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Raffaele Passerini anteprima. Love bombing

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Ho sempre invidiato chi è in grado di fare una narrazione della propria esistenza in modo epico e citazionista, legando le proprie storie a date, oggetti, esperienze, concerti, quadri, canzoni, poster, motorini, fidanzati. Io non ho una canzone preferita, un poster preferito, un luogo o un ristorante preferiti. Quando poi mi chiedono quali siano i miei cinque film preferiti, vado in crisi. Ma come si fa a saperlo? Ma che vuol dire preferito? Ma come fanno tutti a essere così certi che siano davvero i loro preferiti? Sono io o sono gli altri?”

È in libreria Love bombing di Raffaele Passerini (Castelvecchi editore 2026, pp. 300, Euro 20,00).

Nella New York di inizio anni Duemila Raffaele, trentenne omosessuale della provincia italiana, sogna la carriera di regista e cerca l’amore vero. Nella Grande Mela dove tutto è possibile incontra Jean-Luc, un uomo potente che lo affascina e conquista:

Stronzo, francese, con i soldi e sexy. Ok. Arriva il cibo. Mi racconta di Parigi, degli studi a Londra, Oxford, dei genitori, entrambi medici, persone molto serie, un po’ rigide, forse, ma che gli hanno dato delle regole solide, e l’ambizione. Dopo quasi tre anni a New York penso di aver imparato a riconoscere i millantatori dalla gente reale. Mi pare che dica la verità”.

Ma dopo poco scopre che la relazione ha dinamiche violente fatte di manipolazioni, incomprensioni e dipendenze emotive attraverso le quali ha inizio un vero e proprio percorso di purificazione sentimentale.

Un libro sofferto e ricco di interlocuzioni interiori che racconta un mondo sempre più difficile, affollato da narrazioni vincenti dove il peccato più imperdonabile è la vergogna.

Carlo Tortarolo

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In greco oikos significa ‘casa’. Ho creato la Oikos Films Llc grazie ai primi contratti con il mio primo grosso cliente pubblico, roba che può durare per sempre. Llc sta per limited liability company, società a responsabilità limitata. Doveva essere un nome che anche gli americani potessero pronunciare senza troppe storpiature, non come il mio: Rafieli. Ma scusa, se io ti dico R-A-F-F-A-E-L-E, non fai prima a ripetere il suono e pronunciare il mio nome correttamente? No, per loro quel che non è americano non ha un codice, una grammatica, deve essere ricodificato attraverso il loro sistema, altrimenti ciao. Non è che non capiscano il suono delle lettere, anzi, sono velocissimi, le beccano subito e subito le traducono nel loro alfabeto: «Ah, ho capito, R-A-F-I-E-L-I!». «Sì, esatto, sono le lettere giuste, ma si pronunciano Raffaele». «Yes, of course, Rafieli». Ci rinuncio. Non ce la fanno. Come biasimarli? Tanto si parla inglese ovunque, perché sforzarsi? Curiosità è sorella di necessità. A onor del vero tutti, in qualsiasi lingua, tendiamo a storpiare i nomi stranieri attraverso i suoni a noi familiari del nostro alfabeto, ma gli americani, come in tante cose, sono i numeri uno.

Avevo otto anni, non avevo mai incontrato nessuno che si chiamasse come me. A scuola una maestra mi aveva detto che era un nome del Sud, tipicamente campano. Tornato a casa, subito chiesi a mia mamma perché mi avessero chiamato così. Perché le piaceva.

«Ma abbiamo parenti in Campania?».

«No».

«E allora perché?».

«Non so».

La incalzai. «E allora perché? Perché è un arcangelo?».

«Non siamo così credenti, dai».

I miei ci hanno sempre portato in chiesa la domenica, ma non li ho mai visti pregare. La messa era un dovere chiaramente noioso. Ci vieni e basta.

In cucina, ero visibilmente paonazzo per l’insoddisfazione delle risposte evasive di mia madre. Raffaele non mi piaceva, cosa c’entrava con me? Perché almeno non mi avevano chiamato Michele, il capo dei tre, quello con la spada, quello che uccide il demonio? Basta, voglio un altro nome. Adesso.

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