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Corrado De Rosa. Totò Schillaci, non ero previsto

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Italia 90. I mondiali, quelli del Ciao, delle notti magiche, sono stati l’apice e la fine del sogno.

Sono sempre stato convinto che i fenomeni popolari come il calcio, le canzonette, le soap opera e i telefilm siano in grado di raccontare il volto della società più di un saggio di Marcuse.

Questa cosa la pensava anche Ken Saro-Wiwa che, da fine intellettuale, escogitò una soap opera per arrivare al cuore dei nigeriani e raccontargli ciò che loro dovevano sapere, diventando così talmente pericoloso da essere ammazzato.

Forse perché in questi fenomeni, solo apparentemente innocui e svagati, la società si racconta come un monologante che crede di essere solo, come una vecchia ciarliera.

Bisogna però essere capaci di leggerle queste sfumature, coglierle. Bisogna avere delle lenti molto precise, un orecchio sensibile.

Bruno Lauzi, nelle sue canzoni, Sergio Endrigo, dicono moltissimo del mondo in cui vivono, dei rapporti tra i sessi, della figura della donna, al pari di Cavalcanti e di Guinizzelli. E così con i film di Totò, quelli di Tognazzi, di De Sica, fino ad arrivare a Montalbano. Non è facile tracciare i segni dei mutamenti, c’è bisogno di una guida, di qualcuno che sappia prendere ciò che crediamo di sapere e ce lo restituisca nuovo, legato a un contesto più ampio e significativo.

Nessuno, in Italia, è capace di disegnare reticoli sociali così articolati come Corrado De Rosa.

Psichiatra, viaggiatore, intelligente osservatore dei fenomeni sociali, De Rosa ha scritto libri che non è sempre facile classificare. Anche quando decide di scrivere la storia di un solo uomo, il suo sguardo decolla e comincia a guardare quell’uomo, o il singolo evento (penso alla sua biografia su Halsman, ma anche alla partita Italia Argentina in Quando eravamo felici) da una prospettiva diversa, alta e così l’uomo o l’evento, si fondono con il contesto e ne diventano parte e riflesso.

Per questo, Totò Schillaci, non ero previsto, non è esattamente la biografia di un calciatore ma è il ritratto di una nazione nel suo momento di massimo fulgore.

Il fatto che Totò ne diventi il simbolo, è tanto sbalorditivo quanto imprevedibile.

De Rosa ricorda quelle miniature molto particolari, quei calciatori con il corpo esile e la testa enorme. Per Italia 90, la miniatura di Schillaci non c’è. C’è Baggio, ovviamente, c’è Vialli, Baresi, se non ricordo male c’era Carnevale, ma non Totò.

Perché Schillaci era una riserva. Il commissario tecnico Azelio Vicini non immagina che quell’attaccante rapido, opportunista, ma basso, sarebbe stato così importante.

Il primo goal di quel mondiale, Schillaci lo segna di testa. Lui non è un gigante, non è nemmeno il centravanti tipico del suo tempo, eppure segna così.

Quando segna, una partita dopo l’altra, è incredibile persino per lui. Totò spalanca gli occhi, stupito. La pratica orrenda di studiarsi le esultanze, non c’era ancora così Totò corre, alza i pugni, si siede, sorride con tutta la faccia. È all’Olimpico, come potrebbe essere a Palermo, ai mondiali come in periferia.

José Mourinho, uno che qualche trofeo in carriera lo ha vinto, dice che ci sono momenti in cui una squadra o un calciatore possiedono la stella. Come Super Mario. Se hai la stella sei invincibile e Totò, a Italia 90, non si può fermare.

Solo Maradona, ci riesce, Maradona + Napoli, uniti contro un nemico incerto, seducente e beffardo perché Napoli è in Italia, è parte dell’Italia eppure è altrove e Maradona questa cosa, ai napoletani, la dice chiaramente prima della partita. Gli ricorda che non c’è campo in tutta la penisola in cui i napoletani non vengano chiamati terroni.

Secondo me, e qui sarebbe interessante sapere De Rosa cosa ne pensa, la storia di Schillaci sarebbe stata meno emblematica e potente se lui, e noi, quei mondiali non li avessimo persi e anzi, mi azzardo a dire, perché la vita è letteratura, noi quei mondiali li potevamo solo perdere e solo così.

Totò arriva dal niente, suo padre sfonda una porta e occupa la casa in cui vivono. Schillaci è affamato, vuole diventare qualcuno, ci riesce, supera se stesso, ha la stella, ma è in quel mese di vita, tra l’8 giugno e l’8 luglio, che Totò si trasforma fino a diventare non solo il giocatore di calcio più famoso al mondo, ma diventa leggenda, ispirazione e metafora di qualcosa che stenta lui persino a comprendere. Dopo, la vita di Schillaci sarà un capitombolo dopo l’altro.

L’Italia stessa, il suo movimento calcistico, la sua economia, il ruolo politico che recita nel mondo, in quel momento è al massimo del suo splendore e, dopo, si spegne nemmeno tanto lentamente.

Corrado De Rosa è abilissimo a farci capire come la parabola di Schillaci, il suo finire nell’inferno della televisione più becera, assomigli al tracollo di una nazione intera.

Per questo, i goal di Totò in maglia azzurra non sono semplici gesta espresse su un campo da calcio, ma sono come le fiamme al largo dei bastioni di Orione, del celebre monologo finale di Blade Runner, come la gioventù, come le lacrime nella pioggia, come quel Totò urlato da Pizzul, sorpreso come tutti noi che assistevamo, di vedere compiersi ciò che non era previsto.

Pierangelo Consoli

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Corrado De Rosa, Totò Schillaci, non ero previsto. 66thand2nd, 2026. Pp. 268, Euro 19

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