Il periodo della pandemia di Covid che ha colpito l’umanità nel 2020 ha avuto notevoli ripercussioni sulle persone: ognuno di noi ha ricercato, sia nei mesi più cruenti che a emergenza terminata, di riposizionarsi in un’esistenza che nella maggior parte dei casi era stata stravolta. Durante il lockdown ciascuno ha cercato di proteggersi come meglio poteva, in luoghi il più possibile isolati dalla propria comunità. La scrittrice inglese Chloe Dalton, consulente politica al Parlamento britannico e al Foreign and Commonwealth Office, e residente a Londra, si era ritirata nella sua casa di campagna, ben lontana dalla città.
Io e la lepre, in uscita in Italia il 31 marzo per Neri Pozza, è il suo libro d’esordio e ha già ottenuto vari riconoscimenti internazionali – finalista al Women’s Prize for Non-Fiction e ai British Book Awards 2025, vincitore del Wainwright Prize come miglior libro dell’anno.
Un giorno di febbraio di quell’anno, passeggiando in solitudine tra i campi, la Dalton trova un minuscolo leprotto con una stella bianca sulla fronte, immobile e totalmente mimetizzato con il terreno. Nasce in lei il dubbio se lasciarlo in quella posizione, sperando che la madre lo ritrovi e abbandonandolo di fatto alla sua sorte tra volpi e falchi, o cercare di salvarlo portandolo a casa ben sapendo, per esperienze vissute da bambina, di non poter entrare in contatto diretto con il suo pelo perché questa azione avrebbe modificato l’odore del piccolo ponendolo in situazione di grave pericolo.
Scelse di portarlo con sé e da quel momento inizia con lei il nostro viaggio in un mondo ai più sconosciuto, quello delle lepri. Animale da sempre bistrattato, è ritenuto fin dall’antichità portatore di sventura, probabilmente perché agisce soprattutto di notte, nell’oscurità, quindi in territori d’ombra che inconsciamente spaventano gli umani. Incredibilmente, proprio per questo motivo, è anche tra le pochissime specie a non essere sostenuta e protetta da associazioni e a non avere alcuna tutela legale da parte degli Stati, tanto che si possono cacciare in ogni giorno dell’anno, anche nel periodo in cui le madri allattano i piccoli.
Il racconto che leggiamo è la narrazione di un mondo selvatico di cui si sono scritti negli anni pochissimi manuali e le notizie pervenute a oggi sono frammentarie e incomplete: perfino un veterinario contattato dalla Dalton non riesce a dare un suo consiglio su come nutrire il neonato leprotto, ritrovandosi ad ammettere di non aver studiato affatto questa specie né a essere a conoscenza di come accudirlo in caso di necessità: non esistono infatti medicinali specifici per le lepri. Sarà lei stessa che con costanza e caparbietà riuscirà a trovare la tecnica per alimentarlo con un minuscolo biberon e sempre lei che da sola troverà le sostanze nutritive idonee per farlo crescere sino a renderlo autonomo.
La Dalton conferma inequivocabilmente nelle sue pagine che è un mondo del tutto misterioso quello delle lepri, un mondo che però, osservato da vicino giorno dopo giorno, possiede abitudini e regole molto precise. Non darà mai un nome a questa lepre per non creare a se stessa l’opportunità di addomesticarla e farla adattare alle richieste umane: vuole assolutamente prepararla alla libertà e quindi sarà piuttosto lei che si adeguerà nel tempo alle esigenze fisiche dell’animale, anche nell’organizzazione delle consuetudini all’interno della propria casa.
Le starà vicino lasciandola esprimere nella sua totale vitalità anche quando, ormai autonoma, scavalcherà il muretto di recinzione e inizierà con le sue scorribande notturne nei campi in compagnia dei suoi simili, e lei temerà di non vederla più tornare. Ma non sarà così e il contatto tra loro diverrà speciale, un contatto basato sulla fiducia reciproca che stupirà la Dalton e che mai si potrà paragonare a quanto legge sui libri scientifici in relazione al comportamento di questa specie. La sua esperienza è del tutto unica, irripetibile ed emotivamente coinvolgente:
“Mi ripeto di non contare gli anni a venire in cui potrebbe non tornare più, ma di custodire nel cuore i giorni che mi ha donato di sua spontanea volontà, quando ha abbassato l’istintiva diffidenza della sua specie verso gli esseri umani e ha condiviso con me la bellezza e il mistero della sua presenza, in una compagnia silenziosa e aggraziata. Ricorderò il modo in cui se ne andava, ma sapendo che, prima di allontanarsi, si voltava sempre a guardarmi.”
Questo libro non è un romanzo, ha piuttosto le caratteristiche di un diario in cui l’autrice annota i momenti topici della crescita della lepre in modo molto dettagliato, preciso e puntuale, alla stregua di uno zoologo, e altresì fissa sulla pagina i preziosi istanti che stimolano e agevolano la propria consapevolezza interiore. L’accudimento a questa lepre, che si scoprirà essere femmina, la porterà a un’analisi profonda e lucida sul mondo che la circonda: la natura con i suoi inevitabili ritmi circolari in contrapposizione alla propria qualità di vita in una Londra frenetica. E non solo.
L’aspetto su cui si soffermerà e a cui darà una fondamentale rilevanza sarà lo stravolgimento totale che l’uomo e la civiltà hanno portato sull’intero pianeta,
dall’inquinamento luminoso – “le immagini satellitari mostrano un pianeta trasformato in una sfera di luce” – a quello acustico – “oggi viviamo immersi in un rumore continuo” – stravolgimenti che hanno indubbiamente facilitato la vita dell’uomo moderno nella propria quotidianità ma che hanno stravolto irrimediabilmente la vita di tutte le specie selvatiche. Aggiunge che, in particolar modo per le lepri, l’agricoltura intensiva di cui l’uomo si avvantaggia è però considerata una delle principali cause del suo declino e che poco si sta facendo per trovare una soluzione rispettosa per entrambi:
“Tutto ciò riduce la varietà della vegetazione e, di conseguenza, le fonti di cibo disponibili nei mesi più rigidi, oltre a privare le lepri di rifugi e nascondigli sicuri. Le esigenze contrastanti di nutrire la popolazione e proteggere l’ambiente restano a tutt’oggi irrisolte. Nel frattempo, l’agricoltura intensiva finisce per considerare le lepri dei parassiti, costrette come sono a nutrirsi quasi esclusivamente dei raccolti”.
Ma di più:
“La terra veniva trinciata, spezzata e rivoltata dai trattori con l’aratro, poi nuovamente seminata. Immaginavo le lepri in fuga davanti a quei mostruosi colossi d’acciaio, con il cuore impazzito per la paura, per poi tornare e trovare i loro covi o i loro piccoli schiacciati sotto i cingoli enormi e indifferenti”
Le parole della Dalton sono un grido audace a un universo umano che non riesce ancora a comprendere la fondamentale importanza dell’ambiente in cui è collocato e di cui dovrebbe prendersi cura anziché devastarlo impropriamente. Un universo pensante che sinora non ha avuto la capacità di fare propria la certezza che ciò che ci circonda è un dono, da sostenere e assolutamente rispettare nell’avvicendarsi dei cicli naturali, animale e vegetale.
Ma nonostante questo doloroso pensiero che certamente intende schiaffeggiare e scuotere la nostra idea di poter dominare con prepotenza e possessività la natura, il messaggio dell’autrice è forte e chiaro, tutt’altro che pessimista o, peggio, moralista. È un messaggio di sconfinata speranza e di fiducia verso la ricerca di un rinnovato equilibrio degli ecosistemi e che qui, attraverso il suo racconto, utilizzando uno stile narrativo avvincente e limpido, scevro da sentimentalismi, invita tutti noi ad aprire gli occhi per osservare, partecipare, crederci pienamente insieme a lei.
Per migliorarci. Perché la natura siamo noi.
Chiara Gilardi
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Davanti alla porta sul retro, mentre mi preparavo a uscire per una lunga passeggiata, fui raggiunta dal latrato di un cane, seguito dal grido di un uomo. Infilai in fretta gli stivali e attraversai il ghiaietto fino al cancello di legno, decisa a scoprire la causa di tanto trambusto. Non c’era alcun motivo perché un cane si trovasse nei paraggi: la casa in cui vivevo era isolata, immersa in un’ampia distesa di campi agricoli, solcata da siepi e ruscelli, e intervallata qua e là da macchie di alberi. Ero cresciuta ascoltando storie di bracconieri che tagliavano lucchetti e forzavano cancelli per introdursi nei terreni dei contadini o nei boschi, a caccia di cervi e conigli, o per scatenare i loro cani all’inseguimento delle lepri. Nelle ipotesi migliori, capitava che i cani sfuggissero ai padroni durante le passeggiate per i sentieri: bastava un coniglio in fuga o la tentazione di una corsa sfrenata fra i campi perché sparpagliassero pecore o disturbassero uccelli nei nidi. L’anno precedente, un cane esuberante, ansante per la corsa, era balzato oltre il muro del mio giardino senza inseguire nulla, fendendo l’aria col movimento giocoso della coda, per poi dileguarsi in un attimo. Ma episodi simili erano rari, e proprio per questo ero curiosa di scoprire cosa stesse accadendo.
Mi appoggiai alla staccionata e scrutai il campo, che si innalzava in un dolce pendio verso l’orizzonte, per poi svanire in lontananza. Il cielo era di un grigio metallico. Lasciai scorrere lo sguardo lungo le siepi, le stoppie spoglie e le chiazze di neve che si scioglievano a rilento, fino alla sagoma scura del bosco più vicino. Qualunque cane si fosse dato alla fuga, era ormai scomparso. Il vento mi tagliava le guance come una lama di ghiaccio, spazzando via il vapore bianco del mio respiro. Rovistai in tasca alla ricerca dei guanti, mi strinsi nel cappotto e mi incamminai.
Presi per un breve sentiero sterrato che costeggiava un campo di mais, finché non sbucai su una stretta stradina di campagna fiancheggiata da alte siepi, gonfie di rovi e bacche bianche di sinforicarpo. Il percorso, segnato da due strisce di terra battuta, era abbastanza largo da far passare un’auto, ma disseminato di buche e pozzanghere. Assorta nei miei pensieri, raggiunsi la sommità e iniziai a discendere il lieve pendio verso la strada. All’improvviso mi bloccai: sulla sottile striscia d’erba al centro del sentiero, una minuscola creatura mi fissava immobile. Leprotto. La parola mi attraverso la mente, benché non avessi mai visto un cucciolo di lepre in vita mia.
L’animaletto, poco più grande del palmo della mia mano, giaceva a pancia in giù, con gli occhi spalancati e le piccole orecchie setose ripiegate all’indietro. Il manto marrone scuro, fitto e irregolare, gli cresceva in delicati riccioli lungo il dorso. I lunghi peli di giarra, chiari e sottili, e le finissime vibrisse catturavano il chiarore del sole, disegnando una tenue corona luminosa attorno al muso e alla groppa. Con la terra nuda e l’erba secca a fare da sfondo, era quasi impossibile capire dove finisse il pelo e iniziasse il terreno: si fondeva così bene con il paesaggio invernale che, se non fosse stato per il rapido alzarsi e abbassarsi dei fianchi, l’avrei preso per un sasso. Le zampe anteriori, strette una contro l’altra, erano bordate di pelo color osso e sovrapposte, come in cerca di conforto. Gli occhi, neri come pece, erano incorniciati da un irregolare anello di pelo color crema. E sulla fronte, nitida, spiccava una piccola macchia bianca, come una goccia di vernice. Non si mosse mentre mi avvicinavo. Continuo a fissare il terreno davanti a se, immobile. Leprotto.