Esce oggi Rospi, terzo romanzo di Daniela Carucci (pag. 154, € 14,00), edito da Sinnos con le immagini di Alice Coppini.
Esce oggi ufficialmente, visto che chiunque abbia frequentato la recente Fiera del libro per ragazzi a Bologna lo ha potuto sfogliare e acquistare in anteprima.
Dedicato alla fascia 10+, Rospi non è solo una conferma della capacità di raccontare l’avventura da parte di Carucci (già vista all’opera nei precedenti Ruggiti e Nullo) con uno sguardo che lega la tradizione di un genere alla contemporaneità.
È anche una apertura sull’immaginario, ben cosciente di muoversi in un territorio poco frequentato, pur essendo un periodo appartenente ai primi vagiti della nostra nazione.
Nelle pagine del romanzo si parla infatti di briganti (il sottotitolo recita Una storia di bambini briganti) e brigantaggio, di quella che da circa metà Ottocento è stata una delle forme di “resistenza” violenta alla creazione del nuovo Stato italiano voluto dai Savoia. In special modo nel Sud del paese. Si parla perciò di un concetto e di una figura che hanno oggi quasi del mitologico.
In Rospi tutto porta a un luogo e a una data: Sud, 1863. In quell’anno, venne promulgata la legge 1409, da tutti conosciuta come “legge Pica” perché promossa dal deputato abruzzese Giuseppe Pica, o anche “legge per la repressione del brigantaggio”.
Fu una legge creata ad hoc pensando di riuscire a combattere il brigantaggio diventato endemico nel Centro-Sud della nostra penisola con il solo uso della forza.
Il fenomeno era legato strettamente alle condizioni di profonda miseria in cui vivevano i contadini, che portavano le persone a vivere persino in grotte e a morire anche per un semplice raffreddore non curato. Banditi, sicuramente, molto spesso con una ragione.
E non solo banditi uomini. Fra i ranghi delle compagnie dei briganti trovavano spazio anche donne, e non era infrequente la presenza di bambini, come spiega Bruno Maida nella preziosa nota finale al libro.
Questo è il quadro dentro cui si viene a comporre Rospi.
Che è pur sempre un libro per ragazzi.
Il brigantaggio quindi diventa uno degli elementi della storia, quello a cui ci si riferisce con maggiore intenzionalità, senza quindi mai svilirlo o trasformandolo in macchietta, senza che il suo retaggio di violenza (opponibile a quella del regio esercito) venga cancellata. Si lascia che le pagine si pieghino verso le forme di una epica avventurosa. Mai, ribadiamo, incoscienti di quello che è stato il fenomeno del brigantaggio.
Possiamo dire che la figura del brigante viene mescolata con una tradizione letteraria, al cui centro sta sempre una banda di ragazzini pronti a lottare per la propria esistenza e per creare un futuro. Detto altrimenti: anche in questo romanzo ci si trova davanti a una shadow line, a una soglia esperienziale e formativa ineludibile.
La compagnia dei ragazzini che incontriamo nel libro è variegata come da manuale e comprende figure di primo e secondo piano, con caratteri perfettamente delineati.
Per prime troviamo Battaglia e Nebbia, due ragazzine che sono due poli opposti in quanto a carattere. Una è grintosa, non ha paura di niente, ha molto chiaro il concetto di giustizia. L’altra è calma, silenziosa, capace di capire il linguaggio degli animali e degli insetti.
Le due creano quasi inconsapevolmente l’equilibrio necessario a tenere insieme i membri della banda.
Non perdendo mai le specifiche che le rendono uniche, riescono a legare i caratteri non sempre facili di tutti.
Inizialmente all’interno della banda ci sono loro due, Concetta detta Cecé e Chiodo.
In seguito si aggiungerà Cattivo. Ancora più avanti si aggregherà un’altra banda di ragazzini composta da Rosso, Lampo e Raspa. Infine arriverà Lucio, un giovanissimo disertore.
Ci sono – rivisti, corretti, reinterpretati – profumi simili a quelli presenti ne I ragazzi della via Pàl, e molti dei temi di Molnár si trovano condivisi dal romanzo di Carucci, direi però inevitabilmente.
Ma in Rospi, la battaglia è, oltre che collettiva, necessaria.
Serve per sopravvivere agli attacchi di un nemico ottuso, che vuole unicamente asservire, saccheggiare, punire.
Ad aiutarli in essa, soprattutto a soccorrerli, ecco i briganti.
Carucci li disegna inizialmente come ombre, come presenze quasi fantasmatiche, capaci di colpire e svanire con rapidità, incutendo timori ancestrali. Il loro manifestarsi all’interno del libro appare infatti lento, graduale. Questo carica di attese il libro dopo i primi capitoli, perché aumenta la curiosità del lettore nel voler vedere come si manifesteranno.
Per quanto riguarda la storia nel complesso, procede con alcuni salti temporali che rendono più stringato il passaggio da situazione a situazione.
I dialoghi invece appaiono a tutti gli effetti come il motore del racconto.
Attraverso il loro fluire – a tratti quasi da scrittura scenica – il lettore comprende meglio caratteri quanto umori dei personaggi, li sente più vicini, più veri.
Gli scarti che si incontrano in alcuni passaggi dei dialoghi (percepibili come scarti di registro), sembrano essere usati per aggiungere naturalezza ai protagonisti, per renderli “più sinceri”.
Il romanzo di Carucci ha inoltre il pregio di non rovinare quanto costruito con un finale consolatorio.
Sì, c’è ed è consolatorio. Però non come ci si potrebbe immaginare.
Racconta infatti di un altro sacrificio da compiere per potersi salvare; e parla di lontananze, di memoria, di abbandoni e perdite.
Apre parallelamente alla visione un futuro antichissimo, che sembra di veder tornare nel nostro presente in modo forte quanto inaspettato.
Sergio Rotino
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Quando Battaglia era arrivata nella casa di Don Gaetano, qualche mese prima, era estate e per questo era tutto meno triste: perché d’estate c’è caldo, c’è il sole e tutti sono più contenti. E poi ogni tanto portava i panni dei signori al fiume: sottovesti, canottiere, mutande, bustini, gonne, pantaloni… Prendeva la cesta con i vestiti e andava verso il paese dove abitavano i suoi amici di sempre, Chiodo e Nebbia.
Avevano un verso segreto per chiamarsi. Andavano al fiume insieme, a fare il bagno. Non avevano vergogna l’uno dell’altra perché si conoscevano da quando erano piccoli e in quei momenti si accorgevano che stavano diventando qualcos’altro. Chissà cosa.
Spesso li raggiungeva anche Cecè che però i vestiti non se li toglieva e giocava nell’acqua bassa canticchiando.
Quel giorno Battaglia, Chiodo, Nebbia e Cecè si incamminarono in fretta verso il fiume, passandosi la cesta da una mano all’altra, fino a che non trovarono un posto nascosto tra i giunchi. Veloci si tolsero tutti i vestiti di dosso e poi si buttarono in acqua.
«Io da piccolo ero biondo. E ora ho i capelli marroni…», disse Chiodo deluso.
«E magari a vent’anni ce li avrai neri o rossi», disse ridendo sua sorella.
«No, rossi no! Che poi dicono che sono amico del diavolo», rispose lui.
«Mi hanno detto che alle ragazze crescono le tette così», disse lei.
«E lo sai che il naso cresce fino a quando muori?!», ridacchiò Cecé.
«Io voglio rimanere secco, secco come un filo d’erba», disse Chiodo.
«Ma è meglio che ti ingrassi, così dove vai? Ti danno una spinta e crolli…», disse lei.
«Io voglio essere tutta ciccia», disse Cecè saltellando.
«Io voglio avere le croste alle ginocchia».
«Io mi faccio alto come mio papà».
«A me sono cresciute le orecchie dall’anno scorso», continuò Cecè.
«E come hai fatto ad accorgertene?».
«Perché sento tutto più di prima».
«Ecco perché fai sempre la spia…», finì Nebbia che era la più piccola, aveva la pelle chiara e gli occhi azzurri, grigi e blu, a seconda se pioveva o c’era il sole. I suoi capelli erano lisci, leggeri e castani come le piume delle tortore e le sue forme erano quelle di sempre, minute, sottili.
Nebbia era un po’ di questo mondo e un po’ no, in giro si diceva che sapesse formule magiche e che parlasse con le bestie.
«Quella lì è persa nella nebbia», dicevano in paese e più cresceva, più quella specie di nuvola che la separava dagli altri diventava spessa: era una nuvola bianca, a volte caldissima, a volte fredda. Così Nebbia divenne il suo soprannome: del resto, tutti in paese ne avevano uno. Chiodo era Chiodo perché era magro, magrissimo, aveva fatto fatica a crescere e anche a parlare forse perché gli mancavano le forze. Era più grande di sua sorella e quando lei nacque se ne occupò lui, perché i suoi dovevano lavorare dalla mattina alla sera nei campi.
E poi c’era Cecè, diminutivo di Concetta, un nome che alla legittima proprietaria non piaceva per niente perché era lungo e noioso. Lei, invece, noiosa non lo era per niente: aveva sempre qualcosa da dire, fare, disfare in mezzo alle case del paese, perché per i boschi non ci andava, le piacevano più i vicoli e le chiacchiere.
Il fiume era uno dei loro segreti. Nell’acqua Battaglia, Chiodo e Nebbia si divertivano a tirare e sfregare i panni dei signori e poi ci giocavano al tiro alla fune, al dondolo, o si travestivano e diventavano signori anche loro, fradici e pesanti.
Quando erano stufi nuotavano, facevano a gara a chi stava di più senza respirare sotto acqua, oppure stavano al sole in silenzio, erano come i rospi: lenti, felici e brutti.
Succedeva, poi, che Nebbia si fermasse e non ascoltasse più nulla di quello che le stava intorno: quando era “via” bisognava solo aspettare.
Di solito si riprendeva dopo pochi minuti, ed era come se niente fosse successo, si risvegliava allegra e diceva le prime cose che le passavano per la testa, oppure raccontava di aver visto qualcuno in pericolo e bisognava correre in suo aiuto. Vedeva l’invisibile.
Cecè però non ce la faceva ad aspettare che Nebbia tornasse in sé.
«Nebbia?! Nebbia mi senti?», cercava di risvegliarla. «Lo vedete che non risponde? Sta male e voi fate come se niente fosse. Nebbia… ho un pezzo di biscotto… buonissimo… come piace a te».
Lo diceva anche se nelle tasche aveva solo briciole e polvere.
«E se non si sveglia? E se muore?», diceva Cecè agli altri che nel frattempo si tiravano addosso l’acqua del fiume, lanciavano pietre il più lontano possibile, acchiappavano i pesci che gli passavano tra le gambe, saltavano da uno scoglio a un altro.
Cecè intanto schizzava l’acqua in faccia a Nebbia, le faceva aria con qualche foglia larga e, alla fine, dopo averle chiesto scusa, le dava una sberla e le urlava in faccia: «Nebbia svegliati! È ora di tornare a casa!». Fino a tornare a toni più pacati: «Nebbia non puoi stare così, svegliati!!!».
Gli altri un po’ partecipavano al risveglio e un po’ la prendevano in giro rimanendo sdraiati sulle pietre calde ad asciugarsi al sole.
«Anch’io da grande voglio essere una signora», disse Cecè una volta che Nebbia si era ripresa prima del solito, «con i vestiti e gli orecchini per farmi bella».
«Io vorrei avere un paio di scarpe buone e un asino», sognò Chiodo.
«Io vorrei che mi lasciassero in pace», disse con un filo di voce Nebbia.
«Chi?».
«Quelli che dicono che sono matta, che mi prendono in giro. Anche le lucertole potrebbero smetterla, parlano troppo».
«Io vorrei fare la maestra perché so un sacco di cose», disse fiera di sé Cecè.
«Puoi insegnare anche a me?», chiese Chiodo.
«A te no, sei troppo tonto».
«E se da grandi diventassimo briganti? Potremmo chiamarci “quelli del fiume”», propose Battaglia.
«E perché non “i rospi”?», propose Chiodo. «Sappiamo nasconderci tra i massi e siamo velenosi!».
«Perché non siamo tutti brutti come te», rispose secca Cecè, anche se non pensava veramente che Chiodo fosse brutto come un rospo.
Era troppo magro e non era neanche viscido se lo toccavi.
«No, non mi piace: i rospi sono brutti e pieni di verruche e…».
«Io non voglio diventare un brigante», la interruppe Chiodo a bassa voce.
«E perché?», chiese Battaglia.
«I briganti muoiono», rispose lui.
«Tutti muoiono», sentenziò Cecè.
«Sì, ma dopo. I briganti muoiono prima».
Alla fine quei panni erano lavati così bene che Assunta, quando Battaglia tornava con quella roba candida, le diceva qualche parola buona e la domenica le girava di nascosto una manciata di biscotti mezzi bruciati avanzati dai signori. Lei li divideva sempre con il resto della banda.