Che cosa può ancora suscitare il sentimento del sublime nel paesaggio contemporaneo? È questa la domanda da cui prende avvio l’introduzione a Il sublime circostante. Esperienze del limite nel paesaggio contemporaneo, volume che raccoglie undici racconti accompagnati da un saggio di Fiammetta Palpati dedicato alla possibilità di riconoscere il sentimento del sublime nei luoghi ordinari del nostro presente e seguiti da una postafazione di Giulio Mozzi.
Proponiamo di seguito alcuni passi estratti dall’introduzione nella quale, attraverso una riflessione che intreccia estetica, filosofia del paesaggio e pratica narrativa, Palpati offre una rilettura del sublime come esperienza del limite e del «bilico» in cui periferie, impianti industriali, ospedali, raffinerie, discariche, siti archeologici, ripropongono un rapporto tra essere umano e paesaggio che continua a mettere in gioco il desiderio di oltrepassare la misura del proprio sentire.
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«L’idea di raccontare luoghi, edifici, aree urbane, paesaggi legati al nostro quotidiano, all’orizzonte ordinario della funzionalità, per verificare se sia possibile sperimentare ancora (o nuovamente) il sentimento del sublime mi è venuta anni fa, una sera in cui rientravo da Civitavecchia, in automobile.
Guidavo verso nord, sull’Aurelia, nel traffico regolare, in un senso e nell’altro, che faceva da sfondo. Superata la fortezza del vecchio carcere la congestione intorno agli imbarchi delle navi passeggeri si era del tutto dissolta: il porto si espandeva, si diluiva lungo la costa in un’infinita banchina, un’unica area logistica senza soluzione di continuità: cantiere, stoccaggio, lunga sosta. Oltre la barriera di cancelli, pannelli prefabbricati e ringhiere apparivano – inerti, ancorati – i traghetti, i cargo, le navi da crociera: vuoti i ponti, spenti i fumaioli, sospesi a mezz’aria, immobili nella brezza serale, i bracci delle gru, le cabine dei carriponte. Nella distesa i container, stoccati in pile e file; in mucchi e cataste, i tondini e le lamiere; le coperture a botte delle officine, a capanna dei magazzini e, più di tutto, la teoria di giganteschi cilindri verniciati di bianco che serbano oli, gasoli, petroli, e tubi gialli di carico fino alle piattaforme tra i flutti, e tubi di scarico alle botti, alle autobotti, ai metanodotti. Alla distanza non c’era che una monumentale immobilità.
Tutto così grande e sproporzionato a me, che mi vedevo (e mi sentivo) in quei vuoti e assolati piazzali, dove avrei arrancato tra i mucchi, i cordami, le lamiere […] La carreggiata si restringeva molto. Io mi mantenevo al centro, a eguale distanza dai cigli coperti di gariga che a destra delimitavano la ferrovia, e a sinistra la barriera che, chilometro dopo chilometro, si ingrandiva ai miei occhi in altezza e spessore, e al di sopra della quale si stagliavano altri e nuovi monoliti: ciminiere, verniciate a bande rosse e bianche, e un edificio di tubi d’acciaio inossidabile, e fasci di fili elettrici che salivano obliqui, dal basso, e si avvolgevano intorno ai tralicci e poi tagliavano l’aria orizzontalmente per raggiungere altri tralicci, da cui ripartire verso i monti della Tolfa. Il sole era basso sulla sinistra, davanti a me, e scendeva sul mare. Irrompeva a squarci, tra un mastodonte e l’altro, che nel controluce diventava una monumentale sagoma scura intorno alla quale brillava un arancio rugginoso.
Mi venne voglia di accelerare. E premetti, in effetti, il pedale, anche perché, in effetti, la strada era mia. Ero sola, e da sola, fuori e dentro quella parata portuale. Accesi la radio, e cambiai stazione fin quando non trovai qualcosa che mi percuotesse, e mi spingesse e mi ottundesse, col suono, con la vibrazione, e abbassai il finestrino, affinché anche l’aria, diventasse una barriera da infrangere, qualcosa da vincere, o da cui farsi vincere.
Tornarono gli eucalipti, la sgarza, le case coloniche affittate a B&B, i campi sabbiosi di cocomero della costa etrusca e, a mano a mano, l’euforia diminuì.
Negli anni a seguire ho trattenuto la memoria dell’intensità della sensazione, la qualità dell’emozione, il desiderio di definirla, e la mancanza di parole – almeno di parole adeguate. Successivamente – ma non saprei dire quanto successivamente – mi balenò il pensiero che quel tragitto in macchina, dal porto alla centrale termoelettrica, e l’immagine che mi ero creata, fosse sublime. Il pensiero mi imbarazzò e ridimensionai: mi aveva fatto sperimentare una
sensazione che aveva a che fare con la mia idea di sublime. […] Era possibile che un paesaggio, che per il senso comune non è nemmeno un paesaggio, produca un’esperienza estetica di sublime, simile a una quella di una cattedrale gotica? E, nel caso positivo, esistevano luoghi simili? Che caratteristiche avevano? E come raccontarli?».
[…] Dare per assodato qualcosa che non lo è, o non lo è ancora – ovvero introdurre una certa misura di tautologia, come rischio o risorsa calcolata – ha caratterizzato, in effetti, la fase iniziale della nostra esplorazione. Il secondo puntello è stato quello di mettere le nostre esplorazioni sotto l’insegna di «esperienze del limite», la definizione proposta da Massimo Fusillo nel saggio omonimo.
[…] Soltanto quando le esperienze erano ormai diventate racconto, discorso, testo, ci si è potuti domandare se è sublime ciò che è sublime oppure ciò che viene reso sublime.
Ed è stato possibile tornare alla tautologia in maniera consapevole.
«Esperienza del limite» non è una definizione di categoria, quanto la creazione di una classe di esperienze psichiche che si rifà a una delle etimologie di sublime, dove il limes è appunto un limite. Prendere in prestito questa classe ci ha consentito di utilizzare il termine esperienza e applicarlo a un complesso di luoghi: a un “dove” – cioè un luogo propriamente detto, come pure una condizione, un paesaggio, fisico e metaforico – che ci espone fisicamente, cognitivamente, emotivamente e moralmente al limite, mettendoci nelle condizioni potenziali di sperimentare sensazioni sublimi.
In altre parole il nostro sublime circostante non è una nuova categoria di sublime. Non si è trattato di trovare un’etichetta al nostro sublime che lo caratterizzasse e lo differenziasse rispetto al passato. Piuttosto si trattava di comprendere e descrivere ciò che per noi, oggi, è o potrebbe essere sublime.
E in questo senso e misura la tautologia calcolata non è più solo un escamotage.
In «è sublime ciò che è sublime» il predicato nominale, il verbo essere, in corsivo, crea e spezza allo stesso tempo l’identità del secondo termine con il primo. Non è sublime ciò che suscita il sublime, ma l’esperienza stessa del sentirsi trasportati verso – contro, oltre – il limite: l’essere, lo status emotivo, il contattare il sublime e quindi il sentirsi trasportato verso – contro, oltre – il limite. Posso ragionevolmente raccontare di quel sentire, quel crescere su me stesso – che è parte di un’esperienza di tempo e soprattutto di spazio – che è rimasto stabile nel corso della storia umana come una sorta di costante antropologica: è il sentimento del sublime, non ciò che lo provoca, né gli esiti espressivi.
[…] Talvolta mi sembra che la bellezza sia diventata una categoria troppo stretta per il mondo che abbiamo costruito e che continuiamo ad abitare. Quando cerchiamo il bello, tendiamo a isolare una porzione di realtà dal resto, a separarla dalla complessità, dal conflitto, dalla contraddizione che la circondano. Così il paesaggio finisce per coincidere con ciò che contempliamo, e non con ciò che viviamo. (…) Al contrario mi sembra che il mondo, il nostro pianeta, offra molte occasioni, luoghi, situazioni, che potrebbero essere viste, interpretate e descritte alla luce di una estetica del sublime. (…) E questo è uno dei temi centrali che permea e sostanzia la sfera del sublime. Cioè: la paura è razionale. Per la prima volta il sublime non nasce soltanto dal confronto con una natura smisurata, ma dalla consapevolezza che l’umanità stessa è diventata una forza geologica.
[…] Veniamo ora al modo – ai modi – in cui l’esperienza del limite è diventata racconto e perché essa è coincisa con uno stato di esaltazione emotiva, un’espansione dell’io, un crescere su sé stessi – o gli si è avvicinata molto, tanto da lasciar avvertire l’instabilità del punto di equilibrio, l’essere in bilico. L’aspetto su cui intendo porre l’accento, in effetti, non è l’intensità dell’emozione, quanto la posizione e il movimento. L’esaltazione per la grandezza di un’opera o di un fenomeno è determinata non tanto (o non solo) dalla grandezza in sé, quanto dal sentirsi partecipi (parzialmente o del tutto) di quella grandiosità. Io cresco su me stesso in quanto o come se di quella grandiosità fossi creatore; ma di fatto sono spettatore: ne sono contemporaneamente dentro e fuori. In questa prospettiva la sensazione non coincide con uno stato d’animo, quanto con un movimento d’animo. O, ancora meglio, con un trascinamento: ci si sente trasportati. (…) si tratta di compiere un movimento in cui l’io conserva la consapevolezza di spostarsi (quale che sia la direzione: alzarsi o abbassarsi) e dunque conserva la memoria del punto d’origine dal quale il movimento è cominciato. Memoria della bassezza, e dell’altezza: in entrambi i casi esso contempla un prima (prima del movimento) e un dopo. In entrambi i casi la possibilità di perdita della posizione. Per questo la sensazione sublime non è mai la conquista di uno stato, ma un istante di incerto equilibrio. Per questo il sublime non è mai rievocazione, ma sempre qui e sempre ora. Sempre presente – Il sublime è ora di Barnett Newman. Per questo il sublime non può essere uno stato ma un movimento istantaneo, fulmineo, attimale. (…) È precisamente in questi punti di soglia che si collocano i racconti della raccolta: non nei paesaggi eccezionali della tradizione sublime, ma nei luoghi ordinari in cui il limite continua improvvisamente ad aprirsi. Il nostro movimento comincia dunque a Milano.»
Fiammetta Palpati
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Scrittrice e docente della Bottega di narrazione, Fiammetta Palpati conduce dal 2018 Raccontare il paesaggio. noi. il luogo. lo spazio.(raccontareilpaesaggio.com).
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Il sublime circostante. Esperienze del limite nel paesaggio contemporaneo
Raccontare il paesaggio, 2026, euro 18.
a cura di Fiammetta Palpati
Postfazione di Giulio Mozzi
Racconti di: Micaela Arcidiacono / Cinzia De Coro / Caterina Frustagli / Elisabetta Giromini / Serena Grassia / Carla Isernia / Nunzia Picariello / Stefania Pietroforte / Lorenzo Pinardi / Paola Stella.