La costruzione dell’immagine di una città – a cui, nel tempo, contribuiscono storia, letteratura, cultura, rappresentazioni artistiche, stereotipi – è fatta anche delle sue “trasposizioni” cinematografiche. In questo senso, il cinema è una straordinaria macchina scenica, in grado di determinare l’idea che ci facciamo di un luogo, di una città, di una nazione e, evidentemente, Venezia non è estranea a questo processo. Lo dimostra Venezia e il cinema. Alle radici del mito, libro di Giuseppe Chigi pubblicato da Wetlands (con la prefazione di Alberto Barbera). Non a caso, il volume si apre così:
Quando decidiamo di visitare per la prima volta Venezia, quali narrazioni e quali immagini ci hanno spinto a sceglierla? E una volta giunti, non cerchiamo forse di “vedere” ciò che abbiamo già “visto”? Le immagini che conserviamo nella memoria sono spesso la sedimentazione di contributi diversi: i racconti di altri viaggiatori, certamente, ma anche i quadri, le fotografie e soprattutto i film”.
È da questo punto, dunque, che Giuseppe Ghigi incomincia a esplorare una Venezia del grande schermo, a partire dalle immagini di una lanterna magica lagunare e da Summertime, film del 1955 in cui una Jane Hudson in vesti di turista si appresta a visitare la città predisponendosi ad apprezzarla come la maggioranza dei turisti faceva all’epoca. Dopo le “Venezie altrove” – le ricostruzioni della città realizzate in luoghi lontani da Venezia – l’autore torna al momento in cui, alla fine dell’Ottocento, il cinema sbarcò a Venezia lasciandosi sedurre da un mondo che aveva trovato già ampio spazio in letteratura, pittura e fotografia, contribuendo a sua volta a rafforzare quell’immagine – e con essa lo stereotipo – che da sempre ha individuato la città. La gondola diventerà il soggetto della prima immagine cinematografica, seguita dal resto della città, dai suoi canali, dal suo essere costruzione sull’acqua. Nel 1932, Ernest Lubitsch ritrae una gondola guidata da un gondoliere che canta “’O sole mio” in Trouble in Paradise – Mancia competente nelle versione italiana – e una gondola viene ripresa mentre arriva al Lido, con a bordo Aschenbach, in Morte a Venezia di Luchino Visconti. Prosegue su questa linea l’esplorazione di Venezia cinematografica, secondo un alernarsi di temi e ambientazioni: “L’arrivo in città”, “L’alcova del mondo”, “Interni ed esterni”, “Piccioni e altri animali”, “La Venezia Minore”, “Il Carnevale”, . Così, ogni angolo della città rivive nei fotogrammi di film come Indiana Jones e l’ultima crociata di Spielberg, Anonimo veneziano di E.M. Salerno, Venezia la luna e tu di Risi, Souvenir d’Italie di Pietrangeli, Nikita di Besson, Pane e tulipani di Soldini..
Le atmosfere romantiche di Venezia sono state adeguatamente “sfruttate” dal cinema, che in tal senso ha contribuito alla costruzione del suo mito ma, allo stesso tempo”, ne è rimasto imbrigliato, perché a sua volta costretto nel cliché a cui esso stesso ha contribuito. Tendenzialmente, il cinema contemporaneo, quindi, ha continuato a confermare e consolidare l’immagine stratificatasi nel tempo e ormai tendenzialmente contemplativa. Le cose combiano invece, o presentano declinazioni alternative delle rappresentazioni consolidate in casi come il Nosferatu a Venezia di Caminito, dove il lato oscuro della festa e delle maschere emerge con forza, o Nudo di donna, di Nino Manfredi, in cui il Carnevale fa da sfondo a un pirandelliano gioco del doppio. Rimane il fatto che “la vera diva del film è Venezia”, come venne scritto in una recensione del 1940 de Il ponte dei Sospiri di Bonnard.
Quello di Giuseppe Chigi è un lavoro preziosioso – oltre che minuzioso ed esaustivo anche se all’insegna della rapida fruibilità – che porta un ulteriore tassello a quell’ampia opera che concorre allo studio (pluridisciplinare) dell’immagine della città.