“Ho sempre scritto per esistere. Io sono quello che scrivo. Scrivo per ricordare che sono viva? Se fossi morta qualcuno se ne sarebbe accorto?”
È in libreria dal 27 ottobre La stanza dei tarocchi di Barbara Baraldi (Giunti Editore 2026 pp. 468, € 20,00).
Quando una frana nel parco di Villa Fontanot fa crollare l’ingresso dell’antica cripta di famiglia e scoperchia il sarcofago della matriarca, affiora una macabra sorpresa: il corpo di Marta Vascotto, la sedicenne svanita nel nulla trent’anni prima, durante una festa nella tenuta. Annabella, ammalata, vuole sciogliere il mistero della morte dell’amica prima di morire e per questo convoca tutti i partecipanti alla festa in cui l’amica era sparita. Ma per farlo sceglie come alleata Maia Bellini e i suoi tarocchi.
Un libro ricco di spunti, colpi di scena e riflessioni. La materia del giallo si fonde con quella della vita in una ricerca in cui la logica rincorre miserie dell’esistenza.
La menzogna è esplorata nella sua naturalezza:
“C’è chi mente per non subire le conseguenze delle proprie azioni, chi per abitudine. Altri ancora per raccontare a loro stessi una bugia, che se la ripeti abbastanza a lungo può assomigliare a una verità alternativa. Anche se non ne avrà mai il sapore.”
La lettura dei tarocchi è profonda e fotografa chi si espone all’indagine:
«L’ Eremita ha scelto la propria solitudine. Non gli è stata imposta, ma l’ha abbracciata per cercare la verità. La sua figura guarda indietro, verso il passato. Per comprenderlo. Per interrogare gli errori che lo hanno portato dove si trova adesso.».
Appare una splendida digressione sul Ritratto dei coniugi Arnolfini di Van Eyck:
“In quel quadro c’è uno specchio convesso, proprio come questi. Solo se lo si guarda con attenzione ci si accorge che nel riflesso ci sono delle differenze rispetto alla scena dipinta. Tanto per cominciare, i due sposi non si tengono per mano”.
La descrizione dell’autrice è accurata, tenera e spietata:
“Rosa antico è anche il colore della coperta di raso sistemata su un lenzuolo che sbuca dalla piega a risvolto. L’ orsetto di peluche appoggiato al cuscino ha dei bottoni al posto degli occhi, opacizzati dal tempo. Sembra in attesa di qualcuno che non è più tornato a riprenderlo. Maia rabbrividisce al pensiero che probabilmente è andata proprio così.”
L’indagine non è altro che un gioco di ricostruzione tra la composizione del puzzle e il restauro di un mosaico:
«La stessa cosa che succede in ogni indagine. Ogni testimonianza fornisce il tassello di una verità, ma una volta messe tutte insieme qualcosa resta sempre fuori, quando non ci sono vere e proprie incongruenze. Unire gli indizi non è mai una questione puramente logica, ma un esercizio di interpretazione. »
Barbara Baraldi ci regala un romanzo memorabile, ricco di influenze (da Poe a Wilde a Ellis fino ad Agatha Christie) da cancellarle tutte e rimpastarle nell’impronta inconfondibile e colpevole di un’autrice di classe, alla quale gli alibi non servono più.
Carlo Tortarolo
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Un sorriso si distende sul viso di Antonia e Maia potrebbe giurare di non avergliene mai visto uno così. 
«Maia, lei è mia zia Bella.» C’è una nota emotiva nella voce. Aspettativa, e quel leggero tremito di chi sta cercando di dimostrarsi all’altezza.
Sul momento, Maia è incapace di ribattere. Antonia Tagliaferri le è sempre sembrata così sicura di sé, al limite dell’insolenza. E di certo non cerca il consenso di nessuno.
«Piacere di conoscerti, Maia.» Zia Bella ha una voce profonda ricca di sfumature. Mai quanto il suo sguardo. Occhi affilati, turchesi, bistrati di nero. La testa è fasciata da un foulard in seta dello stesso colore delle iridi. Sarà sulla cinquantina. È esile, pallida, trasmette un senso di inquietudine vibrante, un’energia selvaggia.
Manovra i comandi della sua sedia a rotelle per avvicinarsi alle sue ospiti. Mentre allunga la mano verso Maia, i suoi bracciali dorati tintinnano. Una stretta decisa.
«Piacere mio.» Anche Maia, adesso, si sente improvvisamente inadeguata. Ma per lei è una consuetudine. Sa di avere le mani sudate, e resiste alla tentazione di passarsele sul vestito. Ha l’impressione di trovarsi davanti a una creatura antica e temuta.
Antonia si china per baciare la zia sulla guancia e a Maia sembra che si stia inchinando di fronte al papa. […]
«Madame, la cena è pronta.» Ottavia ricompare come un fantasma.
Maia neanche si era accorta che era sparita. La osserva abbozzare un inchino, prima di attraversare con passo spedito un’arcata che dà su un corridoio a sinistra, e sparire in un’altra stanza.
È chiaro che non è abituata a certe formalità. Probabilmente non ricevono spesso ospiti.
«Avete sentito? Non facciamo attendere il risotto ai caparozzoli. Ottavia lo prepara con la ricetta di famiglia, ed è delizioso.»
[…] Seguono zia Bella fino a una grande sala dal soffitto a cassettoni. C’è un tavolo apparecchiato con calici di cristallo e argenteria. Una solennità che stride con i tappeti dai bordi lisi e la pesante tovaglia di lino che mostra i segni di tanti lavaggi.
Maia si guarda intorno, ci sono oggetti di antiquariato lussuosi, una lampada in stile Liberty in vetro colorato su cui si rincorrono fiori e farfalle. Giurerebbe che è una Tiffany originale, ma è opacizzata e sistemata su un mobiletto che avrebbe bisogno di un restauro. Ogni dettaglio, in quella stanza, ostenta una prosperità passata.
Maia si avvicina al tavolo. È allora che trasalisce.
Una delle sedie è già occupata. Da una fotografia.
Ritrae una ragazzina bionda che dimostra sui quindici anni, il viso affusolato da furetto e una spolverata di lentiggini sul naso. Sorride, anche se gli occhi color nocciola sembrano malinconici, creando una pronunciata dissonanza.
Maia è sicura di avere già visto quel volto da qualche parte.
Il ritratto è stampato a grandezza naturale, e attaccato allo schienale con uno spillo. Il posto è apparecchiato come per le altre quattro persone. Come se ci si aspettasse che anche quell’immagine possa consumare la cena.
È l’imitazione di una presenza.
D’istinto, Maia si volta verso Antonia: sta prendendo posto come se niente fosse.
[…]
La cena prosegue in un silenzio quasi irreale, interrotto solo di tanto in tanto dai clic dell’accendino di zia Bella che, senza più disturbarsi a chiedere il permesso, fuma una sigaretta dietro l’altra.
«Questa rigojanci è eccezionale.» È il modo di Maia per rompere l’imbarazzo. «Non resisto ai dolci al cioccolato, è più forte di me. Non capisco perché non sia stata ancora inventata una dieta a base di cioccolato. Io… davvero, ci vivrei.» Trattiene l’ultima cucchiaiata in bocca per alcuni istanti. «Il pan di Spagna è sofficissimo, la crema al cioccolato deliziosa. E quando arriva il sapore acidulo della marmellata di albicocche, ecco, è una capriola per il palato.» Si volta sotto il peso dello sguardo di Antonia, che la sta fissando come se fosse un’aliena.
«Mi scusi» dice rivolgendosi alla padrona di casa. «A volte tendo a lasciarmi trasportare. A mia discolpa, non sopporto a lungo i silenzi. Mi rendono nervosa. E quando sono nervosa tendo a parlare troppo. Forse anche… troppo velocemente?»
Un altro colpo di punta alla tibia da parte di Antonia la fa quasi sobbalzare. «Ora taccio, eh? Prima, però, un’ultima cosa: posso averne un’altra fetta?»
Dopo il caffè, è come se la temperatura della stanza fosse tornata siberiana. Maia si chiede se l’etichetta imponga un numero esatto di minuti da dover lasciare passare, dopo aver cenato, prima di poter salutare e andarsene.
«Non si tratta di una farsa.» Il tono di zia Bella è così basso che sembra provenire dal seminterrato. «Lei non se n’è mai andata da qui.» Gli occhi turchesi sono incollati alla fotografia della ragazza bionda. «Si chiamava Marta. Era la mia migliore amica dei sedici anni. Le amicizie, a quell’età, sono più importanti di qualsiasi amore. Sono fatte di sogni e piccoli segreti.» Un sospiro. «I segreti sono rimasti tali. Ma che fine hanno fatto i nostri sogni, Marta?»
La ragazza della fotografia non può risponderle. Si limita a guardare innanzi, senza vedere, sorridendo con le labbra ma non con gli occhi.
«Le sembrerà ingenuo, ma penso che non sia mai troppo tardi per tentare di realizzarli» dice Maia, poi si morde la lingua. Zia Bella sembra intenzionata a confidarsi, come se volesse liberarsi di un vecchio fardello.
«Era la festa di fine estate, qui alla villa. C’eravamo io, Marta e gli altri del club. Ci facevamo chiamare Pauvre Lelian, sulla falsariga dei poeti maledetti.» Un sorriso amaro. «Era stata proprio Marta a fondare il gruppo e a scegliere il nome. Ci sentivamo così diversi dai nostri coetanei. Ci scambiavamo libri di poesia e saggi filosofici. Tra di noi comunicavamo con una sorta di codice. Eravamo un nucleo di resistenza contro la mediocrità di un mondo che ci andava stretto.»
«Capisco quella sensazione.»
«Prima del rientro a scuola, dicevamo addio all’estate con una festa. Ognuno di noi contribuiva con qualcosa. Recitavamo le nostre poesie o mettevamo in scena spettacoli teatrali. Classici, rivisitazioni, oppure originali. Ma da quella notte, l’Ultima Notte, Marta non è più riemersa.»
Ma allora, Marta è…
«Scomparsa.»
… Marta Vascotto.
Nella mente di Maia si srotolano le informazioni che ricorda.
Marta Vascotto, scomparsa dopo una serata a casa di un’amica, a fine anni Novanta.
Era il 1996, giusto?
Una tragedia che aveva scosso l’opinione pubblica. Per la giovane età della ragazza, per il suo aspetto acerbo: nella foto diffusa dalla stampa sembrava poco più di una bambina.
C’era stata una mobilitazione generale per ritrovarla. Innumerevoli squadre di ricerca avevano battuto i dintorni della casa in cui era ospite quella notte. Sui notiziari si erano moltiplicati gli appelli della madre e dei rappresentanti delle istituzioni locali. Per alcuni mesi, la risonanza del caso era stata nazionale, di tanto in tanto emergevano nuovetestimonianze e sembrava aprirsi una nuova pista.
Ma era stato tutto inutile. Marta Vascotto era sparita nel nulla.
Fino a quattro mesi fa.
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