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Ippolito Edmondo Ferrario inedito. Il segreto dell’antiquario

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Un viaggio al centro di Milano, dei suoi segreti nascosti perché persi nella memoria o perché nei misteri di particolari che (di)svela in questo racconto inedito Ippolito Edmondo Ferrario – in libreria con “Il banchiere nero e il segreto della bambina scomparsa (Frilli editore).

Un racconto che rivela, oltre che il romanziere di vaglia che conosciamo, un autore che anche nel genere del racconto breve dimostra di essere uno scrittore che ha molto da dire. E da scrivere. Un racconto breve, forse l’arte più complessa della letteratura, che qui non perde mai il ritmo, il tempo, quasi uno swing tra l’elegante oscurità di una Milano che da una parte si è persa e che dall’altra usa ogni mezzo per non perdere la propria anima. In questo caso un’anima che definire nera, con un finale giallo dalle tinte lovercraftiane, sarebbe legittimo se non fosse che sembra uscita da un dipinto. E’ come se Sironi avesse dipinto, al posto delle nebbie dei Navigli, la Milano del Quadrilatero, come se avesse velato le sue strade e i suoi segreti tra le nebbie delle sue opere. Dietro le luci di gemelli portati ai polsi con eleganza massonica o semplicemente di apparenza, dietro le luci delle vie del centro illuminate a vita, Ippolito Edmondo Ferrario avesse fermato il tempo immobile in una poesia sociologica che tutti vediamo perché la viviamo, ma la ignoriamo.

Un racconto con sfumature che ricordano anche il Dino Buzzati giornalista di cronaca nera, un ricercatore di verità dietro la luce (pietosa) che tutti i giorni riflettiamo, accecandoci, sino a diventare controfigure di noi stessi, sino a diventare manichini imbalsamati di quello che crediamo di essere e che non siamo. Un racconto che è quasi l’autobiografia nascosta di tutti noi.

Gian Paolo Serino

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Quella mattina, uscendo di casa, ebbi l’impressione che stessi finalmente iniziando davvero la professione di giornalista, nonostante lavorassi al giornale, nelle vesti di collaboratore esterno, da poco più di due anni. Giudici, mio caporedattore, specializzato nel mandarmi in giro per Milano a seguire tutto ciò che gli altri colleghi, specie i più anziani, evitavano come la peste, il giorno precedente mi aveva preso in disparte per parlarmi.

Quando ero già rassegnato ad accettare di recarmi all’ennesima riunione sindacale di ferrotranvieri, che fra l’altro mi avevano preso in simpatia forse per la mia giovane età e la mia disponibilità ad ascoltarne le problematiche, Giudici, con un tono tanto confidenziale quanto inusuale, mi si era rivolto in questi termini: “Barbieri, lei che si interessa d’arte, ha saputo di Gianluca De Bellis? Dopo cinquant’anni di onorata carriera, l’antiquario della Milano da bere chiude i battenti. Non so se è una trovata pubblicitaria delle sue, o meno, ma vale la pena approfondire”.

La mia espressione, vagamente allocchita, lo aveva forse tratto in inganno circa la mia competenza in materia. In realtà il nome dell’antiquario mi era noto, ma ancora non capivo che cosa potessi c’entrare io con la notizia. Riparai immediatamente, dipanando ogni dubbio sul fatto che sapessi di chi stesse parlando.

Avrà venduto il Leonardo da Vinci che aveva esposto due anni fa. Con quello si è messo a posto per il resto della vita”, osservai ironico, ricordando il clamore per la straordinaria opera che De Bellis aveva esposto nel suo negozio al punto che, per tutto il periodo della mostra, la bottega era stata presa d’assalto da folle di turisti al pari di un museo.

Operazione pubblicitaria perfettamente riuscita o l’ennesimo desiderio di regalare alla “sua” Milano un qualcosa di unico che faceva parte della sua collezione da tempo immemore?

De Bellis non era nuovo a questo genere di operazioni che lo avevano visto esporre pezzi unici dai prezzi esorbitanti.

Può essere! Anzi potresti chiederglielo direttamente tu visto che andrai a intervistarlo…”, disse Giudici risoluto. Per tutta risposta impallidii, mentre lui provava quel sottile e sadico piacere tipico dei giornalisti di lungo corso nel mettere alla prova i colleghi più giovani, ma ancora sprovveduti, come il sottoscritto. 

De Bellis era l’antiquario della casa reale d’Inghilterra, di numerosi principi arabi e del jet-set internazionale. Sul suo conto correvano voci di ogni tipo, naturalmente positive circa le sue abilità e le conoscenze di antiquario, forse ingigantite dall’alone di mistero che avvolgeva il suo personaggio. Nella sua vita aveva rilasciato pochissime interviste a causa del suo carattere schivo e riservato.

Mi chiesi perché toccasse a me quest’onere, o meglio quest’onore, di recarmi da lui per intervistarlo e farci un pezzo. Giudici, forse leggendomi nel pensiero, mi rassicurò.

Non sei stufo di scioperi e vertenze sindacali? Boschetti è in malattia, la Trezzi in maternità…È la tua occasione, il treno che passa una sola volta nella vita. Se non te la senti chiedo a qualcun altro”, mi disse quasi seccato. Accettai.

***

Era tempo che non passavo in via Montenapoleone e mi ci vollero alcuni minuti per orientarmi nello scintillio di boutique. De Bellis resisteva stoicamente allo tsunami della moda che aveva trasformato il Quadrilatero, da un quartiere come altri, in un autentico polo del lusso. Forse anche per lui, dopo decenni di attività, era giunto il momento di voltare pagina, di cedere il negozio a qualche marchio e di ritirarsi. Lui chiudeva ed io mi apprestavo a dare una svolta alla mia carriera.

La sera precedente avevo cercato notizie sulla sua attività, giusto per non arrivare impreparato. Gli anni d’oro di De Bellis erano stati gli Ottanta in cui si diceva che avesse concluso i migliori affari della sua vita. Ma chi era davvero Gianluca De Bellis, classe 1935, figlio di un sarto e di una modista, partito dal niente per arrivare ai vertici del mercato dell’arte internazionale con la stessa facilità con cui il padre confezionava abiti per la borghesia milanese del primo dopo guerra? Fisicamente me lo immaginavo poco: erano rare le immagini che lo ritraevano, specie quelle recenti. Mi concessi un caffè da Cova, forse per temporeggiare. Mancavano pochi minuti all’appuntamento.

In piedi al bancone sorseggiai la bevanda nera, cercando di mimetizzarmi con il pubblico composto per lo più da turisti attirati dalle griffe del lusso. Mi sentii un pesce fuor d’acqua. Era il caso di andare incontro al mio destino senza temporeggiare ancora. Pochi minuti e raggiunsi il palazzo nel cui cortile interno, all’ombra di un sobrio loggiato, si aprivano le vetrine di uno degli antiquari più importanti d’Italia. Suonai il campanello. Da dietro una tenda di velluto scuro comparve la segretaria di De Bellis. La donna mi accolse con un sorriso stirato, intuendo che non fossi un cliente, ma l’inviato del quotidiano. Fu forse per la mia età che mi squadrò, prima di farmi accomodare in una saletta.

L’accoglienza fu fredda, ma me l’aspettavo essendo l’ultimo della mia redazione.

L’ambiente era sobrio ed elegante, ma quello che vidi era solo una minima parte. Già dall’ingresso, anche uno sprovveduto avrebbe intuito di essere circondato da oggetti preziosi e ricercati, a cominciare dai dipinti appesi alle pareti. L’eclettismo di De Bellis si rifletteva in essi.

Se da una parte campeggiava una splendida veduta di Antonio Canal detto Canaletto, sulla parete di fronte una coppia di manichini araldici di De Chirico, opera degli anni Trenta, mi rapì letteralmente mettendomi quasi in soggezione. In mezzo, accanto alla mia poltrona, troneggiava un trumeau impiallacciato in ebano viola e bois de rose sui cui ripiani, nelle parte superiore, facevano capolino una serie di netsuke giapponesi in avorio, vanitas in bisquit e legno e altri monili che faticavo a distinguere.

Le piace?”, fece una voce che giunse alle mie spalle facendomi sussultare nonostante il tono fosse amichevole. Era De Bellis. Vedendomi in difficoltà, come se fossi stato colto in errore, l’uomo venne in mio soccorso.

Il De Chirico… Ho visto come lo guardava poco fa. Effettivamente è un bel pezzo, anche se a dire il vero, il mio cuore batte soprattutto per la pittura dell’Ottocento. Sarà che sono vecchio ormai e un po’ nostalgico…” disse allungandomi la mano.

De Bellis. Molto piacere”, aggiunse passando alle presentazioni e guardandomi con occhi intensi, da rapace. L’uomo, di notevole statura, sfoggiava un portamento che mi ricordava quello dei nobili di un tempo ritratti in certi dipinti. Indossava un completo di flanella leggera a quadri sottili, di fattura napoletana, abbinato ad un panciotto dotato di numerosi taschini chiusi da pattine dalla forma inusuale. 

La camicia era in popelin color cielo con collo alla francese e doppio polsino chiuso da gemelli in metallo scuro, sormontati da un simbolo mai visto, ma dall’apparenza arcaica. La cravatta era in seta a cinque pieghe, blu scuro con motivi foulard impercettibili. Ai piedi calzava delle francesine color cognac di produzione italiana. La sua eleganza era evidente, ma priva di ostentazione, un qualcosa che faceva parte della sua natura, non un orpello per impressionare gli altri. Mi alzai in piedi e ricambiai il saluto.

Amo De Chirico come quasi tutta la pittura del Novecento italiano”, ammisi timidamente.

De Chirico era un uomo a tratti burbero, dal carattere spigoloso, almeno per chi lo conosceva in maniera superficiale. Ma sotto a quella corazza enigmatica celava un animo sensibile, quasi fanciullesco”.

Lo ha conosciuto?”, chiesi incredulo e curioso.

Naturalmente. Ci si incontrava spesso, non solo a Milano. Amavamo entrambi Venezia”.

Capisco…” dissi laconico, sentendomi inadeguato al personaggio che stavo per intervistare.

***

De Bellis fece di tutto per mettermi a mio agio. Salimmo nel suo studio privato, al primo piano. Il negozio era grande, dotato di numerosi ambienti in cui l’antiquario esponeva i suoi pezzi, ma al piano superiore c’era il suo studio personale, quello riservato solo ai clienti. Era lì che aveva condotto molte trattative, come mi raccontò. Fu un fiume in piena nel ripercorrere la sua straordinaria avventura umana e commerciale nel mondo dell’arte. Subito dopo la guerra, tra le macerie di una Milano ferita dai bombardamenti, De Bellis, sedicenne, entrò nelle grazie del conte Franceschini, cliente di suo padre. Tra un abito e l’altro il nobile si accorse della passione con cui il ragazzino sfogliava alcune riviste d’arte presenti nel laboratorio di sartoria. Un giorno l’uomo gli mostrò la sua raccolta di opere d’arte e comprese che il ragazzo avrebbe fatto strada. Da quel momento in poi il conte, che non aveva figli, prese sotto la sua ala quel ragazzo dallo sguardo vivace che voleva sapere tutto della pittura dell’Ottocento, pronto a innamorarsi delle tele dei fratelli Gerolamo e Domenico Induno, capace di sognare di fronte alle vedute meneghine di Angelo Inganni o di Mosè Bianchi. Ma il conte aveva anche una passione per l’arte orientale, in particolare per quella cinese e giapponese.

I primi oggetti in assoluto che riuscii a vendere erano alcuni elmetti da soldato, roba tedesca che avevo trovato insieme a degli amici in un palazzo dove i crucchi erano acquartierati prima del 25 aprile. Giravo in lungo e in largo alla ricerca di qualsiasi cosa che potesse tornare utile. Aiutavo mio padre in bottega e con i pochi soldi che mi dava compravo piccola argenteria, scatole, vecchie tabacchiere che poi rivendevo agli angoli delle strade…” mi confidò senza vergognarsi dei suoi umili esordi.

Ero incredulo nell’immaginare quell’uomo al pari di un moderno venditore ambulante con appresso il suo carico di anticaglie in giro per la città. Una decina di anni dopo iniziò con i primi viaggi all’estero, Londra in particolare, ma anche Parigi, tra le sue mete predilette. Il suo fiuto lo portava a setacciare i mercati dell’antiquariato e a fare incetta di oggetti. Le parole dell’uomo mi ammaliarono, portandomi agli albori di una carriera fatta di scoperte sensazionali, incontri fortunati e tanti sacrifici.

Quando De Bellis aprì il proprio negozio, via Montenapoleone era una strada molto diversa da quella attuale. All’epoca c’erano botteghe varie e semplici negozi, nulla di sensazionale.

È passata una vita ragazzo”, fece sospirando, al termine del suo lungo racconto interrotto da qualche mia sporadica domanda. De Bellis mi parve un fiume in piena, come se da tempo desiderasse raccontare tutte quelle cose. Forse fu un abbaglio, ma mi trattò come un confidente, al pari di un amico di vecchia data. Concluse poi rivelandomi il motivo per cui aveva deciso di chiudere bottega.

Non è per età, vede, che ho deciso di ritirarmi, ma perché i tempi sono cambiati. La bella clientela di un tempo, danarosa ma preparata culturalmente, è scomparsa e quella rimasta preferisce rivolgersi alle case d’asta. Alle trattative condotte di persona si predilige l’aggiudicarsi un pezzo a suon di battute al rialzo, magari anche telefonicamente. Qui da me vigeva la regola della stretta di mano quando un affare veniva concluso. La parola data valeva tutto. Ho creato intere collezioni che oggi rappresentano una parte cospicua di alcuni patrimoni. Ho sempre consigliato ai miei clienti di non lasciarsi mai guidare, nella scelta di un pezzo, solo dall’ottica dell’investimento, ma dalla ricerca del bello. Oggi pure le banche seguono il mercato dell’arte e vi investono capitali…”, disse con una punta di malinconia mista a disappunto.

Dopodiché tacque, come se dovesse riprendere fiato. Dalla tasca della giacca trasse una pipa in schiuma di mare, a foggia di teschio, munita di due piccoli brillanti incastonati nelle orbite. Aprì una tabacchiera di radica posta sulla scrivania e, preso del tabacco, lo pigiò con studiata lentezza nel camino della pipa. Vi appiccò fuoco con un fiammifero.

Mi deve scusare, ma è il solo vizio che ho. Spero non le dispiaccia”.

Pur non fumando le note vanigliate e dolci che si sprigionarono dalla combustione mi giunsero gradevoli. Sorrisi e lui si rilassò un poco, lasciandosi sprofondare nella sua comoda poltrona di pelle.

***

Spero di non averla annoiata. Forse ho parlato anche troppo. Se ha qualche domanda, me la faccia pure”, aggiunse accomodante. In effetti avrei voluto chiedergli soprattutto dei clienti, dei nomi celebri che erano passati nel suo negozio, ma per una forma di pudore o per non sembrare interessato al semplice pettegolezzo mi trattenni dal farlo.

Sconfinai nella banalità chiedendogli quale fosse il pezzo o i pezzi della sua collezione personale a cui era più affezionato. A quella domanda parve illuminarsi.

Davvero lo vuole sapere? È così curioso?”, mi chiese a sua volta in maniera benevola, anche se nei suoi occhi brillava ora una strana luce.

Risposi affermativamente.

Bene, allora mi segua. Le svelerò con piacere ciò che anche ai miei clienti è stato precluso. Ammetto di essere stato sempre geloso di ciò che le mostrerò ora” mi avvertì, invitandomi a seguirlo.

Si alzò e lasciammo lo studio. Scendemmo nuovamente lungo la scala, ma questa volta proseguimmo fino al piano sotterraneo. Due rampe e ci ritrovammo in quelle che un tempo erano le cantine del palazzo. Accese una luce e scorsi un ambiente piccolo, ma perfettamente risanato, una sorta di anticamera dominata da solidi muri di mattoni a vista e da volte a botte.

Davanti a noi c’era una moderna porta blindata. Pensai che qui de Bellis avesse il caveau in cui conservava la sua collezione. Con una chiave fece scattare la serratura a doppia mandata. Il suono secco della stessa accrebbe il senso di attesa di fronte a ciò che stavo per vedere.

Mi chiesi quali oggetti tenesse lì al sicuro, lontano dalla vista di tutti. In quei pochi secondi fantasticai sui possibili autori, pronto a rimanere sorpreso dai tesori che mi apprestavo ad ammirare. Entrò per primo e lo seguii. Illuminò la stanza e improvvisamente vidi tutto.

Il fiato mi mancò. Ero impietrito, come se De Bellis avesse lanciato su di me un incantesimo dal quale non potevo liberarmi. Egli fece qualche passo in avanti, posizionandosi al centro della grande sala e sospirando compiaciuto. Poi si rivolse a me, sorridendomi, mentre mi guardavo intorno smarrito, incapace di reagire. Davanti a me, e lo scoprii pochi secondi dopo, per bocca dello stesso De Bellis, c’erano alcuni dei suoi amati collezionisti.

Aveva deciso di tenerli per sempre con sé. Con passione li aveva riuniti tutti insieme per dare vita ad un’unica e macabra collezione di cadaveri perfettamente imbalsamati e conservati che mi osservavano dalle loro teche illuminate. Vestiti di tutto punto e silenti, attendevano di riprendere vita e tornare a quegli anni formidabili in cui bastava una stretta di mano per suggellare un affare.

Ippolito Edmondo Ferrario


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