≪La nostra è la battaglia per conquistare le menti e la volontà degli uomini≫. Eisenhower
Torna in libreria in una nuova edizione un classico del giornalismo storico, tradotto in oltre venti lingue e con la prefazione di Giovanni Fasanella.
Con La guerra fredda culturale (Fazi editore 2026, pp. 696, € 22,00) Frances Stonor Saunders ha descritto in modo organico come, nel secondo dopoguerra, gli Stati Uniti, attraverso la CIA, abbiano sostenuto e orientato la cultura in Europa, per contrastare l’influenza sovietica e influenzare il dibattito intellettuale dell’occidente.
E la punta di lancia del programma segreto era il Congresso per la libertà della cultura. Scrive Fasanella nella prefazione:
“La riunione di Berlino, in cui nel luglio del 1950 venne fondato il Congresso per la libertà della cultura, era presieduta dal filosofo liberale Benedetto Croce ed era stata preparata dallo scrittore ex comunista Ignazio Silone”.
Fasanella avanza un’ipotesi illuminante: “È possibile cioè che, così com’è accaduto con i laburisti in Inghilterra, i socialdemocratici in Germania e i socialisti in Francia, gli strateghi di “packet”, il piano di guerra psicologica della CIA, avessero in qualche modo programmato l’“attacco” culturale al PCI. La sinistra indipendente, dunque, potrebbe aver funzionato anche come veicolo per “infiltrare” idee liberali nella sinistra marxista italiana”.
La «battaglia per la conquista delle menti» evocata da Edward W. Barrett, sottosegretario di Stato per i Servizi informativi internazionali è il cuore di questo libro illuminante.
Il libro racconta le autodifese pudiche: «Abbiamo semplicemente aiutato la gente a dire quello che, in ogni caso, avrebbe detto».
Perché prima dei finanziamenti c’erano le predisposizioni: “«Gli intellettuali, o almeno un certo tipo di intellettuali, hanno sempre sentito un’attrazione romantica per i servizi segreti», osserva Carol Brightman. «In certe università, a Yale ad esempio, entrare nei servizi segreti era una sorta di rito iniziatico per entrare nell’età adulta»”.
La guerra fredda culturale è un libro imperdibile per comprendere la storia del dopoguerra, ma anche il potere culturale, tra soft power, propaganda e guerra cognitiva. Un contributo alla verità, al disvelamento, oltre la narrazione ufficiale di una specie che sembra avere nell’istinto il bisogno di manipolare.
Carlo Tortarolo
il link alla scheda del libro sul sito di Fazi: https://fazieditore.it/libro/9791259678218
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Nel pieno della guerra fredda il governo degli Stati Uniti destinò grandi risorse a un programma segreto di propaganda culturale rivolto all’Europa occidentale. Uno dei tratti principali di questo programma era proprio l’esplicita negazione della sua esistenza. Fu messo in atto con estrema riservatezza dallo strumento di spionaggio statunitense, la cia, Central Intelligence Agency. Un atto fondamentale di questa campagna segreta fu l’istituzione del Congress for Cultural Freedom (‘Congresso per la libertà della cultura’), organizzato dall’agente della CIA Michael Josselson, tra il 1950 e il 1967. I suoi risultati furono considerevoli, e così la sua durata. Al suo culmine, il Congresso per la libertà della cultura aveva uffici in trentacinque paesi, stipendiava decine di persone, pubblicava più di venti riviste di prestigio, organizzava esposizioni d’arte, contava su un proprio servizio per la diffusione di notizie e articoli di opinione, organizzava conferenze internazionali di alto livello e ricompensava musicisti e altri artisti con premi e pubblici riconoscimenti. La sua missione consisteva nel distogliere l’intellighenzia europea dal fascino duraturo di marxismo e comunismo, in favore di una visione del mondo che si accordasse meglio con l’American way.
Facendo ricorso a una rete estesa ed enormemente influente di personale al diretto servizio dell’Agenzia di intelligence, di strateghi politici, grandi industriali ed ex allievi delle università della Ivy League, la nascente CIA iniziò, a partire dal 1947, a mettere in piedi un “consorzio” il cui duplice compito doveva consistere nel vaccinare il mondo dal contagio del comunismo e nel facilitare il conseguimento degli interessi globali della politica estera statunitense. Il risultato fu una rete di persone, notevolmente integrata, che lavorò gomito a gomito con l’Agenzia per promuovere un’idea: il mondo aveva bisogno di una pax americana, di un nuovo Illuminismo che sarebbe stato battezzato “il secolo americano”.
Il consorzio messo in piedi dalla cia, formato da quella che Henry Kissinger qualificò come «un’aristocrazia al servizio della nazione in nome di principi che superano lo spirito di parte», costituì l’arma segreta con la quale gli Stati Uniti combatterono la guerra fredda, un’arma che, in campo culturale, ebbe un vastissimo raggio d’azione. Piacesse loro o no, ne fossero o meno al corrente, pochi furono gli scrittori, i poeti, gli artisti, gli storici, gli scienziati e i critici dell’Europa del dopoguerra a non essere collegati, in un modo o nell’altro, a quest’impresa segreta. Agendo del tutto indisturbato, anzi, per oltre vent’anni addirittura senza essere individuato, lo spionaggio statunitense tenne aperto e sovvenzionò in maniera considerevole un complesso fronte culturale in Occidente, per l’Occidente, in nome della libertà d’espressione. Nel definire la guerra fredda «una battaglia per la conquista delle menti umane», andò accumulando un immenso arsenale di armi culturali: riviste, libri, conferenze, seminari, esposizioni, concerti, premi.
Tra i membri di questo consorzio figurava un gruppo assortito di radicals e di intellettuali di sinistra la cui fede nel marxismo e nel comunismo si era infranta di fronte all’evidenza del totalitarismo stalinista. Usciti dal “decennio rosa” degli anni Trenta, che Arthur Koestler qualificò con amarezza come quello «dell’abortita rivoluzione dello spirito, della fallita rinascita, della falsa alba della storia», la loro disillusione si accompagnava al desiderio di aderire a un nuovo progetto, di consolidare un nuovo ordine che sostituisse le esauste forze del passato. La tradizione del dissenso radicale, nell’ambito della quale gli intellettuali si erano assunti il compito di indagare miti, discutere prerogative istituzionali e disturbare il compiacimento del potere, veniva sospesa a favore dell’appoggio alla “proposta americana”. Legittimato e finanziato da istituzioni potenti, questo gruppo non comunista orientò la vita intellettuale dell’Occidente tanto quanto aveva fatto il comunismo solo alcuni anni prima (e per di più, molte persone erano le stesse).
«Venne un tempo […] in cui sembrò che la vita avesse perso la sua capacità di organizzarsi da sola», dice Charlie Citrine, il narratore del Dono di Humboldt di Saul Bellow.
Doveva essere organizzata. Gli intellettuali ebbero proprio questo compito. Dall’epoca di Machiavelli fino alla nostra, l’organizzazione [della vita] è stata un progetto imponente, meraviglioso, tentatore, insidioso e disastroso. Un uomo come Humboldt, ispirato, scaltro, appassionato, traboccava d’entusiasmo di fronte alla scoperta che l’attività umana, tanto grandiosa e infinitamente varia, dovesse ora essere organizzata da persone eccezionali. Egli era una persona eccezionale, per cui era un possibile candidato al potere. Bene, perché no?
Come tanti Humboldt, gli intellettuali che si erano sentiti traditi dal falso idolo del comunismo si trovavano a considerare la possibilità di costruire una nuova Weimar, una Weimar americana. Se il governo, e il suo braccio operativo segreto, la cia, era disposto a fornire aiuto a questo progetto, ebbene, perché no?
Che alcuni personaggi un tempo di sinistra finissero per legarsi alla CIA in una comune impresa non è tanto assurdo come può sembrare a prima vista. C’era una vera comunità d’intenti e di convinzioni tra l’Agenzia e gli intellettuali reclutati, inclusi quelli che non ne erano del tutto consapevoli, per combattere la guerra fredda della cultura. L’influenza della CIA non fu «sempre, o con frequenza, reazionaria o bieca», ha scritto l’eminente storico liberale americano Arthur Schlesinger. «Secondo la mia esperienza la sua leadership fu politicamente intelligente e raffinata». Questa concezione della CIA come paradiso del liberalismo fu un potente incentivo a collaborare con l’Agenzia o, quantomeno, ad accettare l’idea che avesse buone ragioni di esistere. Questo modo di vedere le cose, tuttavia, non si accorda affatto con la reputazione della CIA quale strumento del potere statunitense per interventi spietati e pericolosamente fuori d’ogni controllo, durante la guerra fredda. La CIA fu l’organizzazione che orchestrò il rovesciamento del primo ministro iraniano Mossadeq, nel 1953, l’abbattimento del governo Arbenz in Guatemala, nel 1954, la disastrosa operazione della Baia dei Porci, nel 1961, l’infausto Programma Phoenix in Vietnam. Teneva sotto controllo decine di migliaia di cittadini statunitensi, attaccava dirigenti democraticamente eletti di altri paesi, pianificava assassinii nello stesso tempo in cui, davanti al Congresso, negava di svolgere queste attività, facendo raggiungere all’arte della menzogna nuove, altissime vette. Con quale atto di magia, dunque, riuscì a presentarsi a intellettuali di solidi principi, come Arthur Schlesinger, quale vascello dell’anelata libertà?
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