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Francis Scott Fitzgerald anteprima. Uno sventurato Santa Claus

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“Uno sventurato Santa Claus” di Francis Scott Fitzgerald (Oligo Editore, 2026 pp. 44 € 13.00), nella traduzione e cura di Sandra Spoto, esce nelle librerie il 6 novembre. Un piccolo gioiello editoriale del 1912, un racconto magico che consuma tutti i contenuti d’ispirazione, eccessivi e conturbanti della letteratura di Francis Scott Fitzgerald. Ritrae lo squilibrio fatale e imperante del fascino femminile che condiziona la dipendenza affettiva degli uomini, il simbolo attrattivo del denaro, il sarcasmo spietato nei confronti dell’inconsistenza etica e morale, la spregiudicatezza crudele dei sentimenti. La generosa impresa di carità, al centro del racconto, è una sfida insolente di Dorothy Harmon al suo fidanzato: la vigilia di Natale dovrà regalare venticinque dollari agli sconosciuti. Ma in realtà l’apparente iniziativa di beneficenza diventa una circospetta e diffidente elemosina all’indifferenza e al menefreghismo, un incubo paradossale e tragicomico, in cui Harry Talbot, confuso in una distaccata e impassibile New York, tenta di offrire denaro e riceve freddamente l’incuria della gente che, incredula, lo guarda con perplessità, lo allontana con noncuranza. La singolarità del racconto si scontra con l’incredibile finalità di portare a termine la scommessa, oltre le disavventure e le ferocie subite nel quartiere malfamato di Bowery. Dove si mescola la comicità amara e profondamente assurda con l’elemento drammatico e denso della disillusione, Francis Scott Fitzgerald trova il senso elegante ed evocativo di descrivere la strategia di una eccitazione emotiva, avvinta al disincanto e allo scherno dello spirito natalizio, deriso dalla dissoluzione di una poetica in declino sui sentimenti. Il sostegno intelligente e vivace della narrazione sostiene una contraddizione della ricchezza, una superficialità e una solitudine umana in cui la spregiudicata e spassionata disinvoltura esistenziale sposa l’imbarazzante e sconfortante arrendevolezza, la docilità perversa della manipolazione, il travestimento arguto di un racconto beffardo e umoristico con la caricatura di una triste consapevolezza, dosata con la pungente e imprevedibile realtà dell’altruismo. L’emancipata intraprendenza stilistica dell’autore ritrova, nella limpidezza e nell’essenzialità di una scrittura che da ritmo alla natura ingannevole ed esitante dei personaggi, il tempo di una riflessione sulle dipendenze materiali, comprende la vanità del vuoto, la dissolutezza e la fugacità.

Francis Scott Fitzgerald scrive questo racconto a 16 anni e già sa comprendere con perspicacia e genialità una visione del mondo e trascinare metafore morali lungo l’itinerario dell’equivoco condizionamento tra amore e denaro, il contrasto interiore tra lo sconforto e l’infelicità di un tragico eroe che mette a nudo l’esuberanza irrefrenabile del lusso e le sue ossessive conseguenze. L’opera di Francis Scott Fitzgerald illustra senza clemenza la seduzione ipnotica dei soldi e l’inesorabile fallimento dell’umanità, catturata in un vincolo disperato e travolgente di indagine e critica psicologica, mescola sapientemente la sferzante ed effimera vulnerabilità dei desideri umani con il ritmo illuminato dall’intonato lirismo e dalla sequenza melodiosa delle parole. Coinvolge il lettore in un vortice fulmineo, affascinante, spettacolare. Il libro svela la fonte della poetica fitzgeraldiana, arguta, irrequieta, spontanea e sfrontata. Un’attenta osservazione sui vizi, sul senso della virtù caritatevole, uno specchio implacabile sull’ipocrisia delle regole. Il palcoscenico scintillante dell’epoca dei ruggenti anni venti si apre sulle delusioni e sulle contraddizioni, ritrae la lusinga della fastosità e il richiamo della sua cornice illusoria. La traiettoria malinconia che attraversa il mondo di Francis Scott Fitzgerald attraversa la vanità del materialismo, sterza, con un magnifico intuito romantico verso il cammino cruciale della speranza, le curve corrosive della caducità.

Rita Bompadre

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Era stata tutta colpa di Miss Harmon. Se non si fosse fissata con quel capriccio, Talbot non avrebbefatto una figuraccia, e – ma sto correndo troppo.

Era la Vigilia di Natale. I Santa Claus dell’Esercito della Salvezza coi loro nasi paonazzi lo rimarcavano colpendo ripetutamente degli sgangherati caminetti di carta con dei cucchiai di latta. Vecchi scapoli carichi di pacchi regalo erano ormai incuranti di quante pantofole e vestaglie avrebbero dovuto ringraziare il giorno seguente, e si univano alla generale aria di festa che pervadeva la frenetica Manhattan.

Nel salotto di una casa situata in una strada residenziale fiocamente illuminata da qualche parte a est di Broadway, sedeva la signorina che, come ho detto prima, diede inizio a tutta la faccenda. Stava intrattenendo una conversazione tra il frivolo e il sentimentale con un giovanotto impeccabilmente abbigliato che sedeva con lei sul divano. A ogni modo, era tutto appropriato e corretto, perché erano ufficialmente fidanzati e pronti a convolare a nozze a giugno.

«Harry Talbot», disse Dorothy Harmon, alzandosi e restando lì a ridere dell’allegro giovane gentiluomo al suo fianco, «quanto è vero che sei il ragazzo più ridicolo che abbia mai incontrato, mangerò quella terribile scatola di caramelle che mi hai portato la scorsa settimana!»

«Dorothy», la redarguì il giovane, «dovresti accettare i regali con lo spirito con cui ti vengono donati. Quella scatola di caramelle mi è costata un mucchio di soldi tirati su a fatica».

«Soldi tirati su a fatica, certo!» si burlò Dorothy. «Sai benissimo che non hai mai guadagnatoun centesimo in tutta la tua vita. Giocare a golf e andare a ballare – questa è la totalità delle tue occupazioni. Non sai neanche spenderli i soldi, figuriamoci guadagnarli!»

«Mia cara Dorothy, sono riuscito a racimolare dei bei debiti il mese scorso, come scoprirai se chiederai a mio padre».

«Questo non è spendere il tuo denaro. È sprecarlo. Non penso che riusciresti a regalare venticinque dollari neppure se ne andasse della tua vita».

«Ma perché mai», protestò Harry, «dovrei voler regalare venticinque dollari?»

«Perché», spiegò Dorothy, «si tratterebbe di vera carità. Non è niente far pagare a tuo padre una scrivania e farmela recapitare, ma regalare del denaro a degli sconosciuti sarebbe già qualcosa».

«Veramente, chiunque può regalare del denaro», dissentì Harry.

«Allora», esclamò Dorothy, «vedremo se ce la farai. Non credo che riusciresti a regalare venticinque dollari in una serata nemmeno se ci provassi».

«Certamente, ci riuscirei».

«Allora provaci!» E Dorothy, precipitatasi in corridoio, gli prese cappotto e cappello e glieli mise in mano, mentre esitava.

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