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Sergio Rotino. Fine della biologia

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I testi di Sergio Rotino raccolti in Fine della biologia sono un piccolo tesoro all’interno della poesia contemporanea italiana.

Appartenente a quella “generazione perduta”, quasi interamente destinata al silenzio, di chi è nato a cavallo fra prima e seconda metà del Novecento, l’autore si è ritagliato una strada personale all’interno di essa.

In qualche modo, senza aggregarsi a nessuna vera cordata – se si eccettua l’essere stato vicino al gruppo di Roberto Roversi, poeta bolognese che non ha volontariamente creato una sua scuola né lasciato discepoli – e lavorando relativamente in disparte, è riuscito a crearsi una voce autoriale autonoma e riconoscibile.

Tutto sta nel suo lavorare attorno alla parola in modo anomalo. Invece di rispettare una cantabilità relativamente normata e verticale, Rotino lavora soprattutto sul montaggio di versi iperestesi, che tolgono il fiato nella lettura e volutamente fanno perdere senso di superficie al contenuto del testo.

Senza per questo voler chiamare in causa forzatamente nomi che in questa direzione hanno operato come Di Ruscio, Pagliarani o la Morante di La canzone clandestina della Grande Opera,  il lavoro di Rotino si pone sulla stessa scia appropriandosi del foglio in maniera orizzontale e completa.

È un lavoro su cui opera da anni, che è già presente in Narrazioni (2021, Seri editore), e che oggi arriva a un nuovo approdo con Fine della biologia. Qui il testo si mostra poematico, rifiutando l’autobiografismo diaristico per abbracciare l’idea della cronaca.

Cronaca di una morte, quella del padre, sviluppata in una serie di “quadri” e attraverso un raffreddamento della materia ottenuto distaccandosene quanto necessario per non eccedere nel pathos retorico del dramma.

Rotino si muove all’interno di un organigramma dove i pronomi lui, noi, tu, io si alternano, si sostituiscono, producendo una continua messa a fuoco di quanto si va raccontando, dalle grandi paure alle rinnovate speranze, alle delusioni, alle certezze.

Come scrive Luciano Mazziotta nella postfazione, la raccolta «non possiede l’assertività né la certezza di una cartella clinica». Tantomeno vi aspira. Mentre vuole fare suoi quelli che sono i veri “istinti” che abitano gli esseri umani in quei momenti («dubbi, tentennamenti, incertezze»). Questi e altri scorrono lungo Fine della biologia, agglutinandosi nel rovello del pensiero che si fa verso continuo, inesausto ma anche frammentato, dispersivo.

Il titolo lavora nella stessa direzione. Volutamente ambiguo, non decide ma lascia agli altri la possibilità di scegliere tra gli articoli “il” e “la”. A Rotino questo non interessa.

Che sia il fine o la fine della biologia a vincere, è importante appaia chiaro quanto l’evento contenuto nel poemetto resti circoscritto a se stesso, non possa andare oltre.

Solo così il conflitto generazionale padre-figlio, questo sì altro nucleo sepolto del lavoro su pagina, può chiudersi, avere termine.

In questo modo le parti si ricompongono («Senza male farti senza altro dolore procurarmi ancora») e si può passare oltre, a quanto è successivo. Il “marchio-ferita” passa di mano e, in uno dei pochi spiragli concessi lungo il libro, l’autore viene lasciato indietro.

Davanti alla conferma di quanto sarà a breve, è il figlio che si mostra nella “realtà inconfutabile”. Quella della morte? Non esattamente. Si mostra nella certezza del tramando, visto forse come una dannazione, o in una serie di eventi che «fuori da sé lo confondono dentro di sé/illiberato/lo incoronano».

Per Rotino sembra non vi sia possibilità di sfuggire a quanto appare una certezza: il proseguire biologico, cromosomico.

E forse. anche per questo, avere la certezza di un fine non pone nella possibilità di una fine definitiva e perentoria. Cosa che Fine della biologia si guarda bene dal mettere in campo, procedendo nella partizione dei capitoli verso una specie di rarefazione.

Le tre sezioni che compongono il libro tendono cioè a scemare nella quantità di composizioni. Dalla sessantina di testi della prima parte, si passa a cinque nella seconda e a tre nella terza, con quest’ultima che recupera testi “vecchissimi”.

Una traccia mnestica, la definisce Rotino. Un modo per addolcire quanto sta nel pensiero, diremmo noi.

Ma anche l’espediente necessario per tenere a bada ogni possibile forma di eredità.

Katia Gose

Recensione del libro Fine della biologia di Sergio Rotino, VAN-Vita Activa Nuova APS 2025, pagg 103, € 15,00

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