“Se Aniello Arciero aveva visto per primo la carità carnale e le aveva dato un nome, fu Giuseppe De Vicariis a diffonderla dai Quartieri Spagnoli fino a Materdei. L’avvocato sapeva intrallazzare bene nelle stanze del potere, era la persona giusta per non far passare guai alla carità carnale: De Vicariis si infiammò accussì tanto di Giulia e della sua carità, come se fino a quel momento non avesse avuto un motivo vero per campare”.
È in libreria La carità carnale di Monica Acito (Bompiani 2026, pp. 464, € 20,00).
La storia di Marianeve scopre il potere taumaturgico del sesso nei giochi tra amiche:
““Stai un poco meglio? Vuoi che sto un altro poco addosso a te?” le chiedeva sempre Marianeve. Stare addosso, stare ‘nguollo, era quello il modo che avevano per intendere lo stare vicine ma senza vestiti, senza mutande, per far salire quell’umore santo di primule e rose, quell’umore di bambina che scioglieva le spine che Lucrezia aveva in testa”.
E la voce si sparge:
“La compagna tua, quella che mo’ se ne è andata, la figlia dell’ex sindaco, chillo criminale… è andata dicendo ca tu tieni ‘a fessa magica e che sì tipo ‘na monaca, ‘na santa, ca parli cu Gesù Cristo, cu Padre Pio,” e si misero a ridere e ululare. “Vogliamo guarire pure noi, io tengo male ‘e panza,” urlò un criaturo basso e con la vocina da topo. Un altro che aveva le sopracciglia tutte unite soffiò: “Io invece tengo male vicino ‘o buco r’o culo.”
Poi Marianeve va a studiare a Napoli, dove si imbatterà in un’altra donna dal passato, Giulia Di Marco. Una suora eretica del Seicento, che aveva trasformato il proprio corpo in uno scandaloso strumento di guarigione, dando vita ad un movimento di fedeli verso i quali esercitava la carità carnale.
Il racconto di una ragazza che diventa donna, del suo rapporto con il padre e della magia tra corpo, spirito e fede che disegna l’amore.
Carlo Tortarolo
#
Marianeve l’aveva vista solo una volta quella città, quando da piccerella era andata a fare la gita al Teatro San Carlo con la scuola.
Di Napoli, Marianeve ricordava il senso di ’mbriacamento di fronte agli obelischi alti come torri di fantasia, a quelle piazze larghe, a quella gente che spuntava dai vicoli, così tanti che parevano scarrafoni infiniti: se ne scamazzavi uno, subito ne usciva un altro, code di lucertole che ricrescevano.
Lei e Sarchiapone erano quasi arrivati, dovevano attraversare un po’ il rettifilo, superare l’università con le sfingi e salire per Mezzocannone, dove c’era la casa di Marianeve, la sua casa da fuorisede.
Sarchiapone, ’mmiezz’o traffico, già stava perdendo la pacienza.
“Ma che è, stamattina si sono dati appuntamento tutti gli scemi per rompere ’o cazzo a me? Ma che è, li attiro tutti quanti io?” 
Piazza Garibaldi, vicino alla ferrovia, era una babilonia, un carnevale di voci, di allucchi e carezze, di clacson che sembravano urla di gabbiani. Sarchiapone si mise a suonare pure lui il clacson, premendo le mani e poi schiaffeggiando lo sterzo.
“Sotto ’a statua ’e Garibaldi escono tutti gli scemi, pare che se li chiama, oh,” e guardò la statua di Garibaldi, che una volta era l’eroe dei due mondi e mo’ vegliava sulla ferrovia, sui venditori di calzini che chiamavano “Shakira” le signore con i capelli allisciati e “Bredpìtt” gli uomini con la pelle lampadata.
Ogni giorno Garibaldi veniva chiamato cornuto da quasi tutti quelli che passavano sotto la statua, Garibaldi era ’o cornuto, quello che aveva rovinato ’o Sud e le sue ricchezze.
“Chisto, è stato chisto che ci ha inguiati a tutti quanti, ’sto cornuto,” e Sarchiapone menò un’occhiata a Garibaldi e si accese, eccitato e con gli occhi rossi dalla stanchezza.
“Ah, se non era per lui, noi eravamo ricchi, tutti ricchi noi ’o Sud… vedi come nascono le differenze tra ’o Nord e ’o Sud? ’A sai ’a storia, Mariané? Ma sì, tu sei intelligente e sai tutte cose, ’o ssaccio,” e Sarchiapone sorrise, con la faccia di uno che aveva detto una cosa assai importante.
Marianeve non lo ascoltava, non lo sentiva proprio. Da quando erano entrati a Napoli, si era come scimunita. Non sapeva dove guardare, non sapeva dove mettere gli occhi: ogni cosa richiedeva l’attenzione della sua pupilla, ogni cosa la colpiva in faccia, come uno schiaffo a mano aperta.
Quando ebbero parcheggiato la macchina, Marianeve diede il braccetto al padre e se ne salirono insieme per Mezzocannone. Marianeve in fronte aveva mille perle di sudore e quella era la sua coroncina, il suo diadema nuziale, quello passava il convento. Sarchiapone trascinava valigie e borse, tutto per non far sciupare la sposina, per non farla stancare, perché Marianeve doveva sposare Napoli, eccerto, ma poi doveva mettersi a sturià.
Non ci stava la musica per la sposina, non c’era manco una marcia ad accompagnarla, ma solo un rumore di ossa scartellate, un suono di boccacci e vasetti di vetro che, nelle buste di Sarchiapone, facevano un clac clac continuo, sbattevano e si tozzoliavano l’una con l’altra e contenevano tutte le jastemme, i dolori e i pianti della mamma della sposa, che manco un ciao alla figlia aveva saputo dire. Cià, statte bbona figlia mia, non l’aveva saputo dire. Clac clac, la sposina sta passando, levateve ’a’nnanz’, sta passando tutta sudata insieme al padre, clac clac, arriva la sposina senza corredo e senza velo in faccia, arriva senza cantanti e senza fuochi d’artificio, arriva con questo rumore di vasi di vetro che è rumore di cozze che sbattono.
Sta passando la sposina che suda pure l’acqua di Cristo, la sposina abbassa lo sguardo e pensa che Napoli non la conosce, non conosce cosa sta andando a sposare, non sa se sta andando a sposare n’omme, ’na zoccola, un animale feroce o una pianta carnivora fetente.
“Dobbiamo solo salire per Mezzocannone, e qua sta casa tua,” e Sarchiapone aveva la bocca aperta e la lingua da fuori, e tossì talmente forte che si staccò dal braccetto, tossì talmente forte che scatarrò e sputò per terra.
Mezzocannone era la via della casa nuova di Marianeve: era una via dritta, poteva essere discesa e salita, collegava il rettifilo di corso Umberto a piazza San Domenico e a piazzetta Nilo, era una via dritta e appesa e pioveva sulla testa delle sfingi della Federico II.
Marianeve capì subito che Mezzocannone non era una via, ma un budello, un cunicolo, un intestino, una viscera dritta e lunga a cielo aperto, che fermentava e raccoglieva pietre, negozietti, copisterie, chioschi di cuzzetiello e ragù; Mezzocannone era un budello, ma non era il budello di un cristiano normale ma di un munaciello piccolo e basso, che vagava per il centro storico di Napoli e menava ovunque la sua polvere di furfante e di coccinella.
Quella era la casa nuova di Marianeve, d’ora in poi Marianeve si sarebbe svegliata e messa a dormire in quella città, matina e sera. Napoli non si poteva racchiudere in un filo d’erba o in un dente di leone delle campagne, era ’na cosa talmente grossa e spaventosa che Marianeve sentì una fitta là sotto perché non riusciva a trovare nulla che somigliasse a quella viscera appesa di Mezzocannone. Napoli mi ha sgamata, pensò, manco sono arrivata e Napoli sa già chi sono, guardala, già mi ha vista in faccia.
Napoli era ’na figlia ’e ’ndrocchia, una guappa, perché aveva già capito chi era Marianeve e cosa aveva là sotto, e la sposina sentì fin dentro la sua spaccatura tutte le spaccature e le ferite di Napoli, nel suo mal di Napoli uterino.