Prima di parlare dell’esordio narrativo di Beatrice Dorigo con Playlist per quando torni ( Giralangolo, pagg. 190, € 14,00), da oggi nelle librerie, vi consiglio di inquadrare il QR Code che trovate nella pagina dei ringraziamenti.
In questo modo potrete scaricare la playlist creata dall’autrice.
Contiene i 33 brani (fra punk, post punk, riot grrrl) che fanno da colonna sonora agli altrettanti capitoli di un racconto agrodolce, però mai però disposto a cadere nelle trappole del melenso.
È anche grazie a una bella attenzione alla lingua – estremamente plastica, correttamente mimetica, che Playlist scorre per le sue 190 pagine senza intoppi, diventando uno degli esordi italiani nel settore YA più interessanti della prima parte del 2026.
Nucleo della storia, la figura, i pensieri, le azioni di Liza, una ragazza diciannovenne che sconta un passato (e un presente) familiare complicato.
La troviamo alle prese con una madre sprofondata in un profondo stato depressivo, con cui divide l’appartamento, un padre che è andato via da un paio di lustri chiudendo i rapporti e con un luogo (una cittadina di mare, mai nominata) dove tutti sanno tutto di tutti.
Facile sentirsi “sotto pressione”, presa di mira, senza valvole di sfogo. Sensazione per Liza acuita dalla perdita di Polly, l’amica del cuore, che si è trasferita in un’altra città.
Davanti a questo deserto degli affetti, alla protagonista resta solo la relazione con Milo, il suo quasi fidanzato, il suo quasi amore.
Con lui imbastisce una relazione fatta di effrazioni in appartamenti estivi e alberghi, ma soprattutto di scoperta della propria sessualità.
Forse non è molto, ma permette a Liza di attenuare il peso che si porta dentro o, almeno, di attenuarlo momentaneamente.
Inoltre le offre uno spazio in cui dar vita al simulacro di quella famiglia che le si è frantumata davanti agli occhi, per sentirsi parte di qualcosa in cui essere “noi”, avere supporto, di cui avere certezza. Senza esporsi realmente, senza probabilmente accettare il rischio di sbagliare nello scegliere.
Dorigo, costruisce un personaggio emblematico nelle sue problematicità. Lo rafforza trincerandolo dietro il non detto delle proprie emozioni, permettendole di non svelarle mai del tutto e mai completamente.
Così facendo riesce a mettere su pagina un ritratto che diremmo puntualmente generazionale. Un affresco dove chi ha appena terminato l’adolescenza, comprende di non averla vissuta perché schiacciato dal senso di colpa per avvenimenti su cui non poteva nulla.
Lungo le pagine di Playlist credo scorra un sentimento che accomuna la maggior parte delle ragazze e dei ragazzi di oggi, mostrandone la fragilità emotiva intrinseca.
Qualcosa che è sempre esistito, siamo d’accordo. Solo che nel nostro contemporaneo si presenta con una potenza devastante.
L’uscita da quella che possiamo genericamente definire come “paura del dopo” per Liza ha inizio con la scomparsa della madre, fuggita non si sa dove.
Un evento che porta il nostro personaggio non a difendersi ma a rischiare, muovendosi verso l’esterno.
È questo accettare di fare i conti con il suo passato, andare verso chi aveva cancellato, che la sposterà dal suo limbo di rabbia, di rancore e disperazione.
Le scelte che Liza metterà in campo, diventeranno il primo passo per un riconoscimento di se stessa, della sua autonomia emotiva e decisionale.
Per tutto il romanzo Dorigo tiene il lettore sul filo teso di un dolore che appare al confine con la rabbia. Lo fa esprimere a Liza attraverso una lingua orchestrata attraverso attente variazioni di registri alti e bassi, di momenti in cui si passa improvvisamente dall’introspezione alla virulenza all’ironia.
Sono tutte sfaccettature che complicano felicemente un personaggio all’apparenza semplice, che lo fanno crescere oltre il suo non voler svelare – forse nemmeno a se stesso – cosa è che lo fa star male dentro.
Così facendo, l’autrice ci permette di entrare da un’altra prospettiva in quel mondo postadolescenziale dove il sole della speranza splende a fatica, ma non si spegne mai.
Sergio Rotino
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Cose che so solo perché le sanno tutti, credo: il ritorno sembra sempre più corto dell’andata, anche se è la stessa strada e non ci sono state variazioni particolari nel traffico.
Non è veramente più breve. È solo che ti manca quella sensazione – bella o brutta – di voler arrivare al punto, fare quello che devi, toglierti il peso e non pensarci più, quelle formichine operose che ti mangiano dentro e dicono dai, dai, dai.
Un meccanismo mentale ovvio, che viene brutalmente sovvertito dalla realtà, certe volte, soprattutto se all’andata eri in autobus e poi invece torni a piedi sulla statale.
A volte hai solo bisogno di muoverti, così i pensieri neri non riescono a prenderti, gli avresti dovuto, avresti potuto, le voci ragionevoli, le conversazioni che srotoli e riscrivi in cerca di un finale perfetto.
A volte camminare è come stare sospesa nell’aria mentre il mondo sotto rimane a guardare senza sfiorarti, come quel funambolo che aveva teso un filo sui tetti di Gerusalemme.
Cammino, e ogni passo è una distanza da quel dialogo, da quella porta che si apre, da quella persona che una volta era mio padre non solo per biologia ma in quel modo di essere davvero genitori, che non ha niente a che vedere con il sangue e tutto a che fare con il prendersi cura.
Cammino via dalla mia paura – era proprio quella, alla fine, puro terrore al cento per cento.
Cammino via dalla me stessa che è rimasta ore seduta su un muretto a immaginarsi epiloghi, limature e botta e risposta scorrevoli, ma poi niente.
Non ha suonato quel campanello, non ha varcato quella soglia.
Non ha chiesto aiuto all’unico che, forse, aveva il dovere di darglielo.
Potrei dire che non ho voluto, al posto di dire che non ce l’ho fatta, e magari un giorno finirò con il raccontarmela così.
Restauriamo il passato tappando le crepe e ravvivando i colori, limiamo le nostre azioni, gli errori, per dormire la notte e guardarci allo specchio senza vomitare. Il confine fra alibi e giusta causa è labile.
Quindi, okay, un giorno racconterò questa storia a modo mio per uscirne almeno un po’ vittoriosa. Ma la verità è che non ne sono stata capace, di suonare il campanello e dire: Ciao, sono io, ho bisogno di te.
Non ci sono riuscita.
Mio padre era il mio eroe?
No, se per eroe intendi uno tipo Batman che arriva con la tutina e il macchinone e fa cose mirabolanti per tenere al sicuro la città.
Mio papà era disordinato e spesso confuso, e tante volte immagino non avesse idea di cosa stava facendo, del perché la sua famiglia non funzionava come gli avevano detto, del tipo che rientri a casa stanco e soddisfatto e trovi il pollo arrosto in tavola e la figlia con i codini ti fa scivolare vicino al piatto un sottobicchiere fatto da lei con le mollette, come pegno d’amore.
La bruttezza del lavoretto è l’unico orrore a cui sei oggettivamente preparato, anzi è anche un po’ un codice per riconoscersi fa padri, quando fai lo scanner delle scrivanie negli uffici e trovi un bolo di pasta di sale a forma di bretzel e pensi ah, sei nel club anche tu.

Mio padre grattava le marce quando guidava, staccava tutte le prese prima di andare a dormire e questa cosa era un vero tormento, a volte lo sentivo cantare da dietro la porta del bagno, faceva le sedie con il fil di ferro dei tappi di spumante alla fine dei pranzi importanti, mentre tutti chiacchieravano e lui si estraniava un po’.
Mio padre a volte non ci capiva un cazzo di quello che gli capitava intorno, e non ne faceva mistero, però io pensavo che sarebbe rimasto, o quantomeno sarebbe tornato.
A quanto pare eravamo in due a non aver capito un cazzo.
E questa cosa, io non ce la faccio a staccarmela di dosso.
Le cose non migliorano solo perché sarebbe giusto, e quando stai perdendo non puoi cambiare le regole del gioco. O forse solo, banalmente, chi ti ha tradito una volta lo rifarà, e spetta a te non consentirglielo. Quindi adesso ci siamo io, l’asfalto e qualche macchina che strombazza, non so se per caricarmi a bordo e fare di me una donna onesta o per avvisarmi che sono una cretina e che stava per investirmi.
Ci siamo io l’asfalto e i miei anfibi.
Quelle scarpe che sono nate per essere ortopediche e poi un giorno, pur rimanendo identiche, hanno cambiato faccia.
Sono diventate simbolo di chitarre spaccate e capelli matti, sono state indossate sotto i jeans con il risvolto o con la gonna di tulle, per poterti muovere libera sulle strade del mondo, per correre se ne hai bisogno senza l’impiccio dei tacchi, per dimostrare che questa st
rada ti appartiene.
Sono l’ultima della fila di una marea di ragazze che hanno deciso che potevano andare dove volevano, e gridare forte che questo spazio è anche loro, e che se lo sarebbero preso nel modo che preferivano, come riuscivano, senza chiedere permesso.
Mi lega a loro un filo giallo di cucitura che non si vede quasi più, ma c’è e resiste sotto allo sporco che abbiamo attraversato.
Guardo le luci del mio paesino avvicinarsi mentre il cielo si scurisce e smetto di sentirmi sola, nonostante io lo sia for
se più che in qualsiasi altro momento della mia vita.
Non ho preso delle decisioni, non ho capito il segreto finale, la combinazione di tasti che mi consentirà di vincere contro il mostro dell’ultimo livello.
Forse mi sono solo ricordata che andare avanti consiste nel compiere un passo dopo l’altro. Niente di diverso, niente che io non possa fare.
Mettere i piedi in fila uno alla volta.
Prima uno, poi l’altro.
Facile.
Ripeti.
L’abbiamo imparato tanto tempo fa.