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Jess Walter anteprima. Quello che resta

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Le scritte a mano acquisivano un tono via via sempre più pressante, nefasto e sgrammaticato. TORNATE INDIETRO! GLI INTRUSI VERRANNO PUNITI! INCHINATEVI DI FRONTE AL VOSTRO DIO VENDICATORE! CITTADINI SOVRANI ARMATI! E sul cancello aperto di un recinto spinato, ne campeggiava un altro bello lungo, che costrinse Chuck a rallentare: COMUNISTI, SINISTROIDI, FEDERALI, MARIONETTE DI SOROS E CHIUNQUE RIFIUTI IL SIGNORE E I SUOI INSEGNAMENTI: RESTATE FUORI!”

È in libreria Quello che resta di Jess Walter (Nutrimenti 2026 pp. 304 € 20,00, traduzione di Sandro Ristori e Beatrice Messineo).

Una storia familiare, sullo sfondo dell’America di oggi, scritta con ironia e uno stile avvincente. Rhys Kinnick ha scelto l’esilio: ha trascorso sette anni in un capanno tra i boschi. Ha abbandonato la società per vivere fuori dalla rete elettrica nella contea rurale di Stevens, leggendo più di novecento libri e cercando di fuggire da un mondo che non riconosce più. Ma quando i nipoti, Leah e Asher, bussano alla sua porta con una lettera disperata della madre Bethany, il passato irrompe con violenza nella sua solitudine e lui scopre di avere ancora qualcosa per cui vale la pena combattere.

Lungo il cammino, Rhys si ritrova coinvolto nell’Esercito del Signore, una milizia cristiana di estrema destra con sede in Idaho, il cui obiettivo è armarsi contro la fine dei tempi. La posta in gioco è reale: Rhys viene ferito in faccia. La gente viene colpita.

Un romanzo che illumina le crepe della politica di oggi, gli estremismi, le famiglie distrutte e il fallimento delle relazioni. L’autore osserva il panorama di desolazione e si chiede se nel futuro sia ancora possibile la redenzione.

Carlo Tortarolo

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QUELLO CHE RESTA

di Jess Walter

Le scritte a mano acquisivano un tono via via sempre più pressante, nefasto e sgrammaticato. TORNATE INDIETRO! GLI INTRUSI VERRANNO PUNITI! INCHINATEVI DI FRONTE AL VOSTRO DIO VENDICATORE! CITTADINI SOVRANI ARMATI! E sul cancello aperto di un recinto spinato, ne campeggiava un altro bello lungo, che costrinse Chuck a rallentare: COMUNISTI, SINISTROIDI, FEDERALI, MARIONETTE DI SOROS E CHIUNQUE RIFIUTI IL SIGNORE E I SUOI INSEGNAMENTI: RESTATE FUORI!”

È in libreria Quello che resta di Jess Walter (Nutrimenti 2026 pp. 304 € 20,00, traduzione di Sandro Ristori e Beatrice Messineo).

Una storia familiare, sullo sfondo dell’America di oggi, scritta con ironia e uno stile avvincente. Rhys Kinnick ha scelto l’esilio: ha trascorso sette anni in un capanno tra i boschi. Ha abbandonato la società per vivere fuori dalla rete elettrica nella contea rurale di Stevens, leggendo più di novecento libri e cercando di fuggire da un mondo che non riconosce più. Ma quando i nipoti, Leah e Asher, bussano alla sua porta con una lettera disperata della madre Bethany, il passato irrompe con violenza nella sua solitudine e lui scopre di avere ancora qualcosa per cui vale la pena combattere.

Lungo il cammino, Rhys si ritrova coinvolto nell’Esercito del Signore, una milizia cristiana di estrema destra con sede in Idaho, il cui obiettivo è armarsi contro la fine dei tempi. La posta in gioco è reale: Rhys viene ferito in faccia. La gente viene colpita.

Un romanzo che illumina le crepe nella politica di oggi, gli estremismi, le famiglie distrutte e il fallimento delle relazioni. L’autore osserva il panorama di desolazione e si chiede se nel futuro sia ancora possibile la redenzione.

Carlo Tortarolo

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Uno

Cos’è successo a Kinnick

Una ragazzina tutta precisa e ordinata se ne stava là, piantata nella veranda di Rhys Kinnick. Al suo fianco, un bambino coi capelli sparati in aria spostava il peso da uno scarpone all’altro. Tutti e due con lo zaino in spalla. Dietro, sulle scale, una donna sotto un ombrello si riparava dalla pioggia battente.

Era stata la ragazzina a bussare. Kinnick aprì la porta giusto di uno spiraglio. E attraverso la zanzariera sporca, gracchiò: “Riviste o cioccolato?”.

Lei, che poteva avere una decina d’anni, gli lanciò un’occhiata torva. “Che cosa hai detto?”.

Per caso si era mangiato le parole? Da quant’era che non parlava con un altro essere umano? “Ho detto, che cosa vendete voi giovani e valorosi capitalisti? Riviste o cioccolato?”.

Non vendiamo niente”, rispose il bambino. Doveva avere sei anni, su per giù. “Siamo i tuoi nipoti”.

Al che, la gola di Kinnick sputò fuori un verso strozzato: un rantolo, l’avrebbe definito quando ancora si guadagnava da vivere scrivendo. Ma certo che erano i suoi nipoti. Non li aveva guardati bene in faccia. E la stramba signora sulle scale l’aveva tratto in inganno. Ora che li osservava meglio, riconosceva l’aria di famiglia nella curva pronunciata del labbro superiore, negli occhi infossati e indagatori. Sì, erano proprio Leah e Asher. Santo cielo! Quand’era che li aveva visti l’ultima volta? Provò a ricordare, sforzandosi di dare applicazione concreta a un concetto che per lui si faceva sempre più annebbiato: il tempo. Erano venuti a trovarlo insieme a sua figlia, un pomeriggio. Quando??? Tre anni prima? Quattro?

A ogni modo, quelli non erano degli sconosciuti che vendevano dolcetti per la scuola. Erano i suoi nipoti, sangue del sangue del sangue di Rhys Kinnick, figli della sua unica figlia, Bethany. Solo che non potevano avere sei e dieci anni, giusto? Il calcolo richiese un ulteriore ricorso al nebuloso concetto di tempo.

Il signor Kinnick?”. Adesso era stata la donna con l’ombrello a parlare.

Sì”, rispose. “Sono io”. Poi guardò di nuovo i nipoti. “È tutto… State…”. I pensieri si rincorrevano troppo in fretta perché la bocca riuscisse a stargli dietro e dargli voce. Aprì di più la porta. “Dov’è vostra madre?”.

Non lo sappiamo”, rispose Leah. “Mamma è partita un paio di giorni fa. Ha detto che sarebbe tornata tra una settimana. Ieri Shane è andato a cercarla”. Tredici anni. Leah aveva tredici anni. Era la figlia del vecchio fidanzato di Bethany, quell’idiota di Doug o, meglio, Doug-iota, che era uscito di scena già da un bel po’.

Il piccoletto di otto, anzi nove anni, era Asher, figlio di Shane lo Shemo. Nove anni, sì.

Ah, il tempo, che enigma inafferrabile… inafferrabile quanto il gusto di Bethany in fatto di uomini.

Kinnick guardò meglio la donna dietro i suoi nipoti. Era nera e portava un paio di occhiali grossi e tondi. Aveva passato la trentina, tirando a indovinare. Più o meno la stessa età di sua figlia. Risalì gli ultimi scalini del portico.

Mi chiamo Anna Gaines”, disse. “Io e mio marito viviamo nella stessa palazzina di Bethany e Shane. Stamattina Leah è venuta da me con questa”. Gli mostrò una busta. C’era scritto: per anna a pennarello. E sotto: in caso di emergenza. La grafia era di Bethany.

Mamma l’ha lasciata nell’armadio”, spiegò Leah. “Dentro uno dei miei stivaloni da neve”.

Kinnick aprì la zanzariera e uscì a prendere la lettera. Tirò fuori il foglio, era scritto su entrambi i lati con la grafia precisa e inclinata a sinistra di Bethany. Tastò la camicia in cerca degli occhiali, poi mise a fuoco le parole:

Cara Anna. Se stai leggendo questa lettera, significa che sono stata costretta a partire con urgenza. Mi rendo conto che ti sto chiedendo molto, ma ho bisogno che porti i bambini da mio padre, Rhys Kinnick. È un misantropo che…

Kinnick alzò lo sguardo. “Non sono un misantropo”. Poi ricominciò a leggere.

Cara Anna. Se stai leggendo questa lettera, significa che sono stata costretta a partire con urgenza. Mi rendo conto che ti sto chiedendo molto, ma ho bisogno che porti i bambini da mio padre, Rhys Kinnick. È un misantropo che ha tagliato i ponti con la nostra famiglia…

Non ho ‘tagliato i ponti’. È…”. Rhys sentì ribollire il sangue. “Complicato”. Ma i suoi nipoti si limitavano a starsene lì a fissarlo, apparentemente incuranti di sfumature e complessità, proprio come il resto del mondo. Kinnick sbuffò di nuovo e riprese la lettura.

Cara Anna. Se stai leggendo questa lettera, significa che sono stata costretta a partire con urgenza. Mi rendo conto che ti sto chiedendo molto, ma ho bisogno che porti i bambini da mio padre, Rhys Kinnick. È un misantropo che ha tagliato i ponti con la nostra famiglia e ora vive nel degrado…

Degrado?”. Kinnick si guardò intorno. “Degrado?”. In un angolo, erano ammassati un vecchio frigorifero, una pila di batterie per auto e barche e un invertitore di corrente bruciato. Nell’altro angolo, la sua vecchia lavatrice e un solitario filo su cui stendere la biancheria da cui penzolavano un paio di jeans e una maglietta. “Che storia è questa? In caso di emergenza, trova mio padre e fallo sentire un vero schifo?”.

I nipoti continuavano a fissarlo in silenzio. Sbuffò per l’ennesima volta, poi riprese a leggere. Giurò a sé stesso che a quel punto sarebbe arrivato fino all’ultima riga.

Cara Anna. Se stai leggendo questa lettera, significa che sono stata costretta a partire con urgenza. Mi rendo conto che ti sto chiedendo molto, ma ho bisogno che porti i bambini da mio padre, Rhys Kinnick. È un misantropo che ha tagliato i ponti con la nostra famiglia e ora vive nel degrado in un capanno a nord di Spokane, Stevens County. È isolato dal resto del mondo, non ha né email né telefono. Prendi l’autostrada 395 da Spokane e procedi in direzione nord per una cinquantina di chilometri. A Loon Lake, prendi la 292. Prosegui per otto chilometri e all’incrocio svolta a destra, in direzione opposta rispetto alla Riserva indiana di Spokane. Attraversa la cittadina di Springdale e poi imbocca Hunters Road e procedi per altri quindici chilometri. Sulla sinistra, troverai una strada sterrata che attraversa un ponticello, percorrila per quattrocento metri finché non vedi un canale e due solchi di pneumatico che passano in mezzo a un boschetto di betulle. Quello è il vialetto di mio padre. Non ci sono cartelli. Seguilo fino in fondo fin quando non trovi un capanno di cemento grezzo. Ti avverto, mio padre può risultare piuttosto respingente…

Respingente?”. Lasciò ricadere braccio e lettera lungo il fianco. “Ma si può chiedere aiuto in questo modo?”. E però, con un lampo d’orgoglio, non poté che ammirare la ricchezza del vocabolario: ‘misantropo’, ‘degrado’, ‘respingente’. Bethany ci sapeva ancora fare con le parole. Un tempo aveva pensato che sarebbe diventata una scrittrice come lui, ma forse le mancava la pazienza. O la sicurezza.

Poi gli tornò in mente una cosa e abbassò lo sguardo verso la bambina. “E la nonna?”. Ma già mentre lo chiedeva…

Nonna Celia è morta”, rispose Leah.

Asher annuì.

Oh, no”, disse Kinnick. “Quando?”.

Un mese fa”, rispose Leah.

Oh, Celia”. Era sempre stata ammantata da un alone di fragilità, come se non facesse parte di questo piano dell’esistenza. Kinnick si appoggiò allo stipite, con una fitta al fianco. Non c’era da meravigliarsi se Bethany se l’era data a gambe. Sua madre era stata la cosa più vicina a una bussola che avesse mai avuto.

Le è venuto un linfoma”, disse Asher. Era strano sentire una parola tanto grande su una bocca tanto piccola. Gli ricordava Bethany alla sua età.

Oh, Celia”, ripeté Kinnick con gli occhi velati. Ripensò al loro primo incontro, nella biblioteca dell’Università dell’Oregon quarant’anni prima. I capelli lunghi le dondolavano sulla schiena come la coda di un cavallo purosangue. Lei studiava botanica e scienze naturali, voleva fare l’infermiera. Ripensò a come dormiva dandogli le spalle, ai suoi zigomi alti. Mai visto nessuno dormire così pacificamente. Spesso le metteva una mano davanti alla bocca, per accertarsi che non se ne fosse andata all’altro mondo. Si erano sposati nel giro di un anno, poi avevano finito gli studi, messo al mondo Bethany e dato inizio alla loro vita insieme – una vita che, come tutte le cose più belle e degne di nota, aveva presto cominciato ad avvizzire.

Scommetto che è stata una nonna meravigliosa”, disse Kinnick.

Sì”, rispose Leah con il fratellino che le annuiva accanto.

Oh, povera Celia, pensò Kinnick. E povera Bethany. Non vide davanti ai suoi occhi la donna che era adesso, la madre dispersa di quei due bambini, ma la piccoletta dagli occhi grandi che la sera aspettava sveglia a letto una storia del suo papà. E ora quella piccoletta, quella donna, quella madre, aveva perso sua madre. Oh, povera Bethany. E poveri quei bambini, i nipoti che non vedeva da anni, che non aveva nemmeno riconosciuto quando avevano bussato alla sua porta.

Rhys Kinnick si ritrovò quasi piegato in due, trafitto da una condizione patologica che mai gli era stata diagnosticata prima: il rimorso. Accompagnato da un unico, soverchiante pensiero: Che cosa ho fatto?

Si schiarì la voce. “Venite”, disse ai nipoti. Spalancò la porta. “Entrate”.

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Traduzione dall’inglese di Sandro Ristori e Beatrice Messineo

© 2026 Nutrimenti srl

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