“Quello che in questa vicenda ha sempre destato perplessità è come fu possibile che quattro brigatisti, tra cui l’allora superlatitante Mario Moretti, fossero riusciti a raggiungere indisturbati le coste del Libano e, senza che nessuno se ne accorgesse, a caricare tutte quelle armi e portarle in Italia”.
È in libreria da giovedì 5 marzo L’Italia e il lodo Moro. Diplomazia segreta negli anni della guerra fredda, il nuovo libro di Giacomo Pacini (Einaudi 2026, pp. 336, € 27,00).
Attraverso centinaia di documenti desecretati e testimonianze inedite, Giacomo Pacini, storico studioso dell’intelligence, ricostruisce una vicenda reale avvincente come un romanzo politico: potere e ambiguità, diplomazie parallele, intese necessarie e compromessi spinosi.
Un accordo segreto che ha cambiato la storia d’Italia senza mai essere scritto, declinazione pragmatica del “neoatlantismo”:
“in un colloquio con il ministro degli Esteri britannico Alec Douglas Home, Moro si era detto allarmato «per la sempre maggiore presenza sovietica nel Mediterraneo […] favorita dal conflitto medio-orientale. Gli arabi dipendono dall’Urss per le forniture di armi». Per questo, pur sostenendo che avrebbe sempre difeso il diritto alla sicurezza di Israele, affermò che l’Italia era piú che mai interessata alla tutela degli interessi vitali dei palestinesi e auspicò che l’Europa tenesse una posizione equilibrata nel conflitto arabo-israeliano per impedire lo scivolamento verso l’Urss dei regimi arabi”.
L’accordo consolidava la centralità italiana nel Mediterraneo:
“In questa cornice, il lodo Moro assunse una funzione strategica: consentire all’Italia di ritagliarsi margini di autonomia nel Mediterraneo, mantenendo relazioni con i Paesi arabi senza compromettere l’alleanza atlantica”.
Una diplomazia parallela che negli anni ‘70 godeva del tacito avvallo americano:
“Gli Usa, infatti, grazie ai canali del Sid di Miceli e Giovannone, potevano mantenere un collegamento indiretto con attori come l’Olp o i servizi segreti libici, all’epoca quasi del tutto inaccessibili per Washington”.
Una storia della guerra fredda che racconta la zona grigia della nostra Repubblica come spazio vitale autonomo.
Carlo Tortarolo
#
Prologo
Il 17 dicembre 1972, da un anonimo ufficio all’interno dell’ambasciata italiana a Beirut, partì un appunto che sarebbe rimasto occultato per decenni negli archivi dei Servizi segreti italiani. Lo firmava il colonnello Stefano Giovannone, capo del Centro Sid (Servizio Informazioni Difesa) nella capitale libanese e figura chiave della diplomazia segreta che l’Italia aveva attivato in una delle aree più instabili del mondo. Poche righe, asciutte e burocratiche, che segnavano l’inizio di una strategia che avrebbe riscritto le regole del rapporto tra l’Italia e il terrorismo internazionale. Vi si leggeva:
«In relazione all’attività terroristica sul piano internazionale, sono in corso colloqui riservati e non ufficiali con i vertici di varie, note, organizzazioni, in aderenza ai nostri interessi […]. Nel quadro dei citati colloqui viene considerato, in particolare, il problema concernente i due guerriglieri arabi attualmente detenuti in [un] carcere italiano (accusa di tentativo di strage. Episodio aereo israeliano)»1.
Queste parole costituiscono oggi il primo documento accessibile che attesti l’esistenza di un dialogo sotterraneo tra lo Stato italiano e alcune formazioni armate riconducibili all’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina)2. Un’intesa informale, destinata a evolversi e ampliarsi nel tempo e che sarebbe passata alla storia con il nome convenzionale di Lodo Moro. L’accordo consentiva ai miliziani di muoversi liberamente in Italia e, anche se arrestati con armi o esplosivi, ne favoriva il rapido rilascio. In cambio, le formazioni coinvolte si impegnavano a non colpire obiettivi italiani, mentre il nostro Paese si faceva carico di promuovere il riconoscimento diplomatico dell’Olp come unico legittimo rappresentante del popolo palestinese3.
Il problema «concernente i due guerriglieri arabi» menzionato nella nota del Sid, riguardava due membri di Settembre Nero, organizzazione terroristica nata dopo la brutale cacciata dei palestinesi dalla Giordania nel settembre 1970 (e di cui diremo). I due erano detenuti dal precedente agosto nelle carceri italiane con la grave accusa di tentata strage. La sera del 16 agosto 1972, infatti, un ordigno esplose nella stiva di un Boeing 707 della compagnia israeliana El Al, appena decollato da Fiumicino e diretto a Tel Aviv con 140 passeggeri a bordo. La bomba, piccola ma potente, era nascosta in un giradischi portato sull’aereo da due ignare ragazze inglesi, Ruth Walkin e Audrey Waldron, alle quali era stato regalato da due uomini conosciuti nei giorni precedenti a Roma. Si erano spacciati per iraniani e, saputo che le ragazze avevano in programma un viaggio a Tel Aviv, fecero credere loro che presto le avrebbero raggiunte in Israele. I due, Zaid Ahmed (nato a Baghdad nel 1948) e Adnan Ali Hussein (nato a Irbid, in Giordania, nel 1943), erano in realtà miliziani di Settembre Nero e avevano ingannato le inglesi con l’unico scopo di abbattere un aereo civile israeliano. La tragedia fu evitata solo per un caso fortuito: le ragazze, anziché portare il giradischi nel bagaglio a mano, lo avevano riposto nella valigia destinata alla stiva. Per ragioni di sicurezza, le stive dei Boeing della El Al erano però blindate e, nonostante l’esplosione avesse provocato uno squarcio nella fusoliera e un grosso foro nel pavimento della cabina passeggeri, l’aereo riuscì a rientrare a Fiumicino e ad atterrare senza particolari problemi. Quattro passeggeri riportarono lievi ustioni4.
Accertato che l’esplosivo era nascosto nel giradischi, la polizia identificò rapidamente i responsabili grazie anche alla collaborazione delle giovani, sebbene sotto shock per il raggiro subito. Sicuri che l’aereo sarebbe esploso in volo e che non ci sarebbero stati superstiti, i due terroristi le avevano ospitate nei giorni precedenti in un appartamento romano in via Val Trompia, lasciando loro alcune fotografie e persino i propri veri nomi di battesimo. Resisi conto del fallimento dell’attentato, si tagliarono barba e capelli e fuggirono in treno verso Venezia, forse con l’intento di riparare in Jugoslavia. L’analisi delle telefonate ricevute nell’appartamento di via Val Trompia, infatti, rivelò che alcune chiamate provenivano da Belgrado, dove gli inquirenti ritenevano potesse trovarsi la mente dell’operazione5. Il 21 agosto, però, i due fecero improvvisamente ritorno a Roma e furono arrestati mentre si aggiravano in via Veneto. Secondo la versione ufficiale, due agenti in possesso delle loro foto li riconobbero per caso. La stampa, però, avanzò un’altra ipotesi: temendo di finire nelle mani dei servizi israeliani, i due si sarebbero in realtà consegnati spontaneamente alle autorità italiane6.
La vicenda ebbe una forte eco mediatica: sui giornali comparvero duri editoriali e richieste di severe punizioni per quei terroristi che, con crudele cinismo, si erano serviti di due ingenue turiste, trasformandole in inconsapevoli attentatrici. Eppure, nonostante la gravità dell’accusa, Zaid Ahmed e Adnan Ali Hussein rimasero in carcere meno di cinque mesi, per poi essere messi in libertà e, questa volta davvero, sparire per sempre dal suolo italiano.
Il documento del Sid del 17 dicembre 1972 chiarisce perché furono scarcerati. Infatti, se i due fossero rimasti a lungo detenuti il nostro Paese avrebbe rischiato un pericoloso atto di ritorsione da parte di altri fedayn [in arabo “fidā’iyyūn, coloro che si sacrificano per una causa”] di Settembre Nero, decisi a liberare i loro compagni con ogni mezzo. Anche attraverso un attentato contro obiettivi civili italiani. Le nuove carte dei Servizi, declassificate nel corso del 2023, dimostrano che, nelle settimane successive agli arresti di Zaid e Adnan, giunsero ripetute e gravi minacce di rappresaglia contro l’Italia o contro l’ambasciata italiana a Beirut se i due miliziani non fossero stati liberati in tempi rapidi7. L’8 novembre, inoltre, su Il Giornale d’Italia apparve un articolo ben informato (verosimilmente basato su confidenze ricevute dal Sid), in cui si affermava che «la mano di Settembre Nero» era pronta a colpire in Italia qualora i due “guerriglieri” arrestati ad agosto fossero rimasti a lungo in carcere8.
Per scongiurare simili scenari funzionari del Sid avviarono una complessa serie di incontri riservati e non ufficiali coi vertici di «varie, note organizzazioni palestinesi, in aderenza ai nostri interessi». Nell’ambito di questi colloqui «veniva considerato, in particolare, il problema concernente i due guerriglieri arabi attualmente detenuti in carcere italiano». Sedicenti «interlocutori qualificati» (di cui non era indicata l’identità o l’organizzazione di appartenenza) avevano chiesto che a Zaid e Adnan fosse assicurato il massimo benessere, fossero fornite somme di denaro e soprattutto ci fosse «la massima celerità nello svolgimento degli atti di competenza della magistratura […]» per arrivare rapidamente alla loro scarcerazione.
© 2026 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
#
1 Documento originale oggi in Procura della Repubblica di Brescia, rg. 91/97, documentazione ministero dell’’Interno, Ddipartimento della pubblica sicurezza, allegato n. 27 alla annotazione Ispettore Michele Cacioppo del 7/3/2006, classificato come “Appunto senza intestazione datato 17 dicembre 1972”, estratto dal fascicolo Cat. D8/14 sott. 1, oggetto: “Fiumicino (Roma 16/8/1972 aereo El Al (Boeing 707). Esplosione”. L’appunto originale venne inviato al ministero della Difesa che lo fornì poi a quello dell’Interno. È a questa versione che si fa qui riferimento. Il Sid era stato istituito nel luglio 1966 e aveva preso il posto del Sifar (Servizio informazioni forze armate). In quel dicembre 1972 capo del Sid era il generale Vito Miceli.
2 Fondata nel maggio 1964 l’Olp fu inizialmente guidata dal palestinese (di madre turca) Ahmad Shukeiri. Nei suoi primi anni di vita, tuttavia, l’organizzazione fu poco più di uno strumento nelle mani degli Stati arabi, in particolare dell’Egitto. La disfatta militare egiziana nella guerra dei Sei Giorni (giugno 1967) segnò un punto di svolta: Shukeiri fu costretto a farsi da parte e al vertice si impose Yasser Arafat (1929-2004), leader di Al Fatah (acronimo inverso di Harakat al-Tahrir al-Filistini, Movimento di liberazione palestinese), movimento che aveva contribuito a fondare in Kuwait nel 1959. Nel febbraio 1969, Arafat fu ufficialmente nominato leader dell’Olp. Da quel momento l’’Olp si svincolò dalla tutela egiziana, cominciando ad operare in modo autonomo e creando una serie di basi in Giordania e Libano del Sud da usare come retrovia per azioni di guerriglia contro Israele. Nel corso degli anni Settanta, l’Olp arrivò a essere composta da 11 movimenti dei quali Al Fatah fu sempre il principale e più numeroso. Per una più ampia ricostruzione si rimanda a A. Hart, Arafat. Terrorista o pacifista?, Frassinelli, Milano, 1985; A. Gresh, Storia dell’’Olp, Edizioni Associate, Roma, 1998; A. Gowers, T. Walker, Yasser Arafat e la rivoluzione palestinese: dalla nascita di Al Fatah alla storica stretta di mano a Washington, Gamberetti, Roma, 1994; X. Baron, I palestinesi. Genesi di una nazione,. Baldini e Castoldi, Milano, 2002; A. Kapeliuk, Arafat. L’irriducibile, Ponte alle Grazie, Milano 2004; A. Marzano, G. Schwarz, Attentato alla sinagoga. Roma 9 ottobre 1982. Il conflitto israelo-palestinese e l’’Italia, Viella, Roma, 2013; S. Limiti, Arafat. Il sovrano senza Stato, Lint, Roma, 2019; La sinistra italiana e il conflitto israelo-palestinese. Dalla nascita di Israele agli attentati di Settembre Nero, Intermedia Edizioni, Orvieto 2021. Il volume The palestinian resistance. Historical documents of the P.L.O. (Iskra Books, 2024) raccoglie una selezione significativa dei documenti politici fondamentali prodotti dall’Olp— statuti, programmi, dichiarazioni ufficiali e comunicati — offrendo un punto di riferimento particolarmente utile per lo studio della sua struttura e della sua evoluzione organizzativa.
3 La definizione convenzionale di Lodo Moro nasce dal fatto che in alcune lettere scritte da Aldo Moro durante i 55 giorni di prigionia nelle mani delle Brigate Rosse si trovano chiari indizi dell’’esistenza di un patto con i movimenti palestinesi. Si veda M. Gotor, Lettere dalla prigionia, Einaudi, Torino, 2008, pp. 103-110. A utilizzare per primo quella definizione fu Francesco Cossiga in una intervista al Corriere della Sera,. Cfr. A. Cazzullo, “Cossiga compie 80 anni. Moro? Sapevo di averlo condannato a morte”, in Il Corriere della Sera, 8 luglio 2008. Su questa intervista. M. Gotor, L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino. Palermo, Ustica, Bologna,. 1979-1980, Einaudi, Torino 2024, p. 375). Come vedremo, Moro ebbe un ruolo determinante nella stipula di questa intesa sotterranea, durante gli anni trascorsi alla guida del ministero degli Esteri, in particolare tra luglio 1973 e novembre 1974 nei governi Rumor IV e V. Cfr. G. Pacini, Il Lodo Moro. L’Italia e la politica mediterranea, appunti per una storia, in M. Caligiuri (a cura di), Aldo Moro e l’intelligence. Il senso dello Stato e le responsabilità del potere, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2018, pp. 143-524. Il dibattito pubblico sull’esistenza del cosiddetto Lodo Moro si è acceso soprattutto a partire dal 2005, in buona parte grazie alle ricerche di Gian Paolo Pelizzaro, che ha documentato l’evolversi delle sue inchieste in un volume in due tomi. Cfr. G.P. Pelizzaro, Il Lodo Moro. Gli accordi segreti con i palestinesi e le indagini sulla strage di Bologna. Memorie, documenti, testimonianze, Settimo Sigillo, Roma, 2024. Oggi disponiamo di alcuni primi studi di taglio storiografico sull’argomento. Cfr. V. Lomellini, Il “Lodo Moro”. Terrorismo e ragion di Stato (1969-1986), Laterza, Bari-Roma, 2022; M. Gotor, L’Italia nel Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon, Einaudi, Torino, 2019, pp. 263-275; Id., Generazione Settanta. Storia del decennio più lungo del secolo breve, 1966-1982, Einaudi, Torino, 2022, pp. 116-130; .“La politica mediterranea morotea e il Lodo Moro. Una identità di sistema”, tesi di laurea finale per il Master in Intelligence dell’Università della Calabria diretto dal professor Mario Caligiuri, autore dottor Alessandro Ludovico Veltri
4 L’allora comandante della stazione dei carabinieri di Fiumicino, capitano Mario Cecconi, in una dichiarazione alla stampa, affermò: «“Una serie di circostanze ha salvato la vita a tutti […](…). Se il giradischi fosse esploso nella cabina passeggeri che è pressurizzata, mentre la stiva non lo è, si sarebbe verificata una tragedia»”. Cfr. “Due siriani hanno posto la bomba sul Jet. Era nel giradischi delle loro amiche”, di M. Tosatti, La Stampa, 18 agosto 1972. In questo articolo, uno dei primi a ricostruire con dovizia di particolari la vicenda, i due attentatori erano definiti siriani, ma si sarebbe poi appreso che in realtà uno era iracheno e l’’altro giordano.
5 “Forse i due attentatori del Boeing sono fuggiti da Roma in Jugoslavia?”, di P. Santini, La Stampa, 19 agosto 1972. Sulla vicenda cfr. V. Lojacono, I dossier di Settembre Nero, Bietti, Roma, 1974, pp. 149-150.
6 “I due arabi si sono fatti arrestare; temevano la vendetta dei loro complici”, di A. Rapisarda, La Stampa, 21 agosto 1972; “La bomba sul Boeing: caccia a tre giordani. In Italia l’’organizzazione dei terroristi?”, di P. Santini, La Stampa, 22 agosto 1972.
7 Archivio Centrale dello Stato (da adesso Acs), Raccolte Speciali/Ministero dell’Interno/Direzione Generale della Pubblica sicurezza. Divisione Affari Riservati/Affari riservati (archivio Russomanno)/Attentati e terrorismo in Italia e all’estero [1961-1978]/Arabi. Preavvisi [1971-1978]/3. Arabi. Preavvisi numerici [1972]/28. Preavviso 27. Azioni terroristiche contro rappresentanti diplomatici italiani e compagnie aeree per rilascio due noti Arabi (arresto 16 agosto 1972).
8 “La mano di Settembre Nero si allungherà sull’Italia”, Articolo Redazionale, Il Giornale d’Italia, 8 novembre 1972. All’epoca, “Il Giornale d’Italia” era di proprietà dell’industriale Attilio Monti ed era diretto da Alberto Giovannini.
© 2026 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino