Un romanzo intensissimo, immerso in una luce crepuscolare e cruda, che narra di un mondo in esilio, vicinissimo al collasso climatico, e che potrebbe non essere lontano dal tempo che stiamo vivendo.
Un mondo scintillante di pioggia, che progressivamente erode i margini di ogni terra emersa, le città trasformano i bus in taxi d’acqua o vaporetti, la fiducia destinata a evaporare come rugiada. In questo mondo, vivono tre sorelle, Isla, Irene e Agnes, unite dal desiderio di distaccarsi dal loro padre, carismatico architetto di successo e al contempo collerico e manipolatore, esperto nel portare alla luce le loro fragilità e a deriderle. La competizione feroce delle sorelle per avere l’approvazione del padre le ha portate a diventare spigolose e distanti l’una con l’altra, l’affetto sepolto sotto strati di diffidenza.
Isla, psicologa, è alle prese con il divorzio da sua moglie Morven, che l’accusa di non voler capire che, a un’umanità ormai arrivata al capolinea, bisogna opporre l’autenticità di una vita sottratta al tempo e al lavoro che ci definisce, e cercare la salvezza in comunità rurali, prive di tecnologia. Irene, dottoranda in filosofia, che ha rinunciato agli studi per la sicurezza di un lavoro da contabile, cerca di tenere insieme la sua relazione con Jude, persona non binaria, fascinosa e paziente nel tollerare i suoi scatti d’ira e la sua frustrazione. Agnes, che dalle sorelle maggiori è stata praticamente lasciata a vivere con il padre, è una specialista nella fuga da ogni coinvolgimento emotivo. Lavora part time in una caffetteria ed è prigioniera di un’infanzia abbandonica e silente. Fa sesso con sconosciute alle quali concede briciole dei suoi incubi vividi, e si riveste prima ancora che l’alba illumini le cime bagnate dei grattacieli, le vetrate trasparenti che trattengono più di quello che mostrano all’esterno.
La morte del padre è l’occasione per tutte e tre di ritrovarsi e di lanciarsi addosso rancori taglienti come piatti, al centro di rivendicazioni dolorose la casa, chiamata il Cavallo, costruita apposta per sollevarsi man mano che l’acqua invade gli edifici, e per diventare un rifugio. Proprio la casa d’infanzia è stata teatro di riti fatti per purificare e ricondurre a unità persone che la frequentavano, le stanze spettatrici silenziose di violenze sottili. Il legame tra le sorelle è sempre stato ambivalente, dettato dal bisogno di scappare dall’ingombrante presenza paterna e al tempo stesso il cercare di risultare amabile ai suoi occhi.
Perché la casa è stata destinata ad Agnes, che comunque non la vuole? E perché lei ha la sensazione di essere osservata, monitorata, seguita da sussurri e sfiorata da soffici dita che non fa in tempo a mettere a fuoco?
La città narra sé stessa, degli scrosci di pioggia e dei brevissimi sprazzi di luce solare, di cupezza e di blackout sempre più frequenti, le comodità della vita che conosciamo lontane nel tempo, perdute, i confini tra i corpi ravvicinati.
Julia Armfield tocca di nuovo tematiche a lei care: le nostre stranezze più potenti vengono sussurrate e poi urlate addosso al lettore, l’assurdità narrata alla quale credi, al punto che aspetti un attimo prima di spegnere le luci, nelle infuocate sere d’estate. In attesa di vedere le ombre sdoppiarsi e venirti incontro.
La parte incontrollabile cerca la sua visibilità. Siamo fatti di contraddizioni, d’acqua e di mancanze, e capirlo è il primo passo per non opporsi alle trasformazioni in atto dentro e fuori di noi.
“Tutto questo sarà presto dimenticato.
Il suono di qualcosa che viene aperto-una serratura forzata, un battente che trema. Senza il chiavistello una casa, più che una casa, è un insieme di stanze da cui qualcuno potrà stanarci.
La notte è ampia, inquieta, implacabile. La città è come un osso del desiderio, pronta a spezzarsi in due.”
Maria Maddalena Votta