Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Maria La Tela. Nel nome tuo

Home / Recensioni / Maria La Tela. Nel nome tuo

È l’Italia del sud negli anni 20 del XX secolo, un luogo fatto di sole accecante e di ombre tenaci, dopo l’epidemia di spagnola e la Grande Guerra, una ex zona malarica, il luogo dove è ambientato questo romanzo.

Un sud che confina con il mio, un territorio emotivo prima ancora che fisico, un posto dove un forestiero viene guardato con sospetto, e chi vive lì diventa parte del tessuto connettivo dei campi coltivati a maggese, quando la controra asfissiante ti costringe a chiuderti in casa. In quelle strade che si biforcano e diventano vicoletti è facile essere tirate per la gonna da una donna anziana con il fazzoletto in testa, la bocca sdentata a chiedere avida novità e pettegolezzi da raccontare in piazza, o dietro gli usci accostati.

Teresa è solo una bambina in età da materna quando l’essere umano che amava di più al mondo, la madre, muore di parto, lasciando lei orfana e il padre vedovo con una bambina bisognosa per prima cosa di essere nutrita. Per il marito, Salvatore Apicella, proprietario dell’unica osteria del paese, perdere la moglie significa aver perso l’allegria, la voce interiore che canta, la felicità che ti promette il futuro.

L’urgenza è trovare una balia per Amalia, la neonata, che Teresa identifica come la responsabile della fine della sua vita spensierata. La balia, Luciè, una ragazza reduce dalla morte del proprio figlio, e con il seno pieno di latte per quella figlia non sua, presto diventa un elemento disturbante ma necessario nel nucleo familiare superstite. Né il padre, né la nonna, dedita all’ultimo dono della figlia al mondo, la neonata, sanno trovare parole adatte a ricucire la ferita dolorosa di Teresa.

Il linguaggio dell’amore muta la sua natura nell’infestazione della gelosia e della frustrazione rabbiosa. Teresa cresce con gli occhi inariditi, spia ogni boccone di affetto riservato alla sorella, una bimba solare, gentile, toccata dalla grazia della bellezza e dal dono di piacere agli altri. Amalia ama moltissimo la sua sorella maggiore, ma la pianta infestante della gelosia è l’unico legame che Teresa è decisa a nutrire. Gelosa della relazione clandestina, ma prevedibile e, entro certi limiti, tollerata, tra il padre e Luciè, che ormai ha un ruolo familiare che esula da quello originario, gelosa dell’amore che Amalia sembra attirare su di sé, gelosa anche della generosità della sorella che vorrebbe dividere tutto con lei, quando lei, Teresa, vuole tutto per sé. Solo dopo aver sconfitto Luciè, che l’avrebbe voluta lontana e rinchiusa, Teresa riprende fiato, ma non passa abbastanza tempo che annuncia, all’alba dei suoi 18 anni, di voler diventare monaca di clausura. La decisione, accolta inizialmente da una sorta di stupore dalla famiglia, sembra mettere ordine nella stranezza della ragazza, nella sua solitudine feroce. Il padre, vista la sua minore età, acconsente a lasciarla partire per un convento, che dista appena trenta chilometri, ma è l’equivalente di un nuovo mondo. Decisa a immergersi nella santità, Teresa taglia metaforicamente ogni legame con il padre e la nonna, non scrivendo mai nemmeno due righe di risposta alle accorate richieste d’affetto di Amalia. Ma ci sono troppi santi in Paradiso, troppi eletti, e la scoperta di non essere l’unica toglie ogni pace a Teresa anche tra le mura ovattate del convento.

La gelosia torna a emergere prepotente, un demone strisciante, quando è evidente che la prescelta, tormentata dal bisogno di capire il disegno di Dio per lei, è ancora una volta un’altra. Anita proviene da un contesto familiare di dedizione, e la sua purezza e innocenza la rendono gradita alle altre suore ma soprattutto alla Madre Superiora, che chiede la complicità di Teresa per convincerla a restare in convento, con lei, quando la ragazza avrebbe il desiderio di partire per le missioni. Anita non sa cosa sia la cattiveria perché nessuno è mai stato cattivo con lei, ed è del tutto inerme di fronte alle pretese di chi considera l’amore l’equivalente di un cavo d’argento da esibire al polso, alla caviglia, o al collo.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale travolge e spezza i confini del mondo conosciuto, seminando panico e morte, e costringendo Amalia e anche Teresa a ricostruire le loro fragili esistenze, prive delle certezze che le hanno sostenute.

Ogni offerta d’amore rifiutata diventa un frutto avvelenato, una rosa con il verme, una condanna inflitta al corpo e all’anima.

È questo il senso del romanzo: la perdita dell’amore è una ferita interiore che si riverbera nella vita reale, chi siamo lo decide l’amore che sentiamo di meritarci. I bambini e le bambine hanno una percezione del mondo limitata al loro io più profondo: se non sono amati qualcosa dentro di loro s’incrina, e si convincono di non essere meritevoli d’amore. Da quella ferita nasce un senso di desolazione o di rancore.

Teresa e Amalia, ognuna dalla loro differente modalità affettiva, dovranno imparare a ricucire quelle identiche ferite, a fare pace con il poco che il destino sembra aver dato in sorte a entrambe. Lì in quel loro pezzo di sud, così oscuro, così pieno di parole soffocate tra le lacrime e il sangue.

Qualcuno ha detto a sua madre che i nati d’inverno portano calore. Teresa allora, la notte che doveva nascere il bambino nuovo, s’è messa seduta a terra con la schiena contro il muro, abbracciata alle ginocchia, ma i piedi le si sono gelati lo stesso. Guardatela adesso che ha pochi anni e non conosce ancora l’odio perché non sa che dietro quella parete sta arrivando la sua disgrazia più grande, fatta di mani, gambe e braccia più piccole delle sue, eppure capaci di far uscire dalla bocca di sua madre una voce spaventosa che non ha mai sentito.”

Marilena Votta

Click to listen highlighted text!