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Lorenzo Marone. Manuale pratico di smarrimento

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Una riflessione semiseria sulla vita quotidiana, una lucida ed ironica diagnosi delle ossessioni sociali e dei valori considerati assoluti come la felicità ostentata e la linearità esistenziale. La tesi di fondo è chiara : contro la narrazione che idolatra la resilienza come imperativo narrativo, Lorenzo Marone esalta l’imperfezione umana , il diritto a fallire , ad essere fragili, a smarrirsi. Ammettere la propria vulnerabilità consente di sentire la stanchezza, la malinconia, lo “smaggiamento “ come stati legittimi, di riscoprire il valore del tempo “inutile” liberandosi dall’assillo per la produttività e l’efficienza , rivendicando il diritto al tempo sospeso, alla deviazione felice (serendipità), allo spazio interiore dove il pensiero prende tempo e forma. In questo piccolo breviario che supera di poco le cento pagine, vengono rivendicate ed accuratamente incastonate una costellazione di istanze umane non costituzionali ma configurate come urgenze ineludibili: il diritto all’imponderabilità (serendipità), il diritto a non sapere (epochè),il diritto all’impermanenza (esuvia), il diritto a non piacere (eterodossia) e una nuova ipotetica tassonomia di diritti necessari in un mondo che si muove alla velocità delle emergenze.

Più che un manuale pratico, come suggerisce il titolo, il libello è un compendio di immunologia esistenziale, agisce come una mappa, un dispositivo orientativo costituito da indizi e frammenti, istantanee verbali che non hanno la pretesa di contenere una morale, che non dispensano consigli ma si rivelano osservazioni sottili su un sistema spaesante che ci ha trasformati in “fruitori bulimici e smemorati” .Cogliamo, tramite rapidissime accensioni, una silloge di pensieri diversamente pausati che rompono il ritmo , un repertorio di inciampi che ostacolano il viaggio esistenziale . Nessuna indicazione di strada, nessun passaggio metaforico nella staffetta della vita ma la messa in discussione di un modello antropologico. Come molte critiche sull’esistente che non pretendono di avanzare soluzioni sul piano pratico, il piglio ironico che contraddistingue la scrittura di Marone, che sceglie aggettivi e verbi con precisione fantasiosa , è segnata da un profondo e pervasivo scetticismo. Oltre a scegliere una via obliqua e refrattaria ( Ci sono libri che si chiudono con una morale, altri con una sintesi, altri ancora con una promessa .Questo no, questo si chiude perché non ho più voglia di parlare. Ha fatto il suo dovere, ha detto ciò che poteva dire), la preoccupazione dell’autore risiede nel constatare che l’uomo contemporaneo continui ad inseguire un simulacro futuribile di sè invece di abitare il presente con attenzione, rispetto e profondità. Osservare il mondo , decifrare e imparare dalla natura , dalla silenziosa grammatica degli animali, può essere un nuovo punto di svolta . In questa cornice di ritrovata attenzione si colloca l’epifanica apparizione del “monaco tibetano della ringhiera”, il suo felino domestico che con morbido arresto di passo, ci ricorda che si può scegliere di stare, di essere e basta, perché fermarsi non è perdere ma è “togliersi dalle mani dell’urgenza , è un atto di diserzione, un lusso colpevole” .

Tutta la natura ci insegna l’arte del mutamento naturale, fluido, senza forzature. È come l’elegante e discreto volo della libellula, creatura di passaggio che cambia forma senza nostalgia , consapevole che ogni trasformazione è solo un modo diverso di abitare lo stesso corpo. Un distico del poeta maliano Ismaël Diadié Haïdara recita : Non dipende da te se vivere un giorno o mille/ Da te dipende volare con con la gioia delle libellule/ . L’uomo può vivere coltivando la conoscenza di sé , del mondo e degli altri con il gusto per l’esperienza esistenziale , la libertà, l’autonomia di pensiero . Anche il serpente ci insegna che cambiare pelle è una faccenda ordinaria. I cambiamenti veri non si annunciano “a suon di fanfare”; spesso si presentano “ con un’insofferenza , un’intuizione, una stanchezza diversa dalle altre” .Tutti abbiamo il diritto all’impermanenza, a non essere necessariamente fedeli ad una versione di noi stessi che non ci rappresenta più, senza dover disprezzare il vecchio involucro che ci ha protetti fino ad oggi. Si può imparare a cambiare senza vergognarsi perché ce lo chiede il tempo , la direzione del vento. Si può vivere senza fretta, senza rincorrere il mondo , come il cavalluccio marino, un pesce che si è fermato nel tempo, scegliendo strategie lente, silenziose, ma efficaci. In un mondo pieno di squali e predatori, il cavalluccio ha scommesso sulla discrezione, e ha vinto : Elegante, sobrio, buffo, un poeta silenzioso in apnea, un filosofo muto con la coda arricciata . Non ha artigli , non ha frecce né pungiglioni , si ancora con la coda arricciata intorno ad un filo d’alga , si appoggia con grazia fluttuante, si lascia trasportare come un pensiero leggero in una corrente gentile. Da milioni di anni sta lì, in verticale, col suo profilo da nota a margine . Ecco una verità piccola e luminosa : la fragilità non è un difetto , è una forma di presenza ; non è una mancanza , è una strategia esistenziale , una modalità d’essere che non urla , ma persiste.

Sotto il giogo di un’esistenza dominata dal valore assoluto della linearità, dall’aspirazione ad un percorso senza deviazioni come se fosse la misura di quanto siamo capaci di vivere bene, l’individuo sperimenta inevitabili cedimenti ed è in quegli istanti di vulnerabilità che la crepa interiore si dilata. Da questa fragile faglia sorge l’urgenza di rivendicare un nuovo diritto di cittadinanza, un esonero da una vita non necessariamente ordinata , una nuova forma di atarassia epicurea ( che ricorda la celebre scuola partenopea di Posillipo fondata da Sirone e in cui si formò Virgilio ) che implichi la possibilità di non farcela, di scegliere il silenzio, la riflessione, di cedere ad una frattura di fatica, di sbagliare senza sentirsi annientati, disorientati, tormentati. Una forma contemporanea di atarassia che custodisca in sé la facoltà di deporre le armi, di eleggere il silenzio a dimora, di abbandonarsi alla stanchezza senza colpa. Vivere con tranquillità d’animo , pace mentale, distacco sereno, desiderare meno, essere come una foglia che galleggia su uno stagno. Esistere e basta. Imparare dagli animali, dal criceto, dal camaleonte, dal corvo che fa casa con materiali di scarto. Imparare a costruire con materiali emotivi , riparare invece che scartare , come ci insegna l’ arte giapponese del kintsugi . E’ la bellezza dell’imperfezione e dello scorrere del tempo, quella che si ricollega direttamente al sentimento del Mono no aware , una delle nozioni più profonde e affascinanti della filosofia giapponese, una forma di accettazione serena e grata della caducità della vita. È la partecipazione emotiva alla transitorietà delle cose, come la fioritura dei ciliegi. Lasciar andare ciò che finisce, accettare l’effimero e il passeggero. In un’epoca dove tutti devono mostrare una presunta felicità, essere malinconici diventa un atto rivoluzionario. Riecheggiano le dottrine orientali e nel riannodare i fili del discorso , l’autore richiama ancora una volta la lezione intramontabile dei classici occidentali. La malinconia non è paralisi distruttiva; è uno stato che apre all’introspezione profonda e a nuove connessioni creative. Sin dall’antichità greca, il concetto di melancholia, era legato ai filosofi, ai poeti e agli innovatori. Chi è malinconico guarda il mondo da una prospettiva sfasata, non omologata, e sviluppa una sensibilità acuta che le logiche standardizzate della collettività tendono a soffocare. Le piattaforme social hanno invece trasformato la felicità in una performance costante, evidenziando risvolti alienanti legati alla ricerca di approvazione. Questa dinamica riduce l’uomo a una “vetrina” digitale, promuove vite artefatte dove domina la ormai nota logica delposto, dunque sono”: un’ ‘identità costruita solo attraverso lo specchio digitale. Se un cosa non viene condivisa, è come se non fosse mai accaduta. Ancora una volta, su questo punto, il mondo degli animali ci offre un’alternativa possibile : Come il piccione che vola per chilometri senza lasciare tracce visibili e poi torna , anche noi possiamo esistere tra i margini, lontano dai radar e in quella zona d’ombra trovare finalmente respiro . Come il fiore bianco edelweiss che cresce tra le rocce più impervie delle Alpi : fiorisce senza testimoni, senza pubblico, e proprio lì, nella sua invisibilità, trova la sua grazia e splende solo per sè stesso ,e per le nuvole.

Rossella Nicolò

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