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Pino Cacucci anteprima. Riparare i torti

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«In Messico, quello che appare semplice è quasi sempre pericoloso».

È in libreria Riparare i torti di Pino Cacucci (Mondadori 2026, pp. 456, € 22,00).

Nel 1940 nove navi mercantili italiane e una tedesca che si erano rifugiate in Messico per sfuggire agli attacchi angloamericani vengono requisite dal governo messicano ancora neutrale.

Emerge subito la distanza tra i diversi equipaggi:

“i tedeschi conservavano una ferrea fedeltà al Führer, camerieri compresi, mentre gli italiani sembravano condividere con il passato soltanto il motto del duce: “Me ne frego”. Nel senso che se ne fregavano di lui e dell’Italia fascista”.

Diverte la strategia lavorativa di un agente OVRA sotto copertura:

“Intanto, dovevo inventarmi qualcosa per rendermi utile. E puntai su un energumeno che non mancava di dichiarare ai quattro venti il suo fanatismo per il regime, un macchinista ferrarese che trovavo insopportabile. E imbastii su di lui il sospetto che millantasse una fede fascista nascondendo altre mire. Dalla sede centrale ricevetti esortazioni a tenerlo d’occhio in modo particolare: se recitava, andava smascherato. Ridevo tra me: quell’idiota era probabilmente l’unico invasato del duce che avevamo a bordo, mentre il resto dell’equipaggio se ne infischiava”.

Furio, nostromo della Lucifero e senza tessera del PNF, scopre di essere sotto stretta sorveglianza in quanto sospetto antifascista e disfattista. Incontra Amalia, bella, misteriosa, spietata e intreccia con lei una relazione amorosa. Lei è la donna che incarna la violenza subita e la lotta per sconfiggere il passato.

Poi viene arruolato dai messicani per scoprire cosa sta accadendo in una fabbrica di preparazione del caffè nel Chiapas che sorge su terreni della famiglia di Eva Braun la compagna di Hitler, che pare vi faccia visita ogni tanto.

Tra spionaggio, destabilizzazioni e movimenti sinarchisti filonazisti, i personaggi si raccontano in prima persona costruendo mosaici-confessione alternati alla voce dell’autore.

Troviamo il segreto delle rapide avanzate naziste: “numerosi generali divenuti leggendari come Erwin Rommel si vantavano di assumere il Pervitin. Poi c’era l’altra faccia della medaglia: prima o poi l’essere umano deve dormire, è costretto a fare qualche pausa, e allora… Ed ecco spuntare la depressione, le allucinazioni, qualche arresto cardiaco e gli episodi psicotici uniti all’irascibilità… Gli ultimi due effetti collaterali però andavano benissimo per proseguire a macellare i nemici, meglio ancora se civili inermi”.

Oppure riflessioni sempre attuali sulla guerra: “a volte nella Storia una casta di militari accecati dalla prosopopea patriottica e illusi di essere invincibili provoca sconquassi epocali”.

I personaggi si riprendono in mano la vita nell’impresa di riparare i torti.

E noi chi siamo quando cadono le maschere e le convenzioni? Quando liberi dalle dittature e dalle gabbie del pensiero possiamo scegliere con chi stare? E qual è il nostro posto nel mondo?

Carlo Tortarolo

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(dal capitolo 5 “Approdo a Tampico”)

Avvicinandosi a Tampico, quando stavano oltrepassando le Bahamas per inoltrarsi nello stretto tra Florida e Cuba, Furio indicò qualcosa tra il mare e il cielo. Il capitano gli rivolse un’occhiata interrogativa.

«Stiamo attraversando il Tropico del Cancro.»

Bah, pensò il capitano, il romanticismo della giovinezza. Avevano davanti l’incognito: tutti si chiedevano come sarebbero stati trattati dalle autorità messicane, sicuramente a conoscenza dell’entrata in guerra dell’Italia.

Tampico era un grande porto trafficato da innumerevoli imbarcazioni. La Stelvio li aveva preceduti di poche miglia, e attendeva le altre navi italiane con cui condividere un destino ignoto. I capitani, in continuo contatto tra loro tramite i marconisti, preferirono presentarsi in squadra, anziché alla spicciolata, in modo da ottenere uno status di un certo rilievo. Dietro di loro, comparvero le sagome conosciute della Tuscania e della Genoano, seguite a distanza dalla Vigor, dalla Atlas e dalla Marina Odero: ognuna si distingueva anche dai colori delle fasce sulle ciminiere. La Fede, ciminiera blu con cinque stelle bianche e fascia superiore nera, si preannunciò con tre colpi di sirena, che echeggiarono più lugubri che festosi. L’ultima ad arrivare in rada fu la Americano, dopo circa un’ora: era salpata diversi giorni addietro da Galveston, in Texas, facendo rotta per l’Italia, ma l’indicazione di riparare in Messico era giunta in mare aperto; a quel punto aveva compiuto il tragitto a forza ridotta per via del carico di nitroglicerina, altrimenti sarebbe stata già lì almeno il giorno prima.

Aurelio aveva comunicato alla Capitaneria chi erano e cosa ci facevano lì. Poi spiegò al capitano di aver colto un’iniziale sorpresa, fin dalla prima comunicazione al largo della Florida, quindi c’era stata una ridda di scambi con domande d’ogni sorta, alle quali il capitano forniva risposte nei limiti delle sue conoscenze. Non smettevano più di chiedere dettagli: avevano a bordo contingenti militari? Armi di qualche genere? Quanto tempo pensavano di fermarsi in porto? E perché proprio a Tampico? Finché arrivò la richiesta più imbarazzante: gli equipaggi erano seguaci di Mussolini, intenzionati a fare propaganda politica in Messico?

A quest’ultima, il capitano dettò al marconista Pizzi: «Gli uomini dell’equipaggio e gli ufficiali sono apolitici, noi facciamo parte della marina mercantile e non abbiamo obblighi di adesione al regime».

Aurelio si interruppe e lo fissò. «Devo comunicare proprio questo?»

Il capitano emise un sospiro rauco che annunciava la fine della sua pazienza. «Sì, dannazione, che dovrei dirgli? Siamo costretti a una presa di distanza dal nostro governo, altrimenti rischiamo che ci risbattano in mare aperto, a fare da bersagli. Comunica esattamente le parole che ti ho dettato, che m’hanno già abbelinòu con tutte ’ste musse

Dopo un po’, arrivò un altro messaggio. Aurelio chiuse gli occhi e si massaggiò le palpebre, come se volesse prendere tempo prima di proseguire con quel gioco assurdo.

«Che altro c’è?» sbottò il capitano.

«Questi vogliono sapere…» E lesse la trascrizione: «“Qual è il vostro parere riguardo alla dichiarazione di guerra a Gran Bretagna e Francia del vostro governo?”».

Il capitano si raspò lentamente la barba di tre giorni, che gli prudeva spesso ma mai quanto in quel momento.

«Temo che qui ci giochiamo tutto» commentò il marconista, e aggiunse, guardando negli occhi il capitano: «Ovviamente conviene assecondarli e rispondere come sperano, ma se la comunicazione dovesse finire nelle mani dell’OVRA, allora… chi ci torna più in Italia?».

A quel punto il capitano ebbe un accesso di tosse: gli succedeva quando era troppo nervoso e gli si seccava la gola. Riprese fiato, paonazzo, e riuscì a dire: «Come glielo traduci “hanno fatto una gran belinata”?».

Aurelio fece un’espressione fintamente seriosa, in realtà era divertito al pensiero che, all’OVRA, avrebbe dovuto farlo sapere proprio lui.

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