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Luca Ricci. Gioco di prestigio

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Dove si va quando ci si rende conto che le strade sono finite? Sarebbe bello poter svanire nel nulla, con un trucco di magia e non voltarsi più indietro. Il protagonista di Gioco di prestigio, detto Ciuccia Nuvole, invece, giunto a un vicolo cieco della vita, si crogiola rassegnato in un loop autodistruttivo. Un uomo di mezza età, con velleità poetiche miseramente annegate nel fondo delle bottiglie che si scola ogni giorno. Eterno procrastinatore, uno sconfitto sociale cronico, così inconcludente da fallire persino nel tentativo di diventare un clochard.

È uno di quelli smangiatidalla disperazione, una disperazione che lascia dietro di sé carcasse di uomini e donne poveri, impauriti, costantemente inadatti al mondo.

Ma un giorno qualcosa si incrina. Una ragazza un po sbandata, all’apparenza una perdigiorno come lui, irrompe nella sua vita e tenta di convincerlo a chiedere lelemosina, come unico antidoto alla tristezza e al capitalismo. Ed eccoli lì, un derelitto e una ribelle, in una Roma di fine estate, a bazzicare nei pressi di Castel SantAngelo, in un caleidoscopio di personaggi eccentrici, mentre da un chiosco echeggiano i classici del rock.

Ma come si fa a scappare dal mondo quando anche inferno, purgatorio e paradiso, ci hanno sciupato perfino la mortee nemmeno le dipendenze rappresentano una vera via di fuga? Forse resta solo la poesia:piccolo granello di sabbia che rischia di inceppare il meccanismo del produci, consuma, crepa’”. La poesia, ultimo appiglio alla nostra umanità.

Ciuccia Nuvole, nella sua tragedia umana, una cosa la sa bene: a guardare dentro il cappello del prestigiatore, l’alcol, da Rimbaud a Bukowski, a lungo intrecciato al mito dell’ispirazione e della creazione letteraria, si rivela una beffa romantica, un alibi con cui la letteratura ha raccontato troppe volte se stessa. La poesia non ha nulla a che fare con il potere (distruttivo) della bottiglia: è precisione, “serve a dire bene le cose” contro la trascuratezza del mondo.

Scrivere significa esporsi al giudizio degli altri, esercitare la propria fallibilità, assumersene il rischio. Ci vuole coraggio per mettersi alla prova e sostenere la libertà radicale dello scrivere: spogliarsi di tutto, anche di ciò che non si ha, perché lo scrittore ha solo quel che scrive, ciò che dà via”.

Tra deriva esistenziale e riflessione metanarrativa, Gioco di prestigio di Luca Ricci è un romanzo in cui si innesta la fulmineità dei racconti in una scrittura sempre in tensione, fatta di intermittenze, capace di alternare digressioni e aforismi, tra stratificazione e sottrazione.

La letteratura può strapparci alla desolazione del mondo, illuminando di immenso gli interstizi delle nostre esistenze. Ed è qui la vera magia: farci svanire dal reale, anche solo per un attimo, quando pensiamo che le strade siano finite. Perché non si può fare a meno dellillusione per vivere e perfino lamore, il più grande illusionista sulla piazza, anche quando si veste di disincanto, ci illude di potergli sfuggire.

E se ciò che abbiamo vissuto tra queste pagine è stata la “storia autentica di una vita inventata”, abbiamo sognato o ci siamo persi nel delirio di un ubriacone incallito, non ci è dato saperlo. Probabilmente ci siamo lasciati ammaliare da quel grande illusionista delle parole che è Ricci, capace di condurci su quel terreno liminale dove i confini tra realtà e illusione si assottigliano. E forse è proprio questo il grande gioco di prestigio della vita.

Mariangela Cofone

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