Il libro “L’abitudine di mentire” (Ossorosso Edizioni, 2026 pp.130 € 16.00) a cura di Deborah D’Addetta e Antonio Esposito, raccoglie dieci racconti inediti, molto interessanti e accattivanti che concentrano l’attenzione sulla capacità letteraria e psicologica del mentire. I testi ispezionano con dovizia narrativa la dinamica affascinante e perversa dell’arte persuasiva, declinata attraverso efficaci e convincenti descrizioni, in una coinvolgente strategia comunicativa, trasformando le storie in una affabulazione che avvolge l’intreccio di un’influenza emozionale trascinante. Ogni autore asseconda la volontà di manipolare la realtà del proprio racconto includendo l’uso di stratagemmi linguistici e contesti ingannevoli per tradurre la tensione cognitiva della produzione artistica, esaminando il tranello della menzogna come parametro paradossale per svelare l’essenza delle cose e i circuiti riflessivi e metaforici dei contenuti letterari. “L’abitudine di mentire” racchiude il significato semiologico e filosofico di un principio della bugia, attesta che ogni espressione e mezzo verbale, impiegato per asserire il falso, come appunto l’espediente narrativo della finzione o la rappresentazione, frutto dell’immaginazione, serve di fatto a comporre versioni analitiche per comprendere la realtà e studiare la funzione tangibile del segno linguistico, strumento di resistenza critica. I dieci autori sono: Sara Cordero, Federico Dilirio, Beatrice Fagan, Flavio Ignelzi, Sarah Majocchi, Serena Nadal, Lidia Noviello, Daniele Scalese, Hilary Tiscione, Pierfrancesco Trocchi.
Tutti padroneggiano l’arte sapiente della scrittura per rivelare la vera natura del linguaggio, quella di disegnare e interpretare mondi possibili, immaginari, scomporre le provocazioni della falsificazione, decodificare il limite insinuante delle parole. Gli stili dei racconti spaziano dal formalismo classico all’attualità del genere contemporaneo, gli argomenti impostano una parabola di episodi che aggirano la tessitura mitologica e leggendaria dei mutamenti umani per esplorare l’animo, gli artifici e le invenzioni per documentare la finalità empatica e consapevole di ideare falsità ed elaborare onestà. Un itinerario seducente di testimonianze appese ai bordi dell’impostura, lungo gli abissi temerari e complici di un sentimento inafferrabile che vaga tra le pagine del libro, in cerca di una condizione di possibilità. Il libro spinge la simbologia della persuasione verso un’equazione inequivocabile in cui l’unico e spassionato traguardo non è assicurare la via praticabile della concretezza, ma invitare il lettore a confidare nella creatività di ogni territorio verosimile. Se ogni struttura narrativa è alterata da una asserzione falsa, se il mondo autoreferenziale e illusorio del sapere è distillato dal pensiero fluido e ammaliante di chi scrive e dalla fiducia compulsiva di chi legge, l’idea vincente di questo libro sta tutta nella rielaborazione brillante e intuitiva di destabilizzate le impressioni e denudare le parole, affidare alla menzogna la qualità implicita e allusiva di scrutare attentamente la realtà, di cullare l’insidia del dubbio, laddove la fedeltà e l’imbroglio sostengono lo stesso groviglio fuorviante del raggiro di nascondere la verità sotto altri occhi. “L’abitudine di mentire” rivela la sfumatura di un compromesso sottinteso tra la sospensione delle perplessità e l’autenticità morale, l’inebriante opportunità per allestire, nello scenario di ciò che si sta vivendo, un’occasione per recuperare l’equilibrio dall’inquietudine, la sincerità dalla sensazione dell’inesistente.
Rita Bompadre