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Lidia Yuknavitch. Leggere le onde

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Una cosa che dico di me, spesso, è che non conosco il corpo di mia madre nel quale ho nuotato. È un modo per rappresentare al mondo la mia personale solitudine. Ecco, leggere il libro di Lidia Yuknavitch mi ha fatto quest’effetto: mi ha ricordato il tempo sospeso in cui, come ogni essere umano, ho nuotato in un ambiente confortevole, connessa alla beatitudine dell’immersione. Prima di essere fatti per calpestare terra e inghiottire aria siamo stati esseri che nuotano. Una parte di noi anela all’acqua in maniera assoluta, totale, e solo nell’acqua trova il suo habitat giusto.

Leggere le onde” riprende il filo del precedente “La cronologia dell’acqua”, ma qui la memoria indugia su due eventi traumatici, spostandosi avanti e indietro nel tempo. L’intento della scrittrice è lasciar inglobare dall’acqua il dolore che il corpo ha accumulato. Forse la levigatezza dell’acqua può assorbirlo e restituirle uno spirito meno oppresso.

Il tempo della narrazione di Lidia non segue un percorso lineare, è curvilineo, procede per associazioni o tempi in levare, scendendo a compromessi con gli avvenimenti.

Il primo trauma è l’assenza di Lily, la primogenita che non ha mai respirato; il secondo è la morte del secondo marito, Devin, incasellata come incidente/suicidio. Decisa a sentire i demoni di Devin, Lidia sale sulla gru, e lì ha modo di ricordare il loro amore interrotto, finito per troppa fame e nessuna possibilità di saziarsi. Erano troppo intenti a divorarsi per poter avere un futuro.

Come una novella Cassandra Lidia urla le sue verità, o le bisbiglia, lasciandole assorbire dalla pagina, mette in fila emozioni e pericoli, vita e morte, perdita e lussuria. In fondo ogni storia raccontata rielabora la storia personale di chi scrive e, nel farsi e rifarsi, si dipana come un filo per offrirsi al mondo senza scuse, senza censure.

Lidia porta dentro di sé, come se covasse un uovo, anche il lutto per Devin, che si accumula a quello per le morti dei genitori, il padre abusante e predatorio, e la madre, amata, ma che non ha mai saputo proteggerla dagli abusi. Le madri fanno quello che possono, anche quando quello che possono non è abbastanza.

Senza giudizio la scrittrice racconta il mondo frantumato abitato dalla madre, nata e cresciuta in Texas, uno stato patriarcale e abitato da idee di mascolinità tossica. E in quel posto la madre era una ragazza con una gamba più corta dell’altra di 15 centimetri. Quel corpo deriso per la figlia è bellissimo nonostante, o forse proprio a causa di, quella asimmetria degli arti inferiori. E mentre racconta della madre, Lidia racconta anche di sé, del suo stesso corpo imperfetto, da nuotatrice, spalle larghe e afflitta da scoliosi, la spina dorsale deformata. I nostri corpi ci contengono ma a volte sono prigioni, esposti allo sguardo impietoso del mondo che ci etichetta.

Lidia è stata spesso una persona disgregata e sradicata in cerca di un posto nel mondo. È stata accolta quando era disperata, e la storia di come sia riuscita a non restare tramortita, le ginocchia scorticate, la faccia pesta e sanguinante, le dita abrase, è già una salvezza, una possibilità che anche chi è disperato può capire, e salvarsi a sua volta.

E con questo libro, che è suo ma anche nostro, forse possiamo immaginare la possibilità di sottrarci al salto, quando i fili che ci soffocano diventano ritorti cavi d’acciaio e ci dicono che non abbiamo speranza. Non siamo solo la somma dei nostri fallimenti, siamo anche bisogni e desideri di luce. La nostra bellezza è tutta lì, nell’imperfezione, nella crepa del nostro corpo ammaccato dal tempo, nel modo in cui resistiamo alla fascinazione del vuoto.

Mia madre nacque con una gamba quindici centimetri più corta dell’altra. La frase che non mi lascia in pace o che io non intendo lasciare in pace. Questa potrebbe essere una storia di risanamento.

Sto riconducendo mia madre al corpo.

Sto riconducendo mia madre al mio corpo.

Finalmente lo comprendo-sebbene mi sia servito più di mezzo secolo per capirlo, e mi sia servito questo intero atto di scrittura per nominarlo.

Nella mia famiglia riproduciamo il corpo femminile malforme. I nostri corpi piegandosi deviano dagli splendidi oggetti che presumibilmente presumiamo di dover essere.

La gamba di mia madre.

La mia spina dorsale.

I nostri corpi non rientrano in quella storia.

La nostra storia di madre-figlia, come la storia di mia figlia, va alla deriva.”

Marilena Votta 

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Leggere le onde di Lidia Yuknavitch – traduzione di Alessandra Castellazzi (Nottetempo)

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