Il titolo del singolare libro di Stefano Scanu “Wunderkammer – 942 oggetti e un uomo”, alludendo ambiguamente a un “gabinetto delle meraviglie” (wunderkammer, da dizionario, è ambiente destinato a raccogliere esemplari rari o bizzarri di storia naturale o artefatti), indica un tema: la meraviglia o stupore.
Bisogna subito dire che, se non fosse esistito Georges Perec, con le sue straordinarie opere fatte di puntigliosi elenchi e descrizioni di spazi, lo stupore e la meraviglia, di fronte al lavoro di Scanu, sarebbero anche più grandi.
L’idea di raccontare un personaggio attraverso le cose di cui si è servito o ha goduto (con tanto di corredo fotografico delle stesse), invece, non è per niente nuova: oltre a Perec, si possono ricordare le opere di Allen Kurzweil (soprattutto “La scatola dell’inventore”), la “traduzione” del romanzo di Orhan Pamuk “Il museo dell’innocenza” in un vero e proprio museo, i cataloghi di oggetti che si trasformano in film di Wes Anderson; ma in pochi casi il tema della lista è stato ripreso in modo così rigoroso come in questo.
Siamo quindi di fronte a un lavoro di maniera, anche per ciò che riguarda il protagonista, necessariamente incolore, che si nasconde dietro la collezione: un rinunciante, uno dei tanti epigoni del Bartleby di Melville che si aggirano nella letteratura e nel cinema contemporanei. Per giunta un essere umano del tutto analogico, residuo di un’epoca che è già archeologia.
Leggendo e osservando (termine quanto mai azzeccato, visto che ci si sposta tra testo e fotografie) con più attenzione, si scopre però che di altro parla il libro.
La trama è semplicissima. Un perito incaricato dell’inventario dei beni mobili e immobili di un tal Fortunato Arrighi, morto in casa senza parenti o eredi a 72 anni (fu uomo solitario senza sentirsi mai solo, operoso il necessario e facilmente incline alla pigrizia nel tempo che gli avanzava… l’appartamento odorava di brodo), scopre, dietro un tramezzo, un ripostiglio dove è custodita una collezione di reliquie, oggetti senza altro valore che quello sentimentale. E qui inizia la descrizione e la narrazione, non il racconto di una storia ma di una vita, per ciò che ne possono rivelare i reperti: a volte gli oggetti si stagliano da soli e alludono (soldatini, caratteri tipografici, righelli); altre volte instaurano muti dialoghi tra loro, come nel caso di due pupi siciliani; altre ancora svelano singolari eventi storici, dai primi voli in mongolfiera a un’inondazione di birra nella Londra dell’800; in altri casi, infine, sono accompagnati da aneddoti e rivelazioni, squarci sul vissuto dal protagonista. E così scopriamo che fu maestro in una scuola elementare e che seppe ingaggiare l’attenzione dei suoi allievi con qualche sotterfugio; che partecipò ad aste di oggetti smarriti all’aeroporto, impadronendosi di una scatola di timbri giapponesi, capace di aprire un’ulteriore (vertiginosa) finestra sulla vita di chi ne era stato proprietario; che non ebbe passioni politiche ma ne fu curioso; che un giorno, durante la siccità a Roma, nel 1971, fece un ritrovamento archeologico nel Tevere in secca…
L’archetipo eterno di Bartleby si mescola con altri umori e assume un’inevitabile tinta locale: si percepisce in sottofondo il genere, altrettanto eterno, dei “racconti romani”. La narrazione avanza surfando sulla linea sottile che separa e unisce l’irrilevante e l’essenziale. La vita che si spalanca man mano si intravede come infinita e senza fondo, pur chiusa in un ripostiglio e in un numero finito: 942, da titolo.
Pian piano anche il vero oggetto (se si perdona il gioco di parole) del racconto si svela: lo struggimento e la nostalgia innescati da una serie di reperti che si accendono per un istante a significare e, subito dopo, tornano alla loro fredda e anonima referenzialità, rivela questa come una novella sulle apparenze. E davvero tutto nella vita, tocca ripetere una banalità, è apparenza, o fumo di fumo, come direbbe Qohelet, o messaggio senza destinatario, come sa Bartleby.
Ma in pochi casi se ne può avere una certezza fondata per contrasto come sgranando un elenco di solidi feticci.
Il fantasma dell’apparenza si aggira dietro ognuna delle pagine di Wunderkammer ma prende corpo due volte (e non sveliamo in quale forma): una è all’inizio del libro.
Karen Blixen sosteneva che un racconto è sempre fondato sul secondo incontro (e tirava in ballo – nientemeno – Maria, che a Pentecoste incontra per la seconda volta lo Spirito Santo, tanti anni dopo l’annunciazione della sua maternità): il racconto è ciò che sta tra i due incontri.
L’incontro del lettore con il fantasma dell’apparenza, per la seconda volta, nelle ultime righe, rende questo di Stefano Scanu un racconto quasi perfetto.
Piccolo nelle dimensioni e minore nell’ambizione letteraria. Ma pur sempre un racconto quasi perfetto.
Filippo Golia