Da lontano, forse da lontanissimo si avverte come l’eco di Vasco Pratolini nelle pagine di Adele (pagg. 208, € 15,00), romanzo YA che Anna Vivarelli fa uscire oggi per Sinnos.
Una eco, un tono, insomma qualcosa capace di unire gli anni suggeriti nel romanzo (ipoteticamente fra la fine dei 50 e i primi 60 del vecchio Novecento) a quelli dell’autore toscano dichiarati ne Il quartiere come in Cronache di poveri amanti. Soprattutto capaci di richiamare nelle parole dei personaggi una porzione di quel mondo, dandone una rappresentazione veritiera per quanto necessariamente rapportata al pubblico cui si rivolge.
La cifra stilistica che troviamo in Adele è tutta farina di Vivarelli, qui perfettamente in sintonia con la narrazione di una società civile, quella italiana, sul discrimine fra un vecchio mondo e quello che sarà.
Soprattutto, l’autrice riesce a centrare la storia sul quanto accade ai personaggi, a renderne credibili vicissitudini, desideri e motivazioni.
La struttura del romanzo è circolare, almeno per quanto riguarda il luogo da cui parte e in cui si chiude la storia: una Torino presa a ridosso della grande trasformazione industriale dovuta all’automobile. La città sabauda viene citata e mai rappresentata, diremmo. Perché così l’attenzione si focalizza sui personaggi, sui loro umori e sentimenti.
E quindi, da una parte abbiamo Adele, dall’altra Giulio De Ferrari. Lei è la figlia unica di una portinaia e di un operaio, lui il figlio unico di una donna ricca.
I due vivono nello stesso «imponente e signorile palazzo del centro», ma la distanza verticale dei loro appartamenti ne detta lo status.
Se Giulio abita con la madre nel piano nobiliare, Adele si spartisce i microspazi della portineria con i genitori.
Inferno e paradiso, dunque luoghi inconciliabili.
Così sarebbe se non esistesse uno “spazio terzo”, che è l’anfratto nel cortile dove si depositavano le biciclette. I due si incontrano lì. In quel luogo neutro (una specie di purgatorio?) costruiscono un rapporto di fiducia “interclassista” e stabiliscono il patto che lo sancisce («Niente bugie» disse Giulio tendendo la mano. Adele gliela strinse anche se un po’ le scappava da ridere. «Niente bugie».). Qualcosa che dura per una manciata di capitoli, prima di rompersi e mandare i protagonisti “in giro per il mondo”.
Proprio al palazzo però Adele e Giulio torneranno per chiudere il racconto e indicare una nuova prospettiva di società e di famiglia, alternative a quelle interpretate dai genitori perché capace di una convivenza nell’autonomia dei corpi.
Fra inizio e fine di Adele, si colloca invece il tempo degli eventi (inteso non solo come Cronos).
È lui che cambia le carte in tavola. Più precisamente, obbliga i personaggi a cambiare, a scegliere cosa diventare.
Accade soprattutto a Adele. Su di lei le avversità della sorte incidono pesantemente. Muore il padre; viene sfrattata; la madre la abbandona in un collegio di suore per andare, dice, in Argentina e poi scomparire; infine viene adottata dai Giraudo, «una coppia di commercianti di solidissimo conformismo». Sono schiaffi in pieno volto da cui Adele esce fuori con un carattere laconico, scabro, tutto scatti e ombrosità. Al contempo deciso e senza paure.
Giulio invece, con la scusa dell’università fugge negli Stati Uniti, in California, a San Francisco. Lì diventa quanto desidera essere: non solo un esperto d’arte, ma un uomo che ama altri uomini.
Ognuno dei due perde la vicinanza con l’altro, eppure qualcosa resta dentro, come un tarlo inesausto.
È anche questo che fa tornare Giulio a Torino, dalla madre? Forse. Di fatto è quanto mette in moto la circolarità del racconto.
Infatti, finita la parte “esperienziale”, Adele diventa un viaggio di ritorno, un tentativo (riuscito) di ricostruire una amicizia che aveva dentro più di quanto aveva fatto vedere. Il qualcosa che gli eventi interrompono, gli stessi fanno ripartire.
Allo stesso tempo il romanzo diventa lo spazio in cui i due protagonisti mettono a confronto quanto erano e quanto sono diventati. Ancor più, diventa il punto di rientro nel patto, nel dirsi la verità senza mai inficiarla con un (pre)giudizio morale («Niente bugie»), nell’accettarla permettendo quindi al baricentro del racconto di trovare un nuovo assetto.

Muovendo fra mondo interiore e realtà sociale, Adele traccia un percorso di crescita individuale, espresso attraverso la volontà di contrastare le avversità. L’impurezza che questo si porta dietro nell’arrivare al riconoscimento di una identità autonoma, non risulta essere assolutamente un difetto, anzi.
I protagonisti divengono, lungo il procedere dei capitoli, la risultante di quanto hanno vissuto e lo dichiarano apertamente.
Inoltre, la scrittura di Vivarelli, capace di farsi ruvida o morbida a seconda dei passaggi, ne rende più veri i caratteri, li fa empaticamente più vicini al lettore. Il quale, non dimentichiamolo, deve fare anche l’altra fatica di calarsi nel momento storico che incornicia il romanzo.
A parte questo, gli sguardi di Adele e Giulio restano comunque puntati verso una idea di cambiamento. Più che intuire sanno di dover mutare, pur con alcuni compromessi, lo statuto della società civile. È l’unica, vera possibilità di essere se stessi, di non soccombere alle sue imposizioni.
Sergio Rotino
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Adele si era ormai convinta che la storia del lavoro lontano fosse una favoletta, e forse sua madre era al gabbio insieme alla madre di Gianola, forse era morta, ma a suor Maria Assunta che tutto governava dal suo ufficio non era stato detto. Però l’Argentina la mamma l’aveva tirata fuori per una ragione, lei che di geografia non sapeva quasi nulla.
E finalmente una sera, quando si spensero i neon della camerata, ad Adele tornò in mente quel nome di città. Buenos Aires.
In quarta elementare la maestra aveva letto un racconto del libro Cuore, Dagli Appennini alle Ande. Le era piaciuto. La madre del protagonista partiva per Buenos Aires per mettersi al servizio di una famiglia ricca. Forse sua madre aveva preso l’idea dal libro Cuore, anche lei poteva averlo ascoltato a scuola. E se hai una trama già pronta risparmi la fatica di inventarne una.
Quel Marco del racconto aveva tredici anni, più o meno l’età che aveva lei ora. Un segno del destino? Però nel racconto quel ragazzino salvava sua madre. Era stato sul piroscafo, aveva visto l’immenso fiume Paranà, “rispetto al quale il nostro grande Po non è che un rigagnolo”.
Questo le era sembrato esagerato, il Po era un bel fiume largo, l’aveva guardato scorrere decine di volte dal ponte della Gran Madre con papà.
“Dovessi arrivar moribondo purché io la riveda una volta…”.
Poi la maestra aveva letto il pezzo della madre malata che non voleva farsi operare per paura di morire sotto i ferri. E finalmente Marco l’aveva trovata.
“Sei tu eroico fanciullo che hai salvato tua madre”.
Adesso quella storia non le sembrava così bella. Lei non aveva alcuna voglia di partire per Buenos Aires per cercare sua madre.
Prima di decidere, chiese consiglio a suo padre, dentro la testa: “Tu che faresti, papà? Partiresti alla ricerca di mamma con un fagotto sulle spalle?”.
“No!”, rispose lui. “Ti ha lasciata qui tra suore, prediche e odori rivoltanti”.
“E se fosse malata?”.
“Poteva telefonare. Non siamo più ai tempi del libro Cuore. E poi tu non hai neanche l’indirizzo, almeno l’eroico fanciullo della storia ne aveva uno”.
“Giusto, papà”.
Bene, lei non avrebbe mai intrapreso nessun viaggio per nave alla ricerca di sua madre.
Un gran sollievo, veramente.
Resistette ancora un po’, perché suor Ermelinda, che aveva promesso di tenerla d’occhio, si metteva alle sue spalle quasi ogni pomeriggio. Non diceva niente, ma se ne andava con una faccia strana, in cui Adele credette di leggere un po’ di contentezza.
Un giorno suor Ermelinda non si vide più, né in refettorio né in dormitorio.
«Dov’è andata?», chiese a Maria.
«Ogni tanto sparisce».
«E perché?».
Maria si picchiettò l’indice sulla tempia.
«Che sarebbe?».
«Te l’avevo detto che piangeva. Forse stavolta non riusciva a smettere». E rise sonoramente.
Per una assurda associazione, Adele pensò a sua madre, alle stranezze degli ultimi tempi, al suo nervosismo, al racconto del libro Cuore. E in quel momento si arrese.
Smise di tenere il conto delle settimane, e tutto diventò più facile. Dormiva meglio, mangiava con appetito, sorrideva perfino. Come le altre, prese a detestare Gianola, anche se non si erano mai rivolte la parola. L’importante era non nominare sua madre, né tantomeno la speranza che tornasse.
Di suo padre poteva parlare perché era morto, ma senza esagerare.
Il pensiero di Giulio De Ferrari ancora affiorava, portandosi dietro i viaggi, i cappotti, la gita in macchina che gli aveva promesso senza mantenere. Faceva un pochino male, ma qualche volta era utile.
C’erano anche intervalli di felicità.
Non ci potevi fare affidamento perché arrivavano del tutto inaspettati, però sarebbe stato sciocco non goderseli. In questo Adele era stata istruita da papà, che era bravo a spremere il meglio dalle cose. Diceva sempre di non prendere esempio dalla mamma, che quando capitava una cosa bella la sprecava.
Così Adele si godette un pomeriggio tiepido nel cortile chiazzato qua e là di un’erba incerta. Le suore sembravano non avere niente da fare, e stavano sedute sulle sedie prese dal refettorio. Le bambine ciondolavano a gruppetti, le facce non sembravano più livide, ridacchiavano e correvano, e nessuno ci trovava niente di male.
Adele poté perfino pensare di fare davvero amicizia con qualcuna di loro, anche se poi il momento passò in fretta. Però, soprattutto nei giorni di festa, le sembrava di capire esattamente che cosa avesse dentro Gianola, perché alcune compagne uscivano dall’istituto, e lei restava. Era la domenica il giorno difficile.

La domenica dei dolci Adele era, come al solito, più rabbiosa del resto della settimana. In un angolo della sala comune, dove rientravano alla spicciolata le fortunate, Adele ribolliva e sentiva addirittura l’impulso di picchiare qualcuno: o Lucrezia, che stava per tornare al paese della val d’Ossola in cui era nata perché la madre aveva trovato un nuovo marito, e che da un po’ ripeteva continuamente: «Me ne vado, ciao ciao». O Mirella, che ogni tanto andava fuori con una zia, tutta vestita di nero, una passeggiata di poco più di un’ora, ma se ne vantava come se fosse stata a teatro. O magari proprio Gianola, che stava seduta in silenzio su una sedia, senza muoversi, la stolida espressione di sempre.
Suor Ermelinda era tornata da poco, con la stessa faccia da topolino. Non aveva salutato nessuna delle ragazze, ma aveva ripreso a tenerla d’occhio. Quella domenica le scivolò accanto e le toccò una spalla: «Che ti è successo mentre ero via?».
«Niente. Non è successo niente».
«Non è vero. Canta una canzone nella testa, gioca a dama o studia qualcosa. Ma togliti quella brutta smorfia dalla faccia o te la vedrai con me».
La pendola dell’atrio aveva appena suonato le sei, quando l’inaspettato capitò. La settimana prima un pasticciere e sua moglie avevano preso con sé una delle piccole, e per gratitudine avevano portato all’istituto un’infornata di pasticcini che andavano mangiati in fretta perché non li si poteva conservare a lungo.
Gran fermento, non se ne capiva il motivo ma poi fu chiaro che quella sera tutto sarebbe stato diverso: novità, novità, niente minestra, dolci per tutti. Arrivarono lunghi vassoi di bignole con le glasse verdi, rosa, bianche, marroncine, diplomatici, funghetti con una spolverata di cacao. Quel pomeriggio si trasformò in una specie di festa. Anche le sorelle più fiacche si animarono, e tutto sembrò quasi bello.
Addentando un pasticcino con la crema pasticciera, glassa bianca, Adele sentì il benessere passare dalla bocca al resto del corpo.
Sei sola, manda via tua madre.
Ma quando il gusto della crema se ne andò, si portò via anche quei nuovi propositi.
Certe volte, Adele immaginava di essere convocata nell’ufficio di suor Maria Assunta e di ritrovare la mamma lì in piedi, tutta sorridente. Lei l’avrebbe salutata fingendo di essere contenta e poi, una volta sole, avrebbe appurato se la sua lunghissima assenza era dovuta a una malattia gravissima come nella storia Dagli Appennini alle Ande, o alla prigione. E se lei le avesse risposto no e no, le avrebbe urlato contro che invece in prigione ci aveva mandato sua figlia, perché si usciva solo in cortile, neanche per andare a scuola, e si viveva da carcerate.
Però Adele dubitava di trovare il coraggio di urlare contro la mamma, non era mai successo, sembrava stranissimo. E subito dopo immaginava di raccontare a Giulio quanto si sentiva arrabbiata. Lui con sua madre litigava, e ricordava di avergli detto che qualche volta, se le finestre erano aperte, si sentivano le loro voci alterate.
«Ci vuole coraggio», gli aveva detto ammirata.
«Tanto non arrivo mai a niente», aveva risposto Giulio.
Però forse dopo si sentiva un po’ meglio.