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Brian Evenson. Canzone per il disfarsi del mondo

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Leggi questi racconti e ti trovi dentro una dimensione che, a pelle, presenta un’ambigua somiglianza con la realtà, ma al contempo rivendica una forma conica di non-luce, in cui agiscono i protagonisti di questi microcosmi narrativi. Mondi abitati da essenze che sembrano umane e che a volte danno spazio a emozioni e desideri umani. Persone che cambiano pelle, mutando aspetto e divorando l’ospite precedente. Tempo che si dilata e si riavvolge su sé stesso, nella migliore idea di meccanica quantistica dove la rappresentazione della grandezza temporale non è lineare ma curvilinea, e basta poco per trovarcisi intrappolati. Apri una porta e respiri aria viziata, in un bagno dove indugiano sui muri scie di sangue secco, che ti imbrattano i polpastrelli, e che poi, quando chiami un testimone, scompaiono. Hai le mani pulite, i palmi spalancati, quasi in preghiera.

Gli oggetti hanno una sorta di vitalità sotterranea, e il confine tra percepibile e spirituale si assottiglia fino a dissolversi. Le categorie di bontà e giustizia secondo parametri umani, e segnatamente, afferenti a quelli che il mondo occidentale degli inizi del ventunesimo secolo considera tali, assumono altre connotazioni. Giustizia, per un padre che ha smarrito la figlia, e della cui scomparsa molto probabilmente è responsabile, significa ascoltare la nenia ininterrotta della voce della bambina che i muri hanno assorbito e rilasciano solo per lui, una forma di monito o di consolazione al quale è condannato, senza possibilità, per lui, per la ex moglie o per la polizia che indaga, di capire o di arrivare alla verità. L’erosione definitiva dei confini tra realtà e incubo si mescola e dà vita a un nuovo continente nel quale potremmo trovarci seguendo un segnale sbagliato o dando corpo a un desiderio.

Il perturbate ci accompagna attraverso il territorio emotivo di ogni storia, dove assistiamo alla trasformazione di immagini rassicuranti in spazi desolati, persone che rivelano o scoprono di non essere umane, e, come in un’opera di Marco Tirelli, veniamo catturati, da lettori, dentro un black-hole che non rappresenta semplicemente il male, ma una versione alternativa di bene. Non è possibile camminare sul lato luminoso della strada, dobbiamo imparare ad apprezzare l’ombra, la vitalità sdoppiata e ambivalente del buio, che ci può fagocitare, e ci dimostra, una volta e per sempre, che non esistono certezze. Il mondo che Evanson costruisce con maestria è un mondo che obbedisce a delle leggi le cui regole non sono chiare a noi, ma sono chiarissime per chi quel mondo lo abita e lo nutre. Tanto, anche se proviamo a rifuggirlo, non abbiamo un posto sicuro al quale tornare.

Mentre andavo avanti nella lettura mi sono sentita dentro una sorta di straniamento, capendo, in maniera intuitiva, che l’universo raccontato da Everson potrebbe camminarci accanto, e il fatto che non sappiamo interpretare i segnali non ci terrà al sicuro, o renderà realtà alternative liquidabili come fantasie.

Leggerlo è stato come entrare nella bocca spalancata della figura dell’urlo di Munch, quando la saldezza delle linee si liquefa e si disfa in strisce multicolori. Ho pensato che un pezzetto di me sia destinato a rimanere lì, in quella smorfia su una bocca contorta, prima di essere deglutito.

Drago pensava che fosse sua figlia a cantare, dall’altra parte del muro sottile. Se ne stava disteso sulla brandina ad ascoltare il suono della sua voce, cercando di decifrare le parole della canzone. Riusciva a malapena a ricomporne la stonata e contorta melodia. Gli sembrava insensata. Ben presto smise di ascoltare davvero e lasciò che il suono lo accompagnasse verso il sonno. Quando la mattina dopo si alzò e andò a svegliarla, sua figlia non c’era. Niente nella stanza lasciava intendere che avesse dormito lì; il letto era intatto. La coperta, che dal suo arrivo aveva sempre tenuto con sé, giaceva piegata al centro del letto, come un meticoloso quadrato. Il letto era stato scostato dal muro con gli oggetti della stanza-vestiti, giocattoli, souvenir, chincaglierie-disposti con precisione tutti intorno, come a formare un cerchio.

Un cerchio quasi perfetto: come poteva essere opera di una bambina di cinque anni?

Dani?” chiamò, ma nessuno rispose.”

Marilena Votta 

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