Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Jonathan Bazzi anteprima. Bestiola

Home / Anteprime / Jonathan Bazzi anteprima. Bestiola

“Sono più di quattro mesi che Mirtilla non c’è più: ci lasciamo alle spalle il luogo in cui, più di tutti, noi quattro siamo stati branco.”

È in libreria dal 6 ottobre Bestiola, l’ultimo libro di Jonathan Bazzi (Mondadori 2026, pp. 288, € 19).

Nei primi capitoli il dipinto tragicomico di una seduta di yoga fatta per svagarsi da un trasloco:

“Nessuna sedia a disposizione, ma viene annunciato che, alla fine, ci saranno i dolci. Entrambi al cucchiaio, tiramisù e uno segreto che scopriremo al momento: Madalin non vede l’ora. Tenere duro mentre lo stomaco s’accartoccia. Conto fino a cento e poi ricomincio: dalle tradizioni orientali so che è tutta questione di testa. Immersi nella neve, i santi indiani pensano al fuoco.”

Il rapporto con i gatti che diventa simbolo:

“Mirtilla e Purè sono diventati, col tempo, un orizzonte, il mio metodo. Il senso che trascende il nostro, umano, concetto di senso. La radice, il mistero, la negazione dei confini certi dell’io.”

Un amore e un attaccamento disperato:

“Ogni giorno ho chiesto a questa cosa che chiamiamo Dio di prendersi in cambio la scrittura, il mio lavoro, ogni possibile euro futuro. Per fermare il suo fegato impazzito – che l’ha resa prima inappetente, poi gialla itterica, scheletrica, mentalmente compromessa e quindi cadavere – avrei dato l’uso della parola, una gamba, un braccio. Viva lei e io tetraplegico – non avrei avuto dubbi.”

E in poche parole, la miseria della cultura:

“Mi sono messo a scrivere perché, a trent’anni, non sapevo più cosa fare. Il progetto del dottorato: impossibile, troppo costoso. I professori che, a ricevimento, consigliavano di andare all’estero – e con che soldi? Il sistema delle borse di studio chiaramente progettato da chi non conosce quanto si può essere poveri.”

E poi l’immersione narrativa:

“Se non scrivo rimango in superficie: tre anni che aspetto e immagino i fondali”.

“Non sono scrittore, non scrivo romanzi – l’idea che l’autore vero sia quello che inventa una trama. Ma, se le guardi da vicino, realtà e immaginazione non è vero che sono in conflitto: la nostra esperienza quotidiana è assediata dalle fantasie.”

C’è il messaggio in bottiglia di chi sente morire il vero: “in un tempo in cui tutto è calcolo e scontro, è anche la verità di quello che sentiamo davvero, a rischiare l’estinzione.”

E infine una ragione per cui lo scrivere ha ancora senso: “trovare le parole per ciò che siamo abituati a lasciare ci stravolga in silenzio”.

Bestiola racchiude ricordi incastonati in confessioni metanarrative, animali che attraversano il racconto e una coscienza che si interroga, si risponde e racconta che a volte anche un gatto può scrivere libri.

Carlo Tortarolo

#

È che il secondo libro non ha replicato la magia del primo. Chiamo in causa mille fattori, ma l’orrore sta qui.

Come gli youtuber della prima ora, che si ritrovano in pensione a ventitré anni, sento che il mio momento è passato.

Non scrivo più ma non l’ho propriamente deciso: a un certo punto ho dovuto iniziare a prenderne atto. Articoli, racconti, prefazioni/postfazioni, sì, in abbondanza. Rispondendo a inviti e richieste periodiche che funzionano benissimo anche come pretesto, distrazioni – qualcosa faccio, vedete, fermo non sono.

Il gay che parla dei gay, la periferia, il costo della casa: neorealismo millennial.

Articoli e racconti, ma libri sono arrivato a pensare che non ne avrei più scritti.

Nonostante il tempo della scrittura sia quello in cui sento di esserci davvero: lavorare sulla lingua a ondate successive, strato dopo strato. Vedere smentita la natura da organismo che si limita a prendere la forma del contenitore.

Il primo libro ha fissato un precedente insostenibile.

Esperti del settore dicono sia normale: il secondo è sempre il più difficile, il tassello da valutare per l’affermazione della voce, più che per i numeri. Insistono le rassicurazioni: col primo sei stato in finale al premio dei premi, il calo è fisiologico.

Ma nulla arresta la sensazione di fallimento, la parabola diventata discendente.

Quindici, ventimila copie – qualcuno, per confortarmi, dice: avercene. Ma sono meno della metà: come si fa, in questo tempo in cui valgono solo i numeri, a non sentire di aver rovinato tutto?

Il punto sono anche le aspettative deluse, il cerchio dell’affetto spezzato.

Il linguaggio del secondo non proprio immediato – in risposta a chi aveva detto: spiace per le disgrazie, ma è un insulto all’intelligenza umana. Il responsabile editoriale che commenta: un po’ troppo alto. Intendendo: cervellotico, seghe mentali.

Soprattutto un libro con cui non è facile empatizzare.

Pagine e pagine sul desiderio dei vent’anni di prendersi tutto. Passando sopra ciò che si mette di mezzo – cose, persone. L’eroe del margine, il paladino degli ultimi: dov’è finito? Doppiogiochista, approfittatore: mi ha fatto venire i nervi, leggo nelle recensioni online, al protagonista gli avrei spaccato la faccia.

Non è accaduto per caso: nell’esordio che mi ha cambiato la vita avevo messo al centro un bambino emarginato e un trentenne debilitato da una diagnosi. Due condizioni passive, lo status tenero e innocuo da consolare.

Ma nessuno è riducibile a un solo ruolo, un singolo tratto dell’identità.

Di mese in mese, presentazione dopo presentazione, ho avvertito l’aura inautentica, l’interpretazione sfalsata. Perché, è vero, ho subito. E spesso ho ancora paura quando mi trovo per strada: sento il potere del mio corpo di attrarre lo sfogo, la mano più forte, la sanzione, lo sputo.

Ho subito, tanti di noi – per varie ragioni – hanno subito.

Ma crescendo, come molti, ho anche urtato, afflitto, fatto subire.

Sono il frocetto balbuziente in mano a psicoterapeuti e psichiatri, ma anche il provocatore, l’irrispettoso, il mitomane. L’amico inadeguato, il bugiardo, il sangue alla testa, la fantasia di vendetta, il campione di ghosting.

Non va di moda dirlo ma le persone che appartengono a comunità oppresse non è raro che rimettano in circolo il male.

Mi sono educato sentimentalmente nell’ambiente gay maschile dei primi tempi di internet: tutto ho avuto attorno, fuorché sensibilità. Da adolescente le mie fantasie romantiche o di sottomissione intercettavano il cinismo dei partner più grandi.

E nella violenza domestica in cui sono cresciuto spesso ho avuto la sensazione che gli uomini avessero la meglio solo per la maggior forza fisica.

Le donne si rifacevano su altre donne, oppure sui figli.

A tre, quattro anni, l’attività preferita della bella persona che non sono era stare sul balcone a chiamare puttana le passanti. Sin da piccolo sono abituato a fare del male uno spettacolo, la materia con cui intrattenere.

Quando mi trovo con la gente dell’editoria mi freno per non dire cose imbarazzanti o troppo volgari.

Alla tranquillità preferisco sempre una qualunque sorpresa – oscena, micidiale.

La verità è che nessuno mi attrae più di chi, in questi anni, mi ha coperto di insulti.

Portando all’analista il secondo libro, in regalo: se le dovesse piacere però non me lo dica.

È la soglia la zona di massima energia: non sapere se saremo salvi o dannati.

Finisco per perdere fiducia verso chi mi dimostra stima o interesse.

Mi fido di più di chi vede il buco dietro il talento che mi affanno per simulare.

Qualcuno che, come me, non se la beva.

Ecco perché mi ribello a ciò che io stesso ho contribuito a mettere in piedi.

Continuare a rappresentarci in tutti i modi possibili significa salvare la nostra umanità, non lasciarci ridurre ad appendici di un discorso già stabilito. Ammettere quello che ci scorre dentro: anche quando non è utile alla causa, anche quando ci espone al rischio di essere espulsi dal clan.

L’atmosfera culturale oggi impone altro: buoni o cattivi, da che parte stai?

Nessuna terza via è consentita: se immetti nel sistema una variazione, questa verrà ignorata o ricondotta a una delle due fazioni in campo. Le facoltà critiche e narrative annullate da slogan, hashtag, parole chiave utili a espugnare il fortino della visibilità.

Noi contro loro: vince chi ribadisce, con più violenza, una delle due opzioni disposte sul tavolo.

Ho deciso di rinunciare al premio in palio nel momento del picco: ricordo l’offerta di cinquemila euro da un’azienda, per un post e tre storie parlate. Gli eventi, dal gettone corrispondente a due mesi di uno stipendio medio, dove ripetere in loop il catechismo dei caroselli di Instagram.

Girare come dischi rotti è garanzia di collaborazioni e contratti.

Ho deciso di rinunciare e non perché io sia migliore, più puro. Voglio essere visto ma per quello che sono davvero.

Non fare il ripetitore di un segnale che circola già.

Domando alla terapeuta: il mio narcisismo quindi è più lieve? O forse persino più grave.

Pensare di poter svettare sopra le regole del gioco, il sistema in cui gareggiano tutti.

Forse quello che ricerco è solo una forma suprema di trionfo.

Nel tentativo di essere visto, e non solo per il cartonato identitario dietro cui veniamo confinati, sono scivolato nell’apatia.

In questi anni quasi tutte le sedute di terapia settimanali – a orientamento cognitivo, lacaniano, gestaltico, winnicottiano, a seconda del periodo – le ho dedicate a questo.

Esprimersi o venire apprezzati?

L’anno scorso stavo per mettermi a scrivere un libro sul nostro bisogno di letteratura, ovvero di libertà. Sull’importanza di raccontarci ancora, nei libri, come al cinema e ovunque, tutte le storie possibili. Per vincere la paranoia del passo falso, il terrore – guardandosi dentro – di scivolare dal lato del nemico. Per rivendicare la necessità di esplorare e contraddirsi, imbatterci in cose diverse da quelle che già conosciamo.

Un libro scontroso e cerebrale, frutto, temo, di una fissazione.

Un libro senza corpo, in risposta a quello che vedo ogni giorno attraverso lo schermo, là dove resto incastrato, maledicendo a tappeto e sentendomi un fallito.

Ma poi ho assistito alla distruzione del corpo più amato.

Quello che per sedici anni ho difeso da tutto e da tutti.

12 aprile – 6 maggio 2025: ho fatto il possibile e non è stato abbastanza.

Questa storia non ha lieto fine.

Mi rimetto a scrivere perché un mondo non esiste più.

E questo, in cui sono finito, non è quello che mi sono scelto.

#

Bestiola

di Jonathan Bazzi

© 2026 Mondadori Libri S.p.A., Milano

Foto credit (c) Claudio Sforza

Click to listen highlighted text!