“Voci recuperate, antiche ma rivestite di abiti nuovi. Voci relegate in qualche baule del passato, penne femminili che sono state ridotte al silenzio e all’oblio, in Italia come nel resto del mondo, ma che hanno ancora tanto da dire. Attraversiamoepoche e geografie per riscoprire autrici e dar loro lo spazio che meritano.”
Inizia così il libro “Magnifiche insolenti” (8tto Edizioni, 2026 pp. 248 € 17.00) che esce nelle librerie il 6 maggio, a cura di Maria Vittoria Vittori. Una selezione accurata e lungimirante di testi letterari pungenti e corrosivi composti da nove autrici italiane abbandonate all’oblio culturale in un’epoca del rigido asservimento maschilista tra Ottocento e Novecento. Il libro onora la singolarità stilistica, il registro indipendente delle espressioni e la cifra emancipata dei contenuti delle scritture femminili, raccoglie un prezioso florilegio di libertà di pensiero e una impronta distintiva indelebile nella storia, di sensibilità e riscatto intellettuale, politico, sociale. La sfida contro le ataviche tradizioni dei costumi è una finalità rivoluzionaria che nutre con sarcasmo e spudoratezza l’affermazione di un coraggioso schieramento controcorrente, tenace e determinato, applicato nella scrittura per contestare la rigorosa e autoritaria impronta patriarcale. Le scrittrici che hanno intrapreso il temerario cammino della critica e dell’opposizione, per superare gli ostacoli esistenziali e morali imposti dalla società del loro tempo, e hanno fronteggiato la provocazione dei pregiudizi con spirito e sagacia, con l’uso sferzante e critico della derisione, con lo scherno amaro e sottile, per trasmettere intenzionalmente con le parole la propria consapevolezza e la propria autonomia sono: Marchesa Colombi, Beatrice Speraz, Clelia Romano Pellicano, Sfinge, Jolanda, Annie Vivanti, Anna Franchi, Contessa Lara, Amalia Guglielminetti. “Magnifiche insolenti” colleziona, oltre la biografia delle autrici, il ritratto energico e intenso di testi indimenticabili che rivelano un punto di vista umano incondizionato, distinto e divergente sulle relazioni di genere e sul potere, sostiene, tra rivendicazione e conquista, il recupero della responsabilità femminile, restituisce la dignità, portando alla luce l’intelletto e la resistenza femminile attraverso la riappropriazione di un ruolo anticonformista, maturo e aperto. Le scrittrici sono protagoniste e testimoni di un ardire memorabile, appassionate sostenitrici dei diritti delle donne, della ragione al talento e alla felicità, mostrano la propria anima attraverso la potente elaborazione di un’opera coinvolgente, vivace e approfondita in cui si riproduce la lucida fermezza e l’incisiva rivolta contro la prepotenza e la prevaricazione. Hanno spesso utilizzato l’artificio di pseudonimi per conseguire una gratificazione umanistica e comunitaria, per mantenere la capacità efficace di un sentimento altrimenti negato. Il libro amplifica la strategia necessaria di riconoscere la voce e la presenza femminile, l’atto inedito, ribelle e sfrontato di estendere il fascino e il mistero della condizione interiore, la prontezza e l’intuito di esistenze riabilitate dall’invisibilità, la volontà dell’uguaglianza. Riunisce l’entusiasmo di un contesto artistico in cui la scrittura realista è impregnata da un atteggiamento satirico, insolente e acuto e la sferzante personalità sovverte le consuetudini del tempo. La grande capacità comunicativa e divulgativa delle autrici estende la viva e autentica vena creativa immersa in una poetica oggettiva della realtà, premia la riscoperta di un patrimonio editoriale che regala un’elegante, irriverente e suggestivo orizzonte dello spirito arguto, brillante e sovversivo, riflesso di una magnifica esperienza esuberante di femminilità.
Rita Bompadre
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Uscite dall’ombra, o aghi umili, buoni. Uscite senza ritrosia; è il quarto d’ora della riabilitazione, il quarto d’ora del trionfo. Ecco, giungono. I primi adescati sono i meno modesti: gli aghi aristocratici che luccicano come minuzzoli di raggi siderali sulla felpa degli astucci, sul raso delle cestelline adorne, in cui trascinano le giornate, oziando, col loro strascico di fili di seta multicolore, sospinti di quando in quando da un ditale d’avorio o d’argento, fra la severità d’un artistico ricamo che palpita alla brezza marina, o ride ai riflessi del sole che s’infiltra tra il verde d’un ramo, o s’immalinconisce nella penombra d’un salotto, stiracchiato da una mano fine, nervosa, durante una visita importuna.
Poi arriva la gran moltitudine de gli aghi borghesi: aghi solidi, utili, infilati semplicemente di bianco o di nero, gli aghi più attivi, affacendatisempre, sempre pronti ad ogni sorta di lavoro, un esercito di carità che veglia e provvede dalle vedette d’avorio, di legno, di metallo, in cui li relegano, a gruppi, mani frettolose e sapienti. Questi sono gli aghi d’esperienza, poiché della vita conoscono le lotte, i trionfi, le gioie, gli sconforti, i palpiti, i sogni, le miserie, le follie. Quante cose hanno da raccontarsi, quando si trovano in crocchio a vegliare negli agorai! Uno è passato fra le trine d’una bianca veste di sposa, un altro fra il crespo d’un abito di lutto, un terzo in una cuffietta di neonato, un quarto è andato a rischio di spezzarsi tra la paglia del cappellino d’una signorina capricciosa, un quinto ha svegliato con una puntura la giovine cucitrice, stanca e illanguidita, un sesto ha fatto la spola cento volte fra un tovagliolo logoro d’una vecchietta avara; il suo vicino invece è ancora indolenzito a furia di rattoppar calzine d’ogni dimensione. Un altro ancora s’è bagnato delle lacrime d’una sposina negletta, un altro non ha fatto che… disfar punti sbagliati fra dita abbandonate a loro stesse dalla mente assorta in una fantasticheria, o intenta a sugger parole dolci da una voce virile, armoniosa… Oh, aghi, anche galeotti, dunque, qualche volta siete voi?!…
Vengono, robusti, giganti, gli aghi rustici che rappezzano i sacchi e le camicie dell’alpigiana e scendono con lei in città, quando diventa balia in qualche bel palazzo, a ricordarle quell’ultima sera dei suoi monti, allorché agucchiava cogli occhi velati e il cuore gonfio accanto alla culla del suo figliuolino; o quell’altro giorno ancor più lontano, quando un ago simile si spezzò al bacio improvviso d’un giovane coscritto a lungo aspettato. Sono aghi ingenui, inoffensivi, che hanno in sé una poesia fresca e sana e tutta la purezza dell’infanzia che li predilige, tutta l’ignoranza beatamente grottesca delle bambole e dei burattini.
(Testo tratto da “La gloria dell’ago” di Jolanda)