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Alessandro Botteon anteprima. Anime azzurre

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Verso la fine del 2001, mentre le televisioni di tutto il mondo si sintonizzavano su due torri che smettevano di essere torri, nell’alta val Badia, una delle punte più estreme del Nord Italia, cadeva una pigna”.

È in libreria Anime azzurre di Alessandro Botteon (Bompiani 2026, pp. 288, € 19,00).

In val Badia le storie di Alicia e di Johann si incontrano in alta quota, dove chi nel rumore della città non si sarebbe mai incontrato può avvicinarsi e scoprirsi anima azzurra con lo sguardo al cielo.

Immagini spettrali e delicate:

La madre era un fantasma. Aveva le movenze, il silenzio e la leggerezza degli spettri. Ogni gesto era gentile, delicato, preciso al punto da far pensare che la mancanza della voce le avesse, in qualche modo, restituito un nuovo senso del tatto, un linguaggio di contatti con le pentole, il fieno e il legno che raccontava una storia senza più bisogno di parlare una lingua.”

Amici che evadono in cerca di un futuro diverso:

Io non lo so perché, Johann, ma sento che devo andarmene. Sono quindici anni che sono qui. Ho visto le valli di là, quel che si apre dopo il Gardena. C’è un’autostrada, Johann. Le macchine vanno a centotrenta all’ora. Te le immagini? Tante fabbriche stanno assumendo. Hanno bisogno di persone nuove, gente che ha voglia di lavorare, come te e me. Che dici?”.

Una porta con un’incisione misteriosa:

Devi chiudermi per aprirmi”.

La forza degli elementi si incontra con l’ambiente estremo:

Un tuono ancora più vicino lo fece sobbalzare. Sentiva le vibrazioni percorrere tutta la natura, il suono di una vecchia divinità che si risvegliava.”

Nella natura incantevole e inquietante delle Dolomiti Alessandro Botteon narra la vita di un mondo che conserva il passato e le leggende:

Gli Azzurri erano trasparenti, fatti di un ghiaccio che si faceva più scuro a mano a mano che la loro età avanzava.”

Anime azzurre racconta un mondo che intrappola i suoi figli e li condanna. Per chi fugge e chi resta.

Carlo Tortarolo

#

Il rifugio degli Hofer era un edificio oblungo, tozzo e dai tetti inclinati e stretti, costruito pensando alla neve. Aveva le imposte dipinte di rosso e i muri in cemento grezzo. All’aperto, due larghe terrazze in legno ospitavano tavolate che in estate si riempivano di turisti, e in inverno di sciatori dagli scarponi tutti diversi. All’interno, un caminetto e un pianoforte tenevano alto il morale quando il tempo aveva la meglio.

Johann si fermò poco prima della porta d’ingresso, guardando l’alba profilarsi oltre gli spigoli rosa delle montagne. Il primo spicchio di sole aveva superato i picchi rocciosi. In pochi attimi l’intera vallata fu ricoperta di una luce che sembrava dire “l’estate è un ricordo”.

Entrò e salutò il vecchio Hofer, che quel rifugio l’aveva aperto, appena finita la Seconda guerra. Aveva recuperato quel che restava di un forte militare, aveva costruito i letti, i mobili, la cucina e l’aveva adibito a tappa per gli esploratori di quell’ultima parte d’Italia. Il legno, il fuoco che ardeva in

un angolo, accanto al pianoforte, il soffitto basso e gli sbuffi caldi che salivano dalla lavastoviglie evocavano una vecchia idea di casa.

Johann, ragazzo mio, vieni qui,” fece cenno il signor Hofer, seduto su una sedia accanto al caminetto. Teneva in grembo un libro senza leggerlo. Era l’Edda di Sturluson Snorri, il grande testo del mito nordico. “C’è una novità, quest’anno. Viene una ragazza. Ti darà una mano a servire.” Tossì per riprendere fiato. “Viene da Nuova York.”

Johann lo guardò, una luce di sorpresa nello sguardo.

La città delle torri?”

Il vecchio sospirò, un’espressione cupa in volto.

Quella lì, oltre l’oceano.”

E lo parla l’italiano?”

Penso di sì, gli zii sono italiani. Erano vecchi amici dei signori Rossi, giù a La Villa. Arriva domani mattina. Prenderà la tua stanza.”

E io?”

Ti trasferisci nella soffitta. Ho fatto spostare gli scatoloni a Margaret, c’è abbastanza spazio per il tuo letto. Sistemalo prima di sera.”

E i tavoli? Le mance?”

Li dividerete.”

Johann, contrariato, si avviò verso le scale in legno che si snodavano nell’ombra. Se c’era una cosa che aveva capito dopo anni di stagioni al rifugio, era che non si poteva discutere con il vecchio Hofer. In un modo o nell’altro, l’avrebbe avuta vinta comunque.

8.

Johann non sapeva quasi niente di New York. L’aveva vista in foto, da bambino, e più recentemente in televisione. Aveva visto il fianco metallico della torre coperto di fumo, poi il secondo aereo, il crollo, una nuvola grigia, e poi più nulla. Gli adulti erano agitati. Parole piene di polvere – guerra, invasione, terrorismo – gli erano arrivate come un’eco distorta nelle chiacchiere dei turisti, con le loro dita puntate al piccolo schermo sopra il bancone del bar. Sapeva che qualcosa, quel giorno, era cambiato, ma non sapeva bene come, o cosa. Quel che gli rimaneva negli occhi era quella terza torre, fatta di fumo, che da sola aveva superato in altezza, in qualche minuto, tutti i grattacieli della città, alzandosi in cielo come un segnale d’aiuto rivolto all’oceano che le si apriva davanti.

Il resto, su New York, gli veniva dai film, che erano la sua unica vera passione. All’angolo della sala grande del rifugio troneggiava un televisore più grande di quello del bar, con il lettore dvd. Il vecchio Hofer era costretto a rinnovare spesso la sua libreria di film per stare al passo con i tempi, e così l’incarico più bello che toccava a Johann era la visita settimanale alla videoteca di Corvara, giù in valle, per fare rifornimento. Era un negozio stretto ma profondo, all’angolo di una via ricolma di bar e ristoranti. In rigoroso ordine alfabetico, centinaia di VHS e DVD erano disposte in lunghe file che si

perdevano nello spazio interno, con le loro copertine grigie e il titolo in caratteri troppo larghi per il cofanetto di plastica che li ospitava. C’era anche una vetrina, all’ingresso, con decine tra i modelli più recenti di macchine fotografiche, videocamere e lenti. Appartenevano a un negozio diverso, ma il proprietario era lo stesso e aveva creato uno spazio comune che metteva in mostra la sua passione per il cinema, dalle lenti della Leica fino ai film di Clint Eastwood. Si chiamava Max e aveva una trentina d’anni, anche se li portava male. Era smilzo, i capelli biondi e radi raccolti in una coda. Aveva

modi affabili e passava le giornate davanti allo schermo di un computer, nella penombra elettrica del locale.

Johann era all’ingresso, gli occhi che viaggiavano da una videocamera all’altra.

Di’ un po’, Jo. Non te ne ho già venduta una, qualche mese fa? Una pv-dv101, se ricordo bene.”

Johann annuì. Il suo sguardo si era soffermato su un modello in particolare.

Ah, la Sony Handycam dcr-pc110. Nella fascia amatoriale, è il modello di punta. Qualità dell’immagine eccezionale. Un megapixel di sensore ccd. Ottica Carl Zeiss. Ha anche lo schermo lcd a colori.”

Quanto costa?”

Due milioni.”

Johann sbiancò.

È più del doppio dell’altra.”

Max allargò le braccia.

È la migliore di tutto il negozio.”

Johann si era messo a camminare tra gli scaffali zeppi di DVD.

Max si era alzato dalla sedia e l’aveva seguito nel suo vagare da un corridoio all’altro. Gli si era infine avvicinato: “Di’ un po’, che ne pensi di Jackie Brown?”

Non l’ho visto ancora.”

È Tarantino.”

Johann annuì distratto, mentre vagabondava con gli occhi e con le dita per scandagliare le file più distanti. Fermò il dito su Taxi Driver, soppesò la scatoletta vuota e si girò verso Max.

Questo qui,” disse porgendoglielo.

Non è un film allegro, lo sai?”

Non importa. È ambientato a New York.”

E quindi?”

Voglio vedere la città.”

Max scosse la testa, uno sguardo curioso dipinto in volto, ma non fece altre domande. Prese i soldi del signor Hofer, inserì il disco nel cofanetto, lo richiuse e lo porse a Johann.

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