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Pierre Lemaitre anteprima. Le belle promesse

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Philippe, temuto da tutti, non era amato da nessuno. Era il più alto della classe, anche il più forte nonostante il leggero sovrappeso, suscettibile, aggressivo. Quelli che avevano deriso i suoi mediocri risultati in tutte le materie l’avevano pagata cara. Solo chi aveva paura di lui lo frequentava. Era circondato da ragazzi che erano tutti “amici” tra loro, mentre lui non lo era di nessuno.”

È in libreria Le belle promesse di Pierre Lemaitre (Mondadori 2026, pp. 408, € 23,00 traduzione di Elena Cappellini). Con il romanzo dedicato in esergo a Victor Hugo e Alexandre Dumas l’autore chiude la saga della famiglia Pelletier.

Le belle promesse è l’occasione per riscoprire la Francia degli anni Sessanta. Pierre Lemaître evoca gli sconvolgimenti dei tempi, che vedono allargarsi il divario tra mondo rurale e la capitale.

La storia ruota attorno alla famiglia Pelletier e ai suoi membri, in una Francia che si sta modernizzando a pieno ritmo. Come i bollori del giovane Philippe:

Era entrato in una vita nuova ed esaltante, una febbre ormonale che gravitava attorno a un oggetto sublime, un’esistenza costellata di erezioni improvvise, di sogni erotici e lascivi che culminavano in esplosioni che lo lasciavano esterrefatto.”

Jean Pelletier che si trova di fronte ad un incendio segue l’impulso di salvare un bambino per diventare l’eroe di una vicenda che farà notizia. 

È il racconto della speranza nata dal dopoguerra, negli anni gloriosi:

l’ultima pagina del secolo precedente, il Diciannovesimo, l’ultimo momento in cui si guardava al futuro con fiducia, in cui nessuno (o quasi) dubitava dei suoi benefici.”

Quando il dinamismo economico e l’avvento della società dei consumi nascondevano le disuguaglianze e le persone escluse.

L’autore le mette in luce con uno scritto che conquista e che sorprende.

Carlo Tortarolo

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La sala del Petit Clément sgomberata dai tavoli era quasi al completo, una cinquantina di persone. Per quanto il locale non fosse sterminato, avevano predisposto un microfono ad asta. Vicino all’ingresso, alcuni volumi cinti da una fascetta rossa erano impilati su due cavalletti accanto al tavolo dove François, al termine dell’evento, avrebbe proceduto al tradizionale rito delle dediche.

C’era tutta la famiglia, a eccezione dei bambini troppo piccoli, lasciati in custodia a zia Thérèse.

E di Jean, che tardava ad arrivare.

Geneviève tamburellava nervosamente con l’indice sul tavolo del buffet e fissava l’orologio a muro, esprimendo in modo manifesto fino a che punto suo marito fosse una delusione continua. Nonostante avessero fondato insieme una fiorente azienda di abbigliamento a buon mercato, qualunque cosa facesse Jean era per lei fonte di una frustrazione che trascorreva molto tempo a manifestare apertamente.

Quell’esasperazione, destinata al mondo intero, feriva in particolare Angèle, che nutriva nei confronti del primogenito un affetto che il tempo non aveva mai attenuato. Mentre l’amore per gli altri figli, François ed Hélène, si era evoluto e adesso li amava come una donna di settant’anni ama i propri figli quarantenni, con Bouboule era tutta un’altra storia. Angèle restava una giovane mamma che soffre per il suo bambino timido, chiuso, ansioso, permeabile a ogni emozione. Suo marito Louis, morto qualche anno prima, diceva di Jean: “Bouboule è una spugna…”. Così, ora che tutti si apprestavano a partecipare a quel piccolo evento letterario, Angèle ignorava la teatrale irritazione della nuora. E nonostante fosse molto orgogliosa di François, che era l’ospite d’onore, pensando a Jean non faceva che ripetersi: “Speriamo non gli sia successo niente”.

In sala, la sorella di François, Hélène, si intratteneva con alcuni colleghi del “Journal du soir”, scambiava due parole con il suo ex direttore. Lambert, suo marito, chiacchierava con tutti, passando dall’uno all’altro con grande disinvoltura, certo di aver letto più della metà delle persone lì presenti.

François, che stava per ricevere il premio Pont des Arts per il suo terzo romanzo, Senza vostre notizie, aveva un’espressione che in parecchi fraintesero. Speravano di vederlo più gioviale. Invece appariva piuttosto serio, quasi inquieto, al punto che alcuni attribuirono quell’atteggiamento a una presunzione che non gli apparteneva.

Nine, sua moglie, che lo conosceva meglio di chiunque altro, era stata la prima a notarlo. Da qualche giorno era preoccupato, assorto in pensieri silenziosi. La ragione di quel comportamento le sfuggiva. “Rifletto sul prossimo libro” aveva risposto lui quando gli aveva chiesto spiegazioni; la scusa era verosimile (durante l’ideazione di un romanzo, attraversava fasi di intensa concentrazione che lo estraniavano un po’ dalla vita quotidiana) ma menzognera… dal momento che non stava lavorando ad alcun nuovo libro. Dopo la pubblicazione di Senza vostre notizie, aveva scritto una prefazione, qualche articolo, però Nine non l’aveva mai visto isolarsi con i suoi taccuini come faceva quando era alla ricerca di un soggetto. Inoltre non le aveva parlato di niente, mentre di solito le raccontava sempre dei suoi progetti, anche di quelli ancora in fase embrionale.

Qualsiasi donna avrebbe provato una preoccupazione più profonda, Nine no, non era nella sua indole. In quel momento i loro sguardi si incrociarono, si scambiarono un breve sorriso, è incredibile quanto lui la trovasse affascinante. Recentemente aveva cambiato taglio di capelli, adesso sfoggiava un bel caschetto, alla base del quale si intravedeva un sottile filo intrecciato che le scendeva lungo il collo. Quando con gesto naturale ed elegante si sistemava una ciocca dietro l’orecchio, scopriva di colpo l’auricolare dell’apparecchio acustico. Quella donna, che era la quintessenza dell’eleganza, rivendicava con grazia l’emblema del suo handicap e catturava sempre lo sguardo degli uomini. Chi l’aveva avvicinata con fare protettivo, immaginando che quella condizione la rendesse vulnerabile, se n’era amaramente pentito.

Il pubblico fu richiamato all’ordine quando il presidente di giuria diede qualche colpetto sul microfono per attirare l’attenzione dei presenti, in particolare di una donna robusta che si stava ingozzando di tartine al formaggio sotto lo sguardo infastidito dei camerieri che non erano riusciti a fermarla. A sua figlia Colette, giunta a ricordarle che era consuetudine attendere l’apertura ufficiale del buffet, Geneviève aveva risposto: «Quando non ci sarà più niente di mangiabile? Non ci penso proprio!».

L’esplosione sorprese tutti.

Era avvenuta piuttosto lontano ma era stata abbastanza potente da far tremare i vetri. Smisero di parlare.

Gli sguardi si diressero verso la porta.

Gli attentati a favore dell’Algeria francese erano ancora nella mente di tutti e avevano causato danni sufficienti da continuare a destare preoccupazione.

«Di solito i fuochi d’artificio sono alla fine» disse argutamente il presidente.

Si levò qualche risatina, ah, ah, ah.

«Signore e signori, eccoci qui…»

Il discorso non venne seguito con molta attenzione, la detonazione aveva scosso gli animi.

«Veniva dalla parte di rue Lamarck» sussurrò qualcuno.

«Cosa può essere stato?»

«Di quei piccoli paté in crosta ne è rimasto qualcuno?» chiese Geneviève al cameriere, che guardava ostentatamente da un’altra parte.

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© Calmann-Lévy, 2026
© 2026 Mondadori Libri

traduzione di Elena Cappellini.

foto di Lemaitre credit (c) Claudio Sforza

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