“Alex insistette per saperne di più su Bin Laden. Non aveva mai sentito nominare quel saudita. Il volto di Reynolds si indurì. «Senti, noi finanziamo sempre qualcuno. Il trucco sta nello scegliere uomini che muoiono secondo i piani e dopo aver portato a termine il lavoro.»”
È in libreria dal 13 ottobre La mano di Orfeo di Alan Friedman (Baldini e Castoldi 2026, pp. 400, € 22,00, tradotto da Anita Taroni).
In questo thriller di spionaggio Alan Friedman racconta l’ambiente all’apice del potere pubblico americano. La noia e gli appetiti decadenti della classe dirigente:
“Alex non vedeva alcun progetto, alcuna strategia, solo un branco di sciacalli di Washington affamati di contratti e funzionari del Pentagono che non vedevano l’ora di varcare la porta girevole del pensionamento anticipato, per poi rientrare cinque minuti dopo come lobbisti lautamente pagati per conto di Lockheed, Grumman o Boeing”.
Il romanzo descrive nel dettaglio, con il beneficio dell’invenzione, i personaggi che si muovono nei vuoti tra i poteri pubblici degli Stati. Vuoti riempiti da forze oscure che rispondono e si esprimono con il linguaggio più antico del potere: il denaro e la violenza.
Poteri trasversali e invisibili soprattutto in un’epoca in cui l’inchiesta giornalistica è in disarmo:
«Il giornalismo investigativo non paga più. Le entrature, invece, pagano. E il proprietario preferisce le entrature e i grossi contratti con il governo a un Pulitzer ogni tanto.»
Un sistema che non tollera intoppi o fastidi e tende a sterilizzare il pericolo prima che si formi:
«Quando finisci in mezzo a una storia del genere», sussurrò, «si apre sempre una finestra temporale, brevissima, prima che il resto del mondo capisca che sai troppo.»
Poteri che perseguono i loro interessi non sempre democratici per piegare gli Stati. In grado di trarre così beneficio dalle crisi che non stupisce che siano diventate la normalità:
«Ricordi la crisi dell’euro del 2011? L’Italia sull’orlo dell’abisso. Tutti scrivevano del panico sui mercati, degli sconvolgimenti politici, delle proteste contro l’austerità. Tutto questo ci tornò utile. I nostri hedge fund erano posizionati su entrambi i lati della barricata. Abbiamo venduto allo scoperto i titoli di Stato italiani attraverso una grossa banca tedesca, alimentando le voci e accelerando il crollo. Poi li abbiamo ricomprati a prezzi stracciati e guadagnato una fortuna. Pensavi che “la stampa libera” stesse svelando qualche complotto? Quei giornalisti stavano facendo il nostro gioco.»
Alan Friedman, attraverso il suo protagonista, descrive con un’invenzione lucidissima, spietata e dettagliata come funziona l’Occidente# e come gira oggi il mondo ed il potere. Un romanzo di spionaggio magnetico, con un arco temporale dalla guerra fredda fino al 2028. Un’avventura imperdibile che è, allo stesso tempo, anche un avvertimento.
Carlo Tortarolo
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Siena, gennaio 2028 Il sole invernale incombeva basso nel cielo sulle colline della Toscana, quasi invisibili nella foschia. Il tramonto si insinuava tra le pieghe del paesaggio. Alexander Xavier Grayson sedeva al posto del passeggero sul Range Rover marrone scuro della moglie Elena. La pelle del sedile era fredda contro la sua schiena; nell’aria, odore di terra e fumo. Erano diretti a una degustazione di vini nella villa di un amico poco a nord di Siena. Un evento sociale carico di formalità, mascherato da serata spensierata. Un’illusione di normalità.
La radio mormorava una vecchia canzone italiana triste e romantica degli anni Sessanta. Alex sentì vibrare l’iPhone nella giacca. Sullo schermo lesse: NUMERO SCONOSCIUTO.
Fissò il telefono per un istante e rispose.
«Alex? Sono Mark Patterson.»
Quel nome gli esplose nel cervello come una granata stordente. Patterson.
«Ho un aggiornamento per te», continuò in tono volutamente calmo. «Riguarda Orfeo. Dobbiamo parlare.»
Alex sentì una stretta al petto. Il mondo che aveva sepolto tornò in superficie tutto in una volta, con violenza.
«Sto guidando», disse, il respiro irregolare. «Ora non posso.»
Riattaccò e spense l’iPhone. Tenne lo sguardo dritto davanti a sé, assente.
Elena gli lanciò un’occhiata, preoccupata ma cercando di non darlo a vedere. Teneva le mani sul volante con eleganza.
«Che c’è?» chiese dolcemente. «Cos’è successo?»
Alex non rispose.
Elena insistette. «Chi era?»
«Patterson.»
«Quel bastardo… Pensavo fosse ormai fuori dai giochi. Pensavo che mezzo mondo dell’intelligence lo tenesse sotto sorveglianza. Perché chiamare proprio adesso? Dopo tutto questo tempo?»
Alex non rispose nemmeno questa volta. Non poteva. La sua vecchia vita tornava a manifestarsi come un fantasma e a farsi strada a colpi di artigli nella tranquillità degli ultimi anni.
Il nome Orfeo gli si piazzò in mezzo agli occhi e lì rimase. Patterson non chiamava mai solo per dare aggiornamenti. Lui agiva. Mandava messaggi.
Svoltarono nella stradina che portava alla villa dei loro amici. I fari illuminavano la brina sui muretti di pietra, le viti secche avviluppate ai graticci come vecchie ossa. La casa, illuminata e traboccante di allegria, si trovava in fondo. Alexander sentì lo stomaco rivoltarsi.
Vino. Risate. Convenevoli. Niente di peggio, ora.
Entrarono e furono accolti da abbracci, baci e brindisi. Alex si tenne a distanza. Ovviamente, la villa era magnifica: pietra di recupero, legno caldo, camini che scoppiettavano.
Ma avrebbe potuto essere benissimo anche un teatro di posa.
Fu Elena a fare conversazione, il suo accento musicale si adattava alla perfezione alle chiacchiere con i loro ospiti. Aveva un talento naturale per quelle serate. Elena Boccherini veniva da un’antica famiglia toscana e un tempo era stata una promettente pianista classica.
Aveva rinunciato alla sua carriera per lui, quando Alex, in cerca di un rifugio, si era rivolto a lei.
Era il rimpianto segreto di Elena, anche se non lo aveva mai ammesso, nemmeno con lui. Alex se n’era accorto dal modo in cui guardava gli ulivi al mattino, da come le sue dita fremevano inconsapevolmente ogni volta che sentiva della musica.
Ora Elena viveva per lui. Per la pace che avevano costruito su quelle colline. Per la quiete.
Ora però quella quiete era andata in frantumi.
Si trattennero alla festa soltanto un’ora. Elena si scusò dicendo di non stare bene, diede la colpa al raffreddore. Alex non disse una parola, ringraziò con un cenno del capo e si allontanò rigido come se indossasse un’armatura.
La notte era ancora più profonda quando risalirono sul Range Rover. Faceva freddo. La strada, bordata di cipressi e muretti di pietra scura, si snodava davanti a loro come un nastro.
«Non parli», disse Elena dopo un silenzio lunghissimo.
«Sto ancora cercando di capire cosa significa», ribatté Alex a bassa voce.
«Non avrebbe chiamato se non avesse voluto qualcosa.» «No, infatti», rispose lui.
Procedettero in silenzio ancora per un po’, finché la loro villa non spuntò da dietro gli alberi, appollaiata su una piccola altura. Pietra del Quattrocento. La facciata era semplice, con un balcone e una loggia. Una vecchia tenuta di caccia, un tempo appartenuta a una nobile famiglia fiorentina, trasformata in un posto pieno di calma.
Elena l’aveva ristrutturata secondo il suo gusto, pietra dopo pietra, affresco dopo affresco. Avrebbe dovuto essere il loro luogo sicuro. Una vita dopo la tempesta.
Gli pneumatici scricchiolarono sulla ghiaia del vialetto circolare. La fontana in giardino aveva i bordi ghiacciati. Le luci calde brillavano dietro le finestre, ma quel calore sembrava distante, inarrivabile.
Una volta dentro, Alexander si versò del vino. Un Chianti. Lo bevve tutto d’un fiato. Due minuti dopo prese un pregiatissimo Lagavulin Cask of Distinction #5403 del 1991. Tolse il tappo e inspirò l’aroma torbato e affumicato, denso e antico, del single malt. Si preparò un bicchiere. Gli serviva quel calore in gola. Per tornare alla realtà.
Elena si tolse il cappotto e si sedette dalla parte opposta della grande stanza. Alex rimase vicino al camino.
«Parlami», disse lei dolcemente. «Ti prego.»
Alex bevette un sorso di whisky. Lo sguardo lontano.
«Si tratta di Orfeo.»
Elena trattenne il fiato. «Pensavo fosse finita», riprese lui, quasi tra sé, andandosi a sedere sul divano. «Avrebbe dovuto chiudersi a Gstaad. O a Ginevra. E invece no. Se Patterson chiama… significa che qualcosa si sta muovendo. Qualcosa di brutto.»
Elena si alzò, attraversò la stanza e si sedette accanto a lui. Gli sfiorò la mano.
«Troveremo una soluzione.»
Alex fissava il fuoco. «Non ti ho raccontato tutto. Di Patterson. Di Misha. Di quel che è successo prima.»
«Lo so. Ma ho visto abbastanza da sapere che hai passato tutta la vita a sfuggire alle ombre. Ti meriti una pausa. Meriti di restare qui. Con me.»
«Non ho mai smesso, in realtà», sussurrò lui. «È sempre rimasto dentro di me.»
Elena gli accarezzò il viso. «Alex, abbiamo costruito tutto questo insieme. Lascia che sia più forte dei tuoi fantasmi.»
Alex la guardò. La guardò sul serio. I suoi occhi dolci ma impetuosi. Il suo amore incrollabile.
«Non so se ho una vera possibilità di scelta», disse. «Quelli non ti lasciano mai andare davvero.»
Tra di loro tornò il silenzio. Il fuoco scoppiettava.
Alex finì il Lagavulin in un solo sorso. Il mondo intorno sfumò nell’ombra e in una luce tremolante. Da qualche parte, nelle nebbie della memoria, rivide tutto quanto: la frenesia della Casa Bianca al tramonto della Guerra Fredda e i misteri del Pentagono, dove i segreti erano custoditi e tacere era un dovere.
Là dove tutto era cominciato.
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Per gentile concessione di Baldini e Castoldi – La nave di Teseo