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Ethel Mannin. Sabishisa

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È stata l’aria assorta, la postura rilassata del corpo, anche mentre dipinge, o gli intensi occhi azzurri così iconograficamente occidentali di Vanessa Cleft, trentenne pittrice inglese, ad attirare lo studente universitario Matsutaro Okita, che la vede mentre sta facendo una passeggiata sulla spiaggia e si innamora di lei da subito? In realtà quello che lo attrae è l’aria di libertà e sicurezza che permea Vanessa, una donna che non ha bisogno di appartenere a un luogo, o a un uomo. Dopo i primi convenevoli lui si accorge che il suo interesse è ricambiato, “da quando le loro dita si sono sfiorate sulla sabbia” e la invita a trascorrere del tempo a casa dei suoi genitori, famiglia di antico lignaggio giapponese, penalizzata dalla perdita di terreni e proprietà dopo la riforma agraria imposta a seguito della sconfitta della Seconda Guerra Mondiale. Siamo alla fine degli anni 50, l’occupazione americana è ormai conclusa, ma il Giappone non è ancora la florida terra dell’imperante trionfo tecnologico al quale siamo abituati. È un paese ferito, sofferente, intento a riaversi dallo shock subito dalla perdita delle certezze, senza che il futuro appia rassicurante. È un Giappone colto in una fase di radicale transizione, quello raccontato dalla Mannin, in affanno, preso dalla smania di non rinnegare le sue origini di paese e cultura profondamente gerarchica, feudale e patriarcale, ma che, al contempo, protende lo sguardo a modi di vivere diversi, più occidentali.

Matsumaro cerca qualcosa di più di un contatto sessuale da Vanessa, stufo di incontri a pagamento con giovani geishe che cercano solo di compiacerlo, e desideroso di sottrarsi al matrimonio combinato con la sorella del suo migliore amico Shoichi Tanaka, che a sua volta, è promesso fin dall’infanzia alla sorella di Matsumaro, Suzu. La presenza di Vanessa, la sua relazione con il giovane giapponese è una sorta di incidente scatenante destinato a far saltare confini ed equilibri apparentemente solidi nella quieta famiglia Okita. L’esigua quantità di tempo a disposizione, paragonata allo splendore destinato a sfiorire dei ciliegi durante la stagione dell’hamami, carica di estrema intensità la relazione tra il giovane giapponese e la donna occidentale.

Vanessa è sposata, e il marito, Jonathan, insegna inglese all’Università di Tokyo, ma i due sono in una relazione eticamente non monogama, con espressa tolleranza verso gli elementi estranei alla coppia, purché ciò non intacchi la loro reciproca devozione. Nonostante la disapprovazione evidente che Suzu non fa nulla per nascondere, Vanessa con la sua disinvolta gentilezza e l’arte che ha in comune con il padre del suo giovane amante, Yoshio, poeta e filosofo, diventa una presenza gradita nella casa degli Okita. Uno dei punti più dolenti della relazione padre/figlio resta la scarsa stima che Matsumaro sa che il padre e l’intero gruppo familiare nutrono per lui, mentre a fare da contraltare c’è il ricordo del giovane cugino, morto su un aereo kamikaze e venerato come un dio. Infatti, come si a competere con un ragazzo perfetto, scomparso dal mondo senziente a 17 anni, offerto come il sacrificio migliore alla patria?

La morte improvvisa di Vanessa nel volo che la riportava dal marito, chiude un cerchio e ne apre uno ancora più grosso fatto di rimpianti, sensi di colpa, e dolore. Quando, anni dopo, il marito, Jonathan, svuotato di ogni vitalità, e perso nel ricordo dolente della moglie perduta, accetterà l’invito di Yoshio Okita a recarsi da loro per il rituale del bun, antica celebrazione giapponese in cui gli spiriti dei defunti tornano a visitare la terra, metterà di nuovo in crisi, con il suo sentire da occidentale, ogni fragile compromesso familiare.

Spigoli ed angoli acuti si smussano per poi ricombinarsi in nuove forme, fantasmi che camminano insieme ai vivi, orientandone il sonno e il cammino, nel tempo sospeso del mondo fluttuante.

Cos’è Sabishisa, la solitudine che permea, come una corrente sotterranea, il carattere e i comportamenti dei personaggi giapponesi, abituati a esprimersi in maniera cauta, usando metafore e giri di parole, per non ammettere i propri sentimenti? Sabishisa è la consapevolezza, l’accettazione della nostra stessa impermanenza.

Possiamo guardare un tramonto di struggente bellezza, sentire in maniera dolorosa di essere toccati dalla grazia, e mentre lo sentiamo, sappiamo già che il fondo della nostra anima è afflitto dalla certezza di non poter comunicare quello che sentiamo, e che ogni cosa è destinata a sfumare.

La solitudine è la condizione naturale di ogni essere umano, tuttavia per i Giapponesi, abituati a considerare l’individuo in relazione alla società, la solitudine è il modo naturale di vivere, il carapace emotivo nel quale sono racchiusi i desideri. Sabishisa è accettare la fine del mondo conosciuto, la linearità delle relazioni e del rapporto filiale, dove i genitori impongono ai figli la scelta del marito/moglie.

Sabishisa è guardare da lontano un aereo, che porterà la persona che amiamo in un altro posto, indugiare con lo sguardo nel vederla sbracciarsi, salutare agitando la mano molte volte, in pugno un fazzoletto intriso di lacrime, restando fermi, immobili, dietro un vetro, senza poter toccare nulla.

«Se ciò che desideri accadesse davvero, se avessi una relazione con questa donna, quando finirà proverai molto più del semplice rimpianto che sentiamo quando cadono i fiori di ciliegio-soffrirai. Stai forgiando una spada con le tue stesse mani!»

Matsumaro sorrise appena.

«Kakemono di primavera», mormorò, «fiori di ciliegio con spada…»

Marilena Votta 

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