Esce oggi in libreria per i tipi di Piemme, La santa di casa (pag. 272, € 18,90), il nuovo romanzo di Patrizia Rinaldi. Libro che potremmo definire “completamente napoletano” per ambientazione e personaggi, con una trama facile e allo stesso tempo difficile da sintetizzare.
Prima di tutto questa è la storia di Alena D’Angelo, donna e madre, che molto spesso “gioca a nascondino con la memoria”.
Poi è quella di tutta la sua famiglia, composta da Sergio, marito prima assente poi folle; da Carlo, Roberto, Annamaria e Mariastella, frutto di un parto quadrigemellare; da Salvato, il figlio tardivo, e da Ferdinando, il compagno operaio.
Una schiera nutrita, che Alena stigmatizza a un certo punto con la frase «E siamo a sei figli viventi più una Santa». Nessuna di queste figure riesce però mai ad assurgere alla vastità di dolore e cieca fiducia che promana da Alena. Nemmeno Mariastella, la figlia morta appena dopo il parto; figura fantasmatica con cui interagisce attraverso le pagine del diario o in alcuni vagheggiamenti privati, le tiene testa. Lei che dovrebbe essere la “Santa di casa”, quella cui la madre parla, cui chiede consiglio, con cui litiga, anche.
Eppure Mariastella, ce ne rendiamo conto presto, non è il personaggio principale del romanzo, visto che “non ascolta, quindi non giudica, quindi non corregge le azioni” di Alena. È invece proprio quest’ultima la vera Santa. Non solo perché le vicende narrate da un narratore ben informato dei fatti appartengono a lei quasi tutte, ma anche perché sembra incarnare la figura mistica della santità pur in una chiave del tutto rivisitata.
Cronologicamente scorrono sessant’anni ne La Santa di casa. Diviso in tre parti, nel romanzo di Rinaldi in realtà il fluire del tempo è un qualcosa capace di dipanarsi senza farsi afferrare dal lettore. Così la cornice racchiude tutta la storia fra il 18 luglio e il 24 agosto 2016, ma quello che è il suo cuore inizia il 17 febbraio del 1956 per protrarsi fino agli anni Ottanta. Questo accade forse perché Alena affronta «la velocità dello scorrere del tempo con imposta noncuranza», anche se “il tempo corre a perdifiato”.
Nei capitoli che compongono il romanzo passa la parte più importante della vita della protagonista, fatta soprattutto di colpi assestati dalla sfortuna, cui però il lettore non la vedrà mai arrendersi in maniera definitiva.
Altra cosa che vedrà, per quanto lateralmente, è anche la storia di una nazione, la nostra, attraverso l’eco di una città, Napoli. Percepirà il benessere economico degli anni Sessanta, le lotte operaie, l’arrivo dell’eroina. Dda parte sua, Alena ci si troverà in mezzo, ricavandone non proprio il meglio, men che meno dalla gran parte della cerchia familiare. Cui però resterà sempre legata, come spesso accade in altre opere di Rinaldi.
Anche qui al pari di quanto accade in precedenti romanzi, la famiglia per la narratrice partenopea si mostra infatti luogo di elezione, ma non protetto anzi, è aperto terreno di scontro, persino “incubatore di traumi”. Di certo viene declinata evitando attentamente stereotipi idilliaci o tradizionali.
Ne La Santa di casa troviamo l’idea di una famiglia “non tradizionale” – vero filo rosso tematico già sviluppato in precedenza – che si sostituisce a quella di sangue, dichiarandone l’inadeguatezza funzionale e spostando l’asse sulla possibilità per i personaggi femminili di operare una scelta, spesso focalizzata sulla solidarietà.
Chi vive situazioni di necessità si unisce cercando di inventare una idea di protezione, dove la parentela risulta essere l’atto di cura reciproca, mai un semplice dato genetico.
Il sentimento nella pagine de La Santa di casa è perciò declinato in un ossimoro, si presenta come una tenerezza ruvida. Al loro interno frustrazione o tormento vengono sostituiti da un bene superiore. Così appare il rapporto che si instaura nel tempo fra Alena e Zenzette, la donna uomo, il terzo elemento di questo gioco di specchi a tre.
Detto altrimenti: Zenzette ripulisce il piano del reale da facili sovrastrutture emotive. Fa scendere ancor di più Alena in una concretezza che, sì, non offre sconti, ma contemporaneamente porta a non commiserarsi più del necessario. Forse è la voce di Mariastella fatta carne, chissà.
Sergio Rotino
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Gli anni Settanta erano passati addosso ad Alena convincendola solo in parte delle ideologie, delle mode, dei sentimenti dominanti, delle culture che si portavano appresso.
L’arrivo degli anni Ottanta non si prospettava differente, fatta eccezione per il terremoto. In quel caso non c’era niente da fare: restare impermeabili al tempo del sisma era fuori discussione.
Quando l’Irpinia tremò in maniera devastante e Napoli si unì al ballo, Alena era sola. E non se ne sorprese: nascite e morti non la volevano in compagnia.
Roberto era ancora in comunità, a Torino. Circa un anno prima, lei era stata durissima; si erano salutati male.
«Torna disintossicato o non tornare.»
«Non torno comunque.»
La durezza della madre gli avrebbe salvato la vita. Nel giro di Roberto, dopo la sua partenza, si moltiplicarono i lutti per overdose. L’eroina avvelenata, tagliata con veleni sussidiari, si impegnò come fosse un assaggio della nuova peste, l’Aids, che tra il 1982 e il 1983 avrebbe inaugurato l’epidemia in Italia con i relativi dagli all’untore; morite, peccatori; omosessuali, carogne infette.
Carlo si trovava a Roma per stringere alleanze politiche, a uso economico e di potere. Ormai Napoli gli andava stretta e spesso si avviava verso la capitale con la valigia buona e la strategia accurata di chi non si accontenta facilmente. Era passato da compratore porta a porta dei propri interessi a commerciante, sempre dei suoi interessi, ma su più vasta scala. Solo in presenza di Alena ridimensionava la parvenza di padrone dei giochi, forse proprio per questo a casa resisteva poco.
Biancamaria aveva fatto carriera alla Coop 1 di Reggio Emilia e i sabati e le domeniche bolognesi erano diventati sempre più rari. A onor del vero, coi sottoposti aveva rispettato i comportamenti da Indiana Metropolitana, almeno quando tutto filava liscio. In caso contrario si trasformava in una donna simile a sua madre, insicura se attaccata e perciò pericolosa. Al momento la stabilità amorosa non rientrava nei suoi desideri e anche per questo la chiamavano la vagabonda solitaria di giù.
Durante il terremoto devastante, Ferdinando se ne stava per mare. Voleva comprare una barca e l’aveva trovata, usata e in buono stato, nei pressi di Sellia Marina, in provincia di Catanzaro. La proprietaria della barca, che Ferdinando aveva conosciuto anni prima a Sorrento, aveva approfittato della compravendita per provare insieme al bel Ferdinando la resistenza alle onde.
Sergio era immerso in uno dei suoi lunghi girovagare da cui tornava come un gatto maltrattato. I panni laceri e il volto tumefatto raccontavano di risse, di fughe, di rischi di strada. Alena per saperne di più poteva soltanto ascoltare i discorsi del marito con i personaggi persecutori della sua immaginazione.
Allora si inteneriva, gli perdonava ogni oltraggio; lo accudiva con la circospezione di chi si aspetta una mazzata per ogni bene fatto.
Forse questo tratto distintivo materno di Alena giovane si era incollato con maggior cura proprio ai maltrattamenti subiti.
A differenza del previsto, nel bel mezzo del terremoto Alena non ebbe paura di morire, ma accettò la possibilità. Non scese per strada, si accucciò sotto il tavolo della cucina dove aveva trovato riparo anche Nerone. I due non si sfiorarono nemmeno, forse entrambi erano troppo occupati a considerare la fine di tutto che arrivava con un certo anticipo rispetto alle aspettative standard.
Mariastella, sto venendo da te. Dimmi bene la strada, lo sai che mi perdo sempre, pensò in quel momento Alena.
Nerone non pensò a niente, a un certo punto sentì l’odore del futuro: qualcuno aveva lasciato la carne sulla griglia. Stava per finire la fine del mondo e lui aveva fame.
Nonostante l’esercizio della dimenticanza, il ricordo dei quarant’anni di Alena coincise con quel suono del terremoto. Non avrebbe più dimenticato, non era possibile.
Il boato, che anticipò e poi accompagnò il movimento prima sussultorio poi ondulatorio, fu per lei l’urlo sincero della Terra. Era viva e vegeta, altrimenti se ne sarebbe stata bella zitta mentre una forza sovrumana la scuoteva.
Però il fragore non le sembrò persecutorio, cioè la Terra non voleva spaventare né avvisare, no: la materia, tutta la materia, era diventata un suono talmente violento da essere terreno.
La conclusione di Alena fu: pure la Terra deve sfogare.
E lei non aveva niente da ridire, infatti durante la scossa si sentì pure lei Terra, pure lei urlo. La bocca non ebbe bisogno di strillare, tanto il suo cuore e tutto il resto si erano accordati al boato.
Quando al cineforum di quartiere arrivò il film Cabaret, restò colpita dalla scena girata sotto il cavalcavia, quando Liza Minnelli (Sally Bowles) trascina Michael York (Brian Roberts) a urlare forte mentre passa il treno. Riconobbe quella finzione cinematografica come un fatto vero e suo.
Cercò di comunicare a Ferdinando l’adrenalina che le faceva salire quel pezzo di film, cercò di spiegare il paragone con il boato del terremoto. Ferdinando non capì e, come faceva spesso quando non capiva, si mise a ridere.
«Vuoi trascinarmi in qualche terremoto? Dimmi quale, ci vengo.»
Alena fu illuminata da una considerazione che, come il boato, non scordò, nonostante i suoi esercizi di dimenticanza.
Nessuno può capire il terremoto se non ha creduto di morire sotto le macerie, nessuno può esserti d’aiuto se il corpo si apre in due per un parto o per un’altra amputazione, nessuno può diventare un boato se non ci è caduto dentro. Forse era un bene, questo non lo sapeva. Comunque l’amore, pure quello bello carnale e appassionato, non aveva la forza di sanare le assenze, le solitudini, i terremoti.
«No, meglio che non ci vieni» rispose.