“Certo ho sbagliato a fin di bene nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma oramai non si può più cambiare. Resta solo da riconoscere che Tu avevi ragione… Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi”.
È in libreria Aldo Moro Le idee, il metodo, l’eredità di Tino Iannuzzi e Alberto Losacco (Baldini+Castoldi 2026, pp. 300, € 20,00) con prefazione di Pier Ferdinando Casini.
Il libro ricostruisce la figura di Aldo Moro e ne mostra i diversi aspetti: il professore con un’idea ben chiara della funzione del potere, lo statista di respiro internazionale, il credente con un’idea chiara della politica:
“La DC ha come meta suprema della vita sociale l’uomo che è principio, fine e strumento della pur essenziale solidarietà sociale, mentre il comunismo altera la gerarchia dei valori, mortifica l’uomo, dissolve sostanzialmente la persona in una macchina collettiva… La dignità della persona per la DC richiede la libertà in tutte le sue forme e tra esse essenziale quella politica; il valore dell’uomo, invece, per il comunismo si esprime e si esaurisce in un inserimento mortificante ed uniforme nella vita collettiva”.
Il racconto di un leader in grado di leggere la realtà, sempre attento all’opera di mediazione per evitare strappi:
“Nella DC si diceva che Moro era come la fanteria: arrivava a piedi, dopo le cariche della cavalleria, e apparentemente in ritardo. Ma portava con sé il grosso dell’esercito”.
Ideatore del compromesso storico, Moro cercava di estendere il più possibile la partecipazione democratica nel Paese ed era mosso da un’idea di libertà molto concreta:
«Una libertà che esprima la partecipazione reale al potere di quanti in passato ne furono esclusi o rimasero ai margini della vita dello Stato democratico».
Aldo Moro è l’icona di un tempo in cui la politica aveva il dovere di guidare il popolo senza diventarne follower, e poteva non farsi processare nelle piazze perché manteneva il rapporto con chi vota.
Gli autori raccontano Moro, evidenziandone i diversi aspetti e restituiscono una figura complessa e difficile da eguagliare. E tratteggiandone gli emuli e i molti successori, nel confronto, riescono a far spiccare la levatura che oggi sembra irraggiungibile dello statista.
Carlo Tortarolo
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Scrivere di Aldo Moro oggi significa entrare nel cuore della storia repubblicana italiana. Significa confrontarsi con un uomo che non fu soltanto leader politico, ma un autentico statista, capace di tenere insieme visione e concretezza, dottrina e prassi, fede e responsabilità pubblica.
Le pagine che seguono – dense, documentate e animate da una profonda passione civile – si propongono di restituire, nella complessità delle sue molteplici sfaccettature, il profilo di uno dei più importanti protagonisti della storia repubblicana, ideatore di svolte e passaggi essenziali, uomo capace di grandi elaborazioni intellettuali e di una progettualità politica di ampio respiro che ha segnato in profondità il cammino democratico del nostro Paese.
Aldo Moro non è stato soltanto protagonista di un’epoca, ma anche l’interprete raffi nato di un modo di intendere la politica.
Per questo, la sua parabola politica ed esistenziale non può essere compressa né ridotta al tragico epilogo del 1978.
Come ricordano gli autori di questo volume, per coglierne l’eredità autentica, il suo pensiero e la sua politica «vanno considerati e analizzati distinguendoli dalla tragedia del rapimento e dai cinquantaquattro giorni di prigionia, culminati nel suo assassinio». Non per minimizzare la portata di quel dramma, che ha segnato la coscienza nazionale, ma per ricordare che prima del 1978 vi furono oltre trent’anni di intenso impegno politico, culturale e civile, durante i quali Moro costruì pazientemente un tessuto democratico fondato sull’ascolto e sul rispetto.
Queste pagine hanno quindi innanzitutto il merito di restituirci Moro nella sua interezza.
Ciò che emerge immediatamente, scorrendo i capitoli di questo volume, è la coerenza di fondo che lega il Moro giovane costituente – che a soli trent’anni porta in Assemblea il suo bagaglio di studi e la sua fede nel personalismo cristiano – il giurista, il leader capace di tessere alleanze nuove, di comprendere i mutamenti sociali, di aprire varchi nel sistema politico, il Moro europeo e internazionale, sempre attento a fare dell’Italia un ponte tra culture e blocchi contrapposti.
Dimensioni parallele, legate da un unico fi lo conduttore: la centralità della persona. Nei suoi studi di Filosofi a del diritto, così come nella sua azione parlamentare e di governo, Moro ha sempre posto la dignità dell’uomo al centro della convivenza civile e statuale nella convinzione che «la persona vive non solo singolarmente, ma ancor di più nelle formazioni e nei gruppi sociali con cui viene naturalmente a contatto», anticipando quella concezione pluralista che sarebbe entrata nel cuore della nostra Carta costituzionale.
L’azione di Aldo Moro ha attraversato fasi cruciali della storia nazionale: dalla Costituente al centro-sinistra, dalla «strategia dell’attenzione» verso i comunisti all’impegno europeista e alla riflessione sul ruolo dell’Italia nel Mediterraneo e in Europa, fi no al difficile confronto con il terrorismo.
In ogni fase, Moro ha saputo dare voce a una politica mite, mai gridata o imposta, ma salda, fatta di pazienza e responsabilità.
Ne emerge la statura di un leader che ha lasciato un’eredità importante: aver concepito l’impegno pubblico come ricerca incessante di mediazioni alte, lontane tanto dal compromesso al ribasso quanto dalla sterile contrapposizione ideologica.
Moro era infatti un democratico cristiano convinto, mai integralista mai animato da un senso di superiorità o di demonizzazione dell’avversario politico.
Per lui, il metodo contava più dei contenuti e più delle formule. E il metodo consisteva innanzitutto nel mantenere sempre il filo del dialogo come strumento da utilizzare per avvicinare posizioni anche lontane al fine di schiudere nuove prospettive, nell’esercitare fino all’estremo l’arte della mediazione negandosi a ogni esibizione muscolare, nella capacità di persuasione che gli consentiva di realizzare svolte importanti senza strappi.
Il lavoro costante per ampliare, oltre il centrismo, le basi di una democrazia condivisa, rappresenta la metafora compiuta del percorso straordinario della DC che trova la sua più alta espressione in Aldo Moro.
Un partito che è stato capace di favorire un processo di progressiva contaminazione della società italiana sulle proprie idee. Quelle idee, a lungo contestate, sono diventate, infatti, patrimonio comune e fondante della Repubblica.
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