Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Enrico Franceschini. Arrivederci Londra

Home / Recensioni / Enrico Franceschini. Arrivederci Londra

Una storia, Arrivederci Londra (Baldini+Castoldi) di Enrico Franceschini, tra il legal thriller, il romanzo d’azione e l’autofiction, in cui una narrazione avvincente e movimentata interseca le vite di dodici giornalisti, corrispondenti a Londra di vari importanti quotidiani europei.

Londra non è solo una città cosmopolita, è un simbolo spesso idealizzato e, come tale, una realtà complessa sempre sul ciglio del crollo. Ancora di più, con più forza, dopo la Brexit.

Franceschini, giornalista espatriato dall’Italia da una vita, ha uno stile ormai riconoscibilissimo, che unisce lo humor tradizionale britannico a un registro comunicativo internazionale, difficilmente inquadrabile a livello territoriale-regionalistico ma, per questo, di ampio respiro, non senza accenti personali ed elementi linguistici del parlato che rendono il dettato molto godibile. Elementi linguistici che, peraltro, mettendo in risalto gli stereotipi sulle varie nazionalità dei personaggi, sollecitano un sorriso divertito su un’Europa che, da un lato, è come un grande paese ma, per molti altri aspetti, non potrebbe essere più diversificata e proteiforme. Ed è da queste evidenti differenze culturali, nazionali, paesaggistiche, storiche, politiche, etnologiche e climatiche che derivano tutte le grandissime difficoltà dell’Unione Europea1 e della sua stentata compagine: “L’Europa Unita è un’ideale. Un’aspirazione, una filosofia, un sogno”.

Nei libri di Franceschini, inoltre, centrali quanto i personaggi sono i luoghi: non solo quelli geografici ma anche quelli più prettamente urbani, come ristoranti e locali notturni. D’altronde, si sa, un posto si conosce anche e soprattutto attraverso il cibo e la movida.

Ed ecco che, già nel primo capitolo del romanzo, l’autore ci racconta di un ristorante che sarà presente lungo tutto la narrazione: il Cinnamon Club, aperto dal 2001 dentro l’Old Westminster Library, una biblioteca vittoriana di fine Ottocento. Con il suo arredamento elegante e formale e la sua cucina multietnica è un perfetto ritrovo per “power lunch” o spuntini chic a qualsiasi ora. Ottimale anche per un’intervista istituzionale un po’ appartata (e quindi molto più appetibile da testate e lettori di quelle dichiarazioni rilasciate davanti a un ampio pubblico) o una riunione tra colleghi che vogliono confrontarsi su temi delicati o, più semplicemente, bere qualcosa insieme. Volendo fare un parallelismo azzardato quanto divertente con l’Italia, il Cinnamon Club, con le dovute accortezze, rievoca il famoso Bar Rosati di Roma, a Piazza del Popolo, raduno dei grandi pensatori della Capitale di metà Novecento.

Un’ossessione, tuttavia, domina l’attenzione dei dodici giornalisti: questa malvista uscita della Gran Bretagna dall’Ue, per altro dopo un’entrata faticosa e non immediata. Un’uscita di scena con effetti disastrosi per tutto il Paese la cui maggioranza, però, l’ha votata in referendum dopo ben 44 anni di adesione. Solo un giorno dopo la famigerata Brexit, il primo ministro Cameron si è dimesso e la borsa è crollata, trascinandosi dietro la sterlina. Una catastrofe preannunciata che, però, gli inglesi non avevano considerato, mossi da quei sentimenti populisti e irrazionali che li hanno condotti a fare tale infausta scelta.

Ci guadagniamo che torniamo ad avere il controllo” era la convinzione diffusa tra la gente – anche se non tutta: un pensiero, generalista quanto poco avveduto, che aveva trovato terreno fertile perché fomentato dallo slogan ideato da Boris Johnson per promuovere la Brexit, “take back control”. Parole, pulsioni e paure sociali strumentalizzate dalla politica, aizzate dai più problematici usi della demagogia che, a certe latitudini e con le necessarie differenze, viviamo anche in Italia (“Prima della Brexit è venuto Berlusconi. È stato lui il fondatore del populismo”). Un mix di razzismo e xenofobia, false credenze, perversioni cameratesche e talvolta omofobe, malesseri e rancori irrisolti che sono comuni, mutatis mutandis, a molti Paesi europei e, forse, in generale, all’essere umano, soprattutto quando si trova in difficoltà e stenta a individuare le reali cause – spesso complesse, stratificate e difficilmente accessibili- del proprio malessere.

Come ha scritto il poeta greco Kavafis, “Perché si è fatta notte e non son venuti i barbari./Messaggeri son giunti dai confini/e han detto che non ci sono più i barbari.//E ora, senza barbari, che sarà di noi?/Era una soluzione, quella gente”. Non a caso, etimologicamente il termine barbaro vuol dire straniero e per i Greci e i Romani barbaro era colui che non parlava il greco o il romano.

Dice il vero, Franceschini, quando, lasciando parlare uno dei suoi personaggi, afferma “Oggi i poveri votano a destra, i benestanti votano a sinistra”. Il mondo cambia e non è facile stargli dietro.

Spicca, tra i vari giornalisti, l’italiano, come nella migliore tradizione narrativa: la nazionalità di chi scrive è, alla fin fine, quella che se la sa cavare meglio. Andrea Muratori, detto Mura, ha girato il mondo per Repubblica, è molto sensibile al fascino femminile e ha una grande capacità di adattamento. Chissà che il nostro autore non ne voglia lasciare intendere qualche affinità con sé stesso. Per il resto, Mura è un italiano tipico, con tutti i pregi e i difetti del caso.

Come in ogni romanzo che si rispetti, con un ritmo veloce, in stile cinematografico, nel bel mezzo di un’atmosfera scanzonata e leggera, Franceschini introduce un’inaspettata scena di violenza che coinvolge il giornalista polacco Ryszard Dabrowski e un black cabber ben poco raccomandato, naturalmente schierato a favore della Brexit e polemicamente contro la “dittatura” dell’Europa”.

Da questo momento, l’anima dark della storia fa il sopravvento, gettando ombre nella vita non solo professionale ma anche privata dei dodici giornalisti innamorati di una Londra globale e accogliente che, forse, non esiste più (o non è mai esistita). Un fatto molto grave di cronaca nera che coinvolge indirettamente tutto il gruppo e che suscita l’interesse dei principali giornali del Paese. Loose lips sink ships, si diceva durante la Seconda guerra mondiale, come argutamente ricorda Franceschini che, da buon giornalista, ha sempre la citazione pronta.

Ha inizio, così, una “resistenza contro la Brexit” da parte dei dodici, con programmi, intenzioni e conseguenze del tutto inattese: “Perché non sospingerli noi verso la tomba, i razzisti, i fascisti, gli autolesionisti che hanno votato per la Brexit”?

Quanto può essere forte l’amore per la Gran Bretagna, un amore portato fino alle estreme conseguenze, fino a odiare, a torto o a ragione, la maggioranza dei britannici che hanno tradito il senso di democrazia condiviso che fonda (o dovrebbe fondare) l’UE?

E ancora, come si può immaginare una “soft Brexit” in cui gli accordi economici fra la Gran Bretagna (con la premier Theresa May, prima delle sue dimissioni pilotate nel 2019 a cui è subentrato il conservatore Alexander Boris de Pfeffel Johnson) e l’Europa si possano basare su condizioni accettabili per entrambi, altro punto focale di estrema delicatezza diplomatica? Delitto e castigo, cita l’autore, e vale per tutti, nessuno escluso.

Potrà la democrazia riconquistare campo sul populismo conservatore, in Gran Bretagna e magari anche altrove?

Se tra queste pagine si può ipotizzare la presenza di vari riferimenti impliciti o espliciti, volontari o involontari e talvolta quasi profetici, ai fatti di attualità italiana che hanno interessato – e stordito, oltre che smodatamente acceso – l’opinione pubblica degli ultimi tempi (come il referendum sulla giustizia e il caso sintomatico della “famiglia nel bosco”, con tutte le loro implicazioni socio-antropologiche, oltre che politiche, nonché il portato di rabbia che hanno fatto emergere tra molti), leggendo questo libro e grazie alla maestria narrativa di Franceschini rimane aperta una piccola finestra di speranza sul futuro internazionale, nonostante i tempi bui, troppo bui che stiamo attraversando. D’altronde, come sosteneva Ernesto De Martino, la possibilità di salvezza del singolo risiede in una società in cui la socializzazione non ceda alla massificazione. Tutto il resto è storia.

Gisella Blanco

#

1 Combattenti della resistenza, avvocati o parlamentari: i pionieri dell’UE erano un gruppo eterogeneo di persone mosse dagli stessi ideali: un’Europa pacifica, unita e prospera. La storia dell’UE è lunga e travagliata, si costruisce nel solco di una volontà di integrazione europea fondata sull’introduzione, dopo la Seconda guerra mondiale, di forme di cooperazione intergovernativa tra gli Stati d’Europa occidentale e sullo sviluppo di un metodo comunitario in settori specifici con l’istituzione, nel 1951, della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) da parte di sei Paesi europei – Francia, Germania occidentale, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo – con l’obiettivo di introdurre la libera circolazione, appunto, di carbone e acciaio e garantire il libero accesso alle fonti di produzione. Seguono i trattati di Roma del 1957 per l’istituzione della CEE (Comunità Economica Europea) e di Euratom che hanno dato il via allo sviluppo ulteriore di tale metodo comunitario, sempre in modo cautamente progressivo, mediante l’unificazione degli organi delle tre comunità europee, l’allargamento ad altri Stati europei, l’ampliamento degli ambiti di intervento e il rafforzamento dei poteri delle istituzioni comunitarie. Il Trattato di Maastricht del 1992 sancisce la nascita dell’Unione Europea, fondata sui famosi tre pilastri (Comunità europee, Politica estera e di sicurezza comune e Giustizia affari interni). Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009, razionalizza il processo di integrazione realizzando un ente unitario che sostituisce la Comunità Europea e, cioè, l’UE. Oggi possiamo parlare di mercato interno e delle quattro libertà inerenti alla circolazione di persone, merci, servizi e capitali. Nel 2011, gli Stati aderenti sono 28. Il Regno Unito entra a fra parte dell’UE nel 1973. Nel 2016, a seguito del referendum del 23 giugno, decide di recedere dall’UE. Il 29 marzo del 2017, il Governo britannico notifica formalmente l’intenzione di uscire dall’UE, attivando quindi le procedure definite dall’art. 50 TUE (diritto di recesso ad nutum dall’Unione). I negoziati sugli accordi economici durano tre anni, il 30 gennaio 2020 il Consiglio dell’Unione Europea adotta la decisione relativa alla conclusione dell’accordo di recesso a nome dell’UE e una dichiarazione politica sul quadro delle future relazioni. Tali accordi vertono in particolare su tre tematiche: la tutela dei cittadini britannici in Europa ed europei in Gran Bretagna; la liquidazione finanziaria; la questione irlandese. Il 31 gennaio 2020 il Parlamento Europeo approva l’Accordo sul recesso del Regno Unito dall’Unione Europea. Tale Accordo entra in vigore il 1° febbraio 2020, qualche giorno prima che scoppiasse la pandemia da Covid. Allo scadere del periodo transitorio, è stato firmato l’accordo sugli scambi commerciali e la cooperazione (Trade and Coooperation Agrrement – TCA) tra l’UE ed il Regno Unito, applicato in via provvisoria dal 1° gennaio 2021 ed entrato in vigore il 1° maggio 2021.

Click to listen highlighted text!