“Su e giù per le strade di Londra” di Virginia Woolf (Graphe.it Edizioni, 2026 pp. 60 € 8.00), nella traduzione di Giorgio Podestà, esce nelle librerie il 26 maggio. Il celebre saggio del 1927 “Street Haunting: a London Adventure” rinnova il suo affascinante contenuto intorno alla qualità espressiva, moderna ed evocativa della letteratura, attraverso l’analisi complessa del mondo interiore e l’intensa riflessione sulla vocazione introspettiva, guidata dal flusso di coscienza. Virginia Woolf rende la magia descrittiva di una passeggiata, con il pretesto di dover comprare una matita, in una ragione emotivamente liberatoria, influenzata dal desiderio di assolvere la mente, evadere dalla restrizione della quotidianità e girovagare tra le vie della capitale in un contesto suggestivo e romantico. Raccoglie l’esperienza invitante e coinvolgente di un’escursione in cui la profonda intuizione dell’itinerario afferma la sua carismatica ispirazione, cattura lo spirito invisibile dello spazio urbano dove si osserva la vita degli altri e si assorbe, accanto al ritmo incalzante e caotico della città, l’atmosfera sconosciuta e favorevole di ogni contrasto metropolitano.
Il creativo e sperimentale carattere narrativo rispecchia una visione del mondo capace di promuovere una concentrazione sulla qualità psicologica degli incontri fugaci, sulla casualità degli incroci esistenziali, sui pensieri, i ricordi e le immagini, di immergere nel movimento della destinazione una intenzione anonima, approdo di esclusiva libertà, di una camminata autonoma e imprevedibile. Il libro ridisegna la fisionomia connessa all’atteggiamento strategico della comunità, affronta la prospettiva dinamica dei mutamenti nella consapevolezza umana, l’arte di peregrinare declinata al femminile, nella necessità di interrompere la consuetudine di una concezione maschile e tradurre le considerazioni di una donna nel suo indipendente vagare per la città.
Virgina Woolf coglie l’impalpabile naturalezza di indicare il tragitto della bellezza, di interpretare con l’occhio, inteso come informazione della percezione visiva cognitiva, elabora le divagazioni impreviste e attraenti, affranca il carattere abituale e cristallizzato del proprio ambiente domestico riscattando l’entusiasmo volontario di sottrarsi alla propria identità, svincolarsi della propria individualità e confondersi con la segretezza di una folla estranea. Oltrepassa la terra misteriosa delle personalità altrui per perdersi nelle strade e accogliere la grande avventura dove le sollecitazioni visive mescolano il sentire e le impressioni in un’indagine profonda sulla natura umana e sulla comprensione della realtà, allestiscono il palcoscenico dei comportamenti comuni e il confronto sulle evoluzioni del proprio tempo. L’estetica e la fonte creativa della scrittura avvolgono l’ammaliante testimonianza di una grande scrittrice in grado di sorprendere lo spirito e l’inclinazione di una passeggiata londinese per abitare l’alloggio segreto sulla essenza della società e sulle relazioni, per custodire la lucentezza e la socievolezza. Guardare al mondo con gli occhi di Virginia Woolf significa interrogarsi su come il tessuto civico modelli e orienti i suoi abitanti, su come percorrere i punti di vista e le sensazioni che affiorano durante il cammino. Virginia Woolf fugge dalla propria stanza privata e dalla soglia della solitudine alla ricerca errante di labirinti velati che diffondono la memoria degli altri, i loro intenti, i dettagli distillati nella meraviglia dissolta alla presenza spettrale di frammenti di umanità dispersi per le strade.
Rita Bompadre
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Probabilmente nessuno si è mai acceso di passione per una matita. Ma ci sono circostanze in cui il desiderio di
possederne una ci domina per intero; momenti in cui ci imponiamo un obiettivo, un proposito, una scusa per attraversare mezza Londra tra l’ora del tè e quella della cena. Così come il cacciatore di volpi si dà alla caccia per preservare la razza dei cavalli e i giocatori di golf per salvaguardare dai costruttori gli spazi ancora aperti, nello stesso modo, quando ci assale il desiderio di andare a zonzo per le strade, la matita funge da pretesto e, alzandoci, diciamo: «Devo assolutamente comperarmi una matita», come se sotto la copertura di questa scusa potessimo indulgere, senza pericolo alcuno, nel più grande piacere offerto d’inverno dalla vita di città – girovagare per le strade di Londra.
L’ora dovrebbe essere la sera e la stagione l’inverno, perché in inverno la luminosità color champagne dell’aria e la compagnia della gente nelle strade sono particolarmente piacevoli. Non veniamo tormentati come accade d’estate dal desiderio d’ombra, di solitudine e dall’aria dolce dei campi di fieno. L’ora serale ci dona anche quel senso di irresponsabilità che l’oscurità e le luci delle lampade conferiscono. Non siamo più noi stessi. Appena usciamo di casa, è una bella serata tra le quattro e le sei, ci liberiamo dell’io con cui i nostri amici ci conoscono e diventiamo parte della vasta armata repubblicana di girovaghi anonimi, la cui compagnia, dopo la solitudine della nostra stanza, ci appare così gradevole.
Perché lì ce ne stiamo seduti, circondati da oggetti che perpetuamente esprimono le stranezze del nostro carattere e ci impongono il ricordo delle nostre esperienze. Quella coppa sul caminetto, per esempio, fu comperata a Mantova un giorno di gran vento. Stavamo lasciando il negozio quando la donna, vecchia e sinistra, strattonò le nostre gonne, dicendo che sarebbe presto morta di fame; «Prendetela!» gridò, mettendoci bruscamente in mano quella coppa bianca e blu come se non volesse più sentire parlare della sua bizzarra generosità! Così, colpevoli ma con il sospetto di essere stati spennati, la portammo con noi fino al piccolo hotel dove nel cuore della notte l’albergatore litigò così violentemente con la moglie
che tutti noi ci sporgemmo nel cortile e vedemmo i rampicanti attorcigliati alle colonne e le stelle bianche nel cielo. Il momento fissato, stampato indelebilmente come una moneta, tra i milioni che scivolano via, impercettibilmente.
C’era anche quel malinconico uomo inglese che s’era alzato tra le tazzine da caffè e i tavolini di ferro, rivelando – come fanno i viaggiatori – i segreti della sua anima.
Tutto questo – l’Italia, la mattinata ventosa, i rampicanti intrecciati intorno alle colonne, l’uomo inglese e i segreti della sua anima – si alza come in una nuvola dalla coppa bianca e blu sul caminetto. E proprio là, quando i tuoi occhi scendono fino al pavimento, c’è quella macchia bruna sul tappeto. È colpa del signor Loyd George. «Quell’uomo è un demonio!» disse il signor Cummings, mettendo giù il bollitore con cui stava per riempire la teiera, così che sul tappeto si formò una bruciatura ad anello. Ma quando la porta si richiude su di noi, tutto ciò svanisce.