È un’assenza di suono, quella che il protagonista della nuova prova letteraria di Pierangelo Consoli ha cercato meravigliosamente in tutta la sua poesia, è un tempo di ricerca in cui trovare la strada per rianimare il dialogo con se stesso, per intercettarsi e ritrovarsi. Un transito necessario, dove può cominciare a ricostruirsi senza più doversi difendere. In Silenzio ( NEO. Edizioni ), romanzo breve ed intenso, ha immaginato come motore della vicenda un poeta italiano. È un autore noto, incluso nelle maggiori antologie scolastiche, ha pubblicato sedici raccolte, centinaia di articoli culturali, sta per essere pubblicato in un Meridiano ed è nella lista del Nobel. In queste pagine emerge uno spesso sedimento di tante letture poetiche che non si limita ad una disseminazione di citazioni sparse ma di una consapevolezza letteraria che domina la pagina, incidendola con cifra personale.
Genesi e stampa di questo lavoro si collocano dentro spazi interiori e temporali molto distanti tra loro, come ha dichiarato l’autore in varie interviste. I tempi della gestazione e quelli della narrazione si sono quindi lentamente evoluti, rispecchiando uno stato di revisione accurata, una sintassi spezzata, una scrittura tagliente, sincopata e ritmata che ci regala pagine di godibilissima penetrazione psicologica e di intelligente ironia. Consoli è abituato a procedere per sottrazione, con metodo rigoroso, proprio come accade per la poesia, per esprimere l’essenza della nostra radicale incompiutezza. Il suo io letterario confida, in questa operazione, in due supporti: l’io esperenziale e la scelta strutturale-compositiva che determina l’andamento stilistico senza restare invischiato nell’autonarrazione. Il primo insegue il reale e gli toglie quel velo ingannevole che oscura il movimento dei pensieri; il secondo è rappresentato dalla morsa linguistica che sottopone il testo a continui scarti, lasciando solo la vita che pulsa intensamente sotto la superficie.
La storia è apparentemente semplice ma costruita con un abile gioco attraverso il quale si evolve un io scisso tra pubblico e privato, tra le angosce giovanili e la facciata pubblica del poeta di successo.
Un anziano poeta spia la giovinezza di un ragazzo fragile, cresciuto senza famiglia, ospite transitorio nella sua abitazione e questa improvvisa ed attenta osservazione sarà l’inizio di un dialogo con se stesso che metterà a nudo un segreto che si porta dentro, i propri istinti e le proprie ipocrisie.
Emergerà il rinnovarsi di un desiderio già vissuto, quello per un amico di gioventù, Roberto , morto suicida, il grande amore della sua
vita, forse non corrisposto, certamente mai consumato, risolto solo nella poesia e confinato nel rimorso di non essere riuscito a salvarlo. Dichiarare questo sentimento, per lui, sarebbe stata la fine. Essere gay, negli anni sessanta, era una maledizione, una battaglia intima silenziosa e lunghissima che, in parte, non è finita […] La mia sessualità è come uno di quei posti dove ci si abitua alla carneficina, dove la privazione diventa il tuo modo normale di vivere la vita. Nella mia anima ogni maceria ha una storia e ormai è casa mia […].
Rivisitati fino in fondo, si materializzano frammenti di una vita spesa per la poesia, nella convinzione di possedere solo la scrittura, pensando in modo letterario non alla vita vera ma al modo in cui avrebbe potuto raccontarla, travasarla nella pagina scritta. A guidare la sua esistenza, c’è l’intransigenza della figlia Claudia, che regge il peso dei suoi malumori, dei suoi lamenti, dei suoi dissensi e cura i suoi rapporti con le case editrici. È una donna pratica, scettica e sospettosa proprio come sua madre Olga, morta qualche anno prima. Il poeta non ha mai amato questa compagna di vita , eppure, nel sentire la distanza che li separava, coglie, nonostante tutto, il vuoto dettato dall’ assenza, la fatica di vivere senza averla accanto, riesamina le sue considerazioni istintive sui suoi improvvisi blocchi emotivi, sulla sua distanza dal mondo, la sua mancanza di empatia. Come possa un uomo “emotivamente stitico” fare il poeta, è un paradosso che stimola il lettore e che andrebbe indagato a fondo.
Resta l’impressione che la sincerità dei personaggi, vista attraverso spiragli, reazioni e smarrimenti, obbedisca all’esigenza di addomesticare un’intima realtà dolorosa, un senso di inadeguatezza demolente, un’incapacità di vivere fino in fondo, di gestire i propri sentimenti, soffocati dalle paure più profonde. Una spontaneità invocata a rendere la vita più fluida, meno imbrigliata negli schemi, decentrata dall’inerzia psichica che ostacola il cambiamento di rotta .
[…] Mi sedetti sopra una panchina e presi il libro che avevo in tasca, il libro di Tranströmer, lo aprii a pagina 109, dove stava La radura, e lessi quel primo verso che mi uccide ancora adesso, che ricordo a memoria più del mio stesso anno di nascita e che dice:
C’è in mezzo al bosco una radura inattesa; la può trovare solo chi si è perso.
È circondata da un bosco che soffoca sé stesso.
E capii, quella sera, mentre pioveva ed ero solo, di essere io stesso quel bosco che soffoca sé stesso con le proprie fissazioni, le paure e le gelosie. Capii che mi ero rovinato lasciando che il rancore oscurasse, fino ad essiccare, le cose che amavo. E compresi quante occasioni per essere felice mi ero perso, e ancora mi perdevo, per ostinarmi a essere quello che ero […].
Sarà il contatto quotidiano con il giovane ospite ad avviare la metamorfosi del personaggio, perso tra i ricordi della giovinezza e la vecchiaia, eros e decadimento fisico, realtà e sogni. Il poeta ha un problema con il suo corpo, con la nudità, con il tatto, con gli abbracci, con i baci, con le effusioni in pubblico, va in giro sempre abbastanza coperto. Il giovane ospite , invece, si aggira per casa seminudo, incurante della sua presenza. Sarà questa vicinanza fisica, la visione di un corpo dalla pelle levigata ad innestare la consapevolezza amara di essere rimasto dietro un vetro ad osservare la vita senza prendervi parte. Una condizione, questa, che si addice a un anziano ma che il protagonista ha dovuto accettare ancor prima di diventarlo. Gi sfugge anche stavolta il senso della giovinezza, crisalide che sboccia e come la farfalla meravigliosamente svanisce e rimane con lo stupore di averla vista passare nella vita degli altri. Succube della sua gioventù, della sua freschezza, lontano da uno stile comportamentale attivamente liberatorio, si autocensura : Mi proibisco d’innamorarmi. Alla mia età, sarei ridicolo. Nonostante il richiamo all’esperienza dei sensi in molte pagine, c’è una forte scelta etica che contraddistingue questo romanzo dove ogni allusione alla sfera erotica, al sussulto dei sensi, non è mai esplicita, piuttosto pudica , in sottesa polemica con un certo filone di letteratura contemporanea che ha fatto delle descrizioni esplicite e disturbanti il suo punto di forza. Il lavoro di scrittura di Consoli gioca intorno all’inquietudine, alle frustrazioni del protagonista. Si muove dall’interno, in totale assenza di una “macchina-scena” del sesso.
Non c’è descrittivismo estetizzante, nessuna tendenza alla sublimazione letteraria dell’erotismo; piuttosto nella narrazione prevale una naturale discretio di gusto e di misura. Le ragioni psicologiche prevalgono su quelle erotiche, attraverso un lento succedersi di memorie incastrate come in un campo di battaglia nella mente del poeta dove si scontrano desiderio e consapevolezza di decadenza, memoria e oblio, cinismo e tenerezza. L’irruzione nella sua vita di quel ragazzo ossuto di diciannove anni dai capelli come nuvola scura è il punto di collisione, l’ingresso in uno spazio sospeso della memoria in cui riscoprire una parte della sua identità, una nuova forma di esistenza più libera e consapevole. Consoli cerca nella sua scrittura di abitare il corpo altrui, sentirne il peso, il dolore, come nel suo precedente romanzo “Come il buio per le stelle” dove tutti i personaggi hanno alle spalle un passato doloroso che li ha costretti a riflettere sulle loro lacerazioni, dubbi, sentimenti.
Silenzio è anche una profonda meditazione sulla vecchiaia come spazio di trasformazione ma anche una riflessione sulla scrittura come rito evocativo e come processo di sottrazione. […] Sono arrivato alla poesia tardi e per sottrazione – dice il protagonista-poeta nel ricordare i suoi esordi letterari. Dalle mie pagine ho cominciato a togliere quasi tutte le parole, tutte le trame e i personaggi, lasciando solo le ossa spolpate. Ho esteso questo metodo a ogni spettro della mia vita e mentre costruivo quel lebbrosario che sono le mie poesie, sono diventato sempre più silenzioso […]
La scrittura ha bisogno di metodo, di regole ferree e Consoli mostra di seguire un metodo artigianale, come una cosa che si fa ogni giorno con sorvegliata misura, senza lasciarsi sedurre da modi e sperimentalismi contemporanei, approdando ad una maggiore limpidezza e qualità rispetto alla sua prima prosa. In alcune pagine, non risparmia una certa ironia e qualche preciso strale alle sovrastrutture retoriche della critica letteraria, alla sua irrilevanza e insufficienza, rivelandone alcune storture […] Qualcuno ha scritto che ho indagato l’animo umano nella sua interezza. Chissà quale altra sciocchezza scriverà Ottaviani. Scriverà che sono un Ermetico, ne sono sicuro. Dirà che sono un discepolo di Mario Luzi. Lo ha già detto un’altra volta. A lui basta che scrivi poesie brevi e sei un Ermetico. Come se le correnti letterarie avessero davvero un senso. Per i critici ce l’hanno perché loro non sanno creare niente. Arrivano quando la battaglia è finita, osservano le tracce, il sangue rappreso, il fumo d’incendi ormai spenti, e pretendono di raccontare quello che è accaduto […].
E poi i libri sono uno schermo. Puoi anche scrivere un libro che poi diventa famosissimo, fa dire Consoli al suo personaggio, un libro tradotto in tutte le lingue, ma nessuno conosce il volto dell’autore. Spesso conosciamo gli scrittori solo attraverso le loro opere, le loro parole. Il loro “volto” reale, la loro essenza umana, è come quel riflesso: un’apparizione momentanea che lascia un’impressione di familiarità ma che svanisce non appena si cerca di trattenerla. […] Potresti stare seduto sopra una panchina con un premio Nobel e ignorarlo. Magari conosci i suoi versi a memoria e non sai che a scriverli è proprio l’uomo che hai seduto accanto. Chi conosce la faccia di Boccaccio? Petrarca poi… e quella di Zola, di Federigo Tozzi, figurarsi. I volti degli scrittori sono come riflessi dentro una pozzanghera d’estate a mezzogiorno, qualcosa che ti sembra di aver visto e poi subito svanisce. Non è del tutto un male, però a volte dispiace […].
Rossella Nicolò
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[…]…Penso che il silenzio, cercato fino allo spasimo dentro le mie poesie, non sia la negazione del linguaggio, come qualcuno ha cercato di spiegare, né sia riconducibile alla pulsione di morte, come invece hanno sostenuto altri, freudianamente; ma sia piuttosto, la voce del vigliacco che in me ancora dimora. Il vigliacco che si rifiuta di uscire nonostante l’evidenza che non ci sia più nulla da temere, il vigliacco che trema, che odia la luce, che ha passato, chiuso in soffitta, tutta la propria giovinezza, tutta l’età adulta ….[…]
[…] Ecco un verso che gronda silenzio, che urla nella notte senza fiatare. Lo scrisse per sua sorella. L’amava incestuosamente. Come Wittgenstein che derogava la sua omosessualità repressa e rabbiosa solo per Hermine. Una sorella così intelligente che lo capiva. Nemmeno Russell ci riusciva, nemmeno Keynes, solo Hermine. Parlavano una lingua comune fatta di enigmi. E così Trakl. Amava sua sorella Margarete. Si vede che a Vienna, nei primi del ʼ900, l’incesto era di moda. Un incesto non consumato, solo immaginato, frustrato. Un incesto castrato, che trovava forma nel territorio degli assoluti. Lo stesso posto dove vive Danilo. Nella sua vita è tutto un sempre e un mai. E, del resto, a vent’anni, è normale che tuto sia esagerato. Solo dopo ci si ritira, si accetta ogni sconfitta con rassegnazione. Tranströmer invece, piuttosto che rassegnarsi alla malattia e alla vecchiaia, si era assegnato il Nobel da solo, per compensazione.
I suoi amici dell’Accademia lo avevano voluto risarcire, o almeno questa era l’idea che mi ero fatto e che mi tormentava. Perfino la premiazione era stata una pena. Lasciato sopra la N d’oro, era rimasto in silenzio, accennando un sorriso sghembo, con la mano offesa attaccata al petto proprio come quella sera a Ostuni.
Eppure, nonostante il mio fastidio, dovevo ammettere che Tranströmer aveva scritto una poesia bellissima che si chiama La radura. Bellissima perfino in traduzione. Una poesia così bella che non gliela potevo perdonare. Era piena di tutte quelle cose che, nelle mie poesie, restano fuori. Fuori dalle mie come da quelle di Grünbein, da quelle di Gospodinov e di Alejandra Pizarnik. Una poesia piena di bosco, di alberi e di sassi, eppure così bella che, da sola, valeva tutte le fatiche di una vita […].