“Il suo nome fu inscritto sulla targa commemorativa apposta in memoria dei 52 operai morti sul cantiere. Sua madre fece passare molti anni prima di recarvisi in preghiera, e non era tanto il nome del figlio inciso nel marmo nero ciò che voleva vedere, quanto la diga stessa, quel mostro di 600.000 metri cubi di cemento che aveva divorato il suo bambino”.
È in libreria La Diga di Maylis De Kerangal e Joy Sorman (Prehistorica Editore 2026, pp. 173 € 17,00, traduzione dal francese: Elena Vozzi e Nicolo Petruzzella).
“Bambini, animali, campane. La sostanza acustica comune, quella che li tiene insieme. Ebbene, bambini e animali sarebbero stati evacuati da Seyvoz nella mobilitazione generale precedente all’allagamento programmato del villaggio, sarebbero migrati altrove. Ma cosa ne sarebbe stato delle campane?”
Anni ’50: la Francia era appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale e il fabbisogno energetico era immenso. L’EDF (Électricité de France) costruì dighe idroelettriche in tutto il paese. Il bacino di Tignes, incastonato nel cuore delle Alpi, offriva le condizioni ideali per questi impianti:
“Il lago si riempie al ritmo di un metro al giorno, il livello sale, qua e là compaiono pozzanghere sospette, modesti bacini d’acqua che si espandono, crescono, riempiono le buche e preannunciano l’inondazione ormai prossima”.
Maylis de Kerangal e Joy Sorman si sono ispirate a questa tragedia per scrivere a quattro mani La Diga: “Negli anni ’50 ebbe una forte risonanza a livello nazionale, con notevoli implicazioni politiche”, hanno spiegato.
Il libro racconta la storia di Tomi Motz, un ingegnere inviato dalla sua azienda a ispezionare le strutture della diga di Seyvoz. Per quattro giorni, trascorre il tempo intorno a questo lago artificiale, che gradualmente gli evoca strane visioni, allontanandolo dalla realtà:
“Percepisco qualcosa di strano: il paesaggio non scorre, avanza al mio stesso ritmo invece di scivolarmi alle spalle. Non riesco a lasciarmelo dietro, eppure sento di star procedendo, le gambe mi portano, le braccia dondolano, il movimento trascina tutto il mio corpo in avanti, ed è come se gli edifici, le facciate, le vetrine, gli alberi camminassero insieme a me, al mio passo”.
L’altra linea narrativa racconta gli ultimi giorni dell’immaginario villaggio di Seyvoz, prima della sua scomparsa sotto le acque della diga come toccò a Tignes nel 1952:
“So che alcuni di loro ancora non ci credono, nonostante siano stati allertati da mesi, abbiano ricevuto la visita dei funzionari della prefettura inviati a stimare i loro beni e a controllare lo stato dei preparativi, ma non ne vogliono proprio sapere, pensano fino all’ultimo di 135 poter restare, e che il muro crollerà. Ma presto saranno loro a essere inghiottiti, ingoiati dalla grande bocca del lago, digeriti in 240 milioni di metri cubi d’acqua. Ancora pochi giorni e la loro comunità verrà dispersa in tutta la valle, e probabilmente anche oltre, forse fino a Parigi. Entro la fine della settimana la segheria, l’alimentari, la merceria e l’albergo saranno distrutti”.
Questo romanzo scritto a quattro mani sonda le tracce di una catastrofe. Maylis De Kerangal e Joy Sorman rievocano una memoria sommersa che si dibatte per non restare sepolta sotto l’era del consumo.
Carlo Tortarolo
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Pensa al lago di zolfo di Kawah Ijen. Gli tornano in mente la jeep davanti all’hotel alle due del mattino, l’aria gelida della notte asiatica, il tragitto caotico fino ai piedi del vulcano, il caffè nelle tazze di latta attorno al braciere, le voci morbide delle guide giavanesi, poi la salita, la temperatura che aumenta di pari passo col levarsi del sole, le prime sagome che scendono dalla montagna lungo sentieri stretti, piegate sotto il peso di blocchi di zolfo trasportati in zaini di fortuna, l’odore pungente e acre delle esalazioni di gas, e infine, dopo una notte di cammino, ecco comparire quel lago bollente, tossico, nel quale bisognava badare bene a non cadere per non finire dissolti come in una vasca d’acido.
Il lago di Seyvoz, che gli sta davanti ora, è dello stesso blu spento, dello stesso lucore pallido, e comunica la stessa impressione di liquido denso, stabile. In superficie, nota alcune chiazze più scure che, stranamente, non corrispondono ai rilievi attorno al lago ma sembrano piuttosto proiettate dalle sue profondità. Strizza gli occhi, cerca di far combaciare quelle ombre, la loro posizione, i loro contorni, col profilo del paesaggio, ma non c’è verso.
Tomi Motz è partito da Parigi in macchina, sette ore a velocità costante alla guida di una Passat grigia con il logo della Voltang sulle portiere, è arrivato all’appuntamento e ora sono le sedici. Infila meccanicamente una mano nella tasca dei jeans, estrae una gomma Nicorette dal blister, se la mette in bocca e prende a masticare con la testa rivolta alle creste dei monti che circondano il bacino di ritenuta di Seyvoz. Le cime sono ancora bianche, abbaglianti, ma scendendo lungo le pendici i fianchi si fanno biaccati, austeri, e la roccia nuda, color acciaio opaco, è sempre più screziata da placche erbose a mano a mano che il mondo minerale scompare. Tomi si stiracchia poi inspira profondamente, inarcandosi, i palmi piantati sui reni, il ventre schiacciato sul parapetto di cemento, gonfia i polmoni, inala fino all’ultima particella atmosferica, si sfrega le mani, d’un tratto felice di essere lì, mentre a Parigi quella missione a Seyvoz, che gli mandava all’aria il weekend, gli era parsa piuttosto una punizione – Million lo aveva chiamato il giorno prima con una voce posata, la voce di uno che se ne sta coi piedi sulla scrivania dondolandosi distratto sulla sua sedia, una voce talmente bassa che Tomi si era dovuto concentrare per seguire il filo del discorso, appoggiandosi alle poche parole udibili come chi attraversa il greto di un fiume saltando di sasso in sasso: «Seyvoz», «manutenzione degli impianti», «contattare Brissogne».
Le sedici e undici. Lo spazio è silenzioso, la strada che corona la diga è sgombra, sul lago soltanto uno sparviero dall’ampia apertura alare plana disegnando volute nel cielo limpido. Tomi non sa niente di uccelli di montagna, non saprebbe distinguere un fagiano di monte da un’aquila reale, ma comincia a sua volta a girare in tondo tra il parapetto della diga e la Passat che si raffredda, preoccupato perché non ha ancora visto comparire Brissogne, che pure si era sentito in diritto di mandargli, in piena notte, un messaggio che trascendeva l’aridità professionale: appuntam. diga ore 15, cord. saluti CB.
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Titolo originale: Seyvoz
Copyright © ACTES SUD, 2022
Copyright © Prehistorica Editore, 2026
Traduzione dal francese: Elena Vozzi e Nicolò Petruzzella
Postfazione: Luca Scarlini