo», il personaggio immortalato nel film di Fellini dall’attore Walter Santesso, poi c’erano Nino Barillari (calabrese di Bovalino, che sul suo araldico biglietto da visita ha scritto “King of Paparazzi”), Guidotti, Bonora e Pierluigi: i «paparazzi», appunto. All’epoca della sua prima edizione, era il 1957, il libro di Gissing venne anche tra le mani di molti dei personaggi che animavano la vita culturale della Roma di quegli anni. Tra questi ebbe anche due lettori, personaggi illustri e ruzzanti, entrambi calabresi, amici di Fellini: Leonida Répaci, romanziere e fondatore, con la moglie Albertina, del premio letterario Viareggio. E’ lui Leonida -“ah Leò!”-, lo scrittore vitalista che riceve e tiene salotto, e recita se stesso ne “La dolce vita”. Ma anche più forte era lo stralunato e fantasioso sodalizio artistico che già univa il regista de I vitelloni all’attore e commediografo Leopoldo Trieste (anch’egli calabrese) Proprio da questi il libro di Gissing passò al vaglio del genio immaginifico del suo amico Fellini. Complice l’insonnia notturna (Fellini leggeva moltissimo di notte) il racconto di viaggio di Gissing, «un aureo libretto», passò poi tra le mani del suo fedele mentore letterario, lo scrittore Ennio Flaiano. Fu così che da questi eccezionali lettori del libro di Gissing venne fuori il «paparazzo» del film. Accadde tra il giugno del 1958 e il marzo del 1959. Fellini e Flaiano stavano lavorando alla sceneggiatura de La dolce vita, che uscì poi nel 1960. Flaiano scriveva del travaglio del suo lavoro di sceneggiatore alle prese con i personaggi e con «una società sguaiata, che esprime la sua fredda voglia di vivere più esibendosi che godendo realmente la vita». Questo mondo merita i suoi testimoni: «Merita fotografi petulanti. Via Veneto è invasa da questi fotografi…Oggi è venuto un altro fotoreporter, Tazio Secchiaroli. È lui che ha fornito parecchi spunti a Fellini per La dolce vita. Il film è nato come una riflessione sui servizi fotografici più azzeccati degli ultimi mesi…Secchiaroli ha creato un genere di fotografia, una notte di Ferragosto in via Veneto». Ma anche la ricerca del nome da assegnare ai protagonisti e ai diversi personaggi del film impegnava molto Flaiano. La
caratterizzazione dei fotorepoter che si muovono nel film aveva bisogno di nomi particolarmente efficaci e memorabili. Non una scelta qualsiasi, ma una «cosa letteraria» molto ragionata, carica di significati e di «affinità semantiche», come afferma con preoccupazione lo stesso Flaiano, dato che si andava alla ricerca di un nome speciale per un personaggio nuovo e speciale come il fotoreporter: «Nel nostro film ce ne sarà uno, un fotoreporter, compagno indivisibile del protagonista. Fellini ha ben chiaro in mente il personaggio, ne riconosce il modello: un reporter d’agenzia, di cui mi racconta una storia abbastanza atroce…Ora dovremmo mettere a questo fotografo un nome esemplare, perché il nome giusto aiuta molto e indica che il personaggio “vivrà”.
Queste affinità semantiche tra i personaggi e i loro nomi facevano la disperazione di Flaubert, che ci mise due anni per trovare il nome di Madame Bovary, Emma. Per questo fotoreporter non sappiamo cosa inventare: finché aprendo quell’aureo libretto di George Gissing che si intitola Sulle rive dello Ionio troviamo un nome prestigioso: “paparazzo”. Il fotografo si chiamerà Paparazzo. Non saprà mai di portare il nome di un onorato albergatore delle Calabrie, del quale Gissing parla con riconoscenza e con ammirazione. Ma i nomi hanno un loro destino», conclude fatalisticamente Flaiano. Flaiano si ricorda di questa scoperta proprio nei suoi appunti dei Fogli di via Veneto, 1958, solo alcuni pubblicati in quel periodo dall’Espresso (ripubblicati di recente in volume, dopo la prima edizione della sceneggiatura de La dolce vita uscita all’epoca pure da Cappelli, in La solitudine del Satiro, Adelphi, 1996). Flaiano ribadisce così che leggendo «per caso» il racconto di viaggio di Gissing lui e Fellini furono colpiti entrambi dal suono surreale del «prestigioso nome» di quel Coriolano Paparazzo, albergatore catanzarese ricordato dallo scrittore. Ma fu proprio la fantasia di Fellini che restò impressionata, in un gioco onirico di libere associazioni, dalla «simbologia fonetica» di quella insolita e assai comica cacofonia, e scambiando il cognome popolaresco dell’oste calabrese con un nome comune creò con «paparazzo» il prototipo del fotografo d’assalto. Fu così che l’albergatore si trasformò in fotografo. Fellini decise che almeno uno dei quattro fotoreporter che si incontrano nel film si sarebbe chiamato proprio Paparazzo. E da quel momento questo nome è diventato una delle parole italiane più conosciute nel mondo, consacrata dalla Treccani e dalla voce omonima del Migliorini. Mutatis mutandi. “Paparazzo: il fotografo d’agenzia che scatta immagini per i rotocalchi rosa e per la stampa scandalistica. Nome che viene usato come antonomasia per definire un genere fotogiornalistico”.