“Quel giorno era rimasto l’unico in cui i genitori le avevano concesso di parlare liberamente di Oreste. I colpevoli della sua morte non erano mai stati trovati e loro, dissero, avevano scelto di non cercarli, perché dovevano dedicarsi a lei, ancora così piccola. C’erano voci, comunque, che fossero stati i rossi. Con loro c’era un conflitto grave, quasi una guerra civile, le avevano spiegato. Oreste aveva ritenuto giusto prendervi parte, affrontandone le conseguenze”.
È in libreria La Gabbia di Flora Giuliano D’Errico (Bompiani 2026, pp. 336, € 19).
Il libro racconta le gabbie invisibili che si stringono attorno alla nostra vita. Specialmente intorno alla vita di Elettra che nasce in un ambiente di destra romano e col tempo inizia una relazione con Claudio, un uomo potente che un tempo era un picchiatore di destra negli anni settanta.
Una storia di amore e passione ma anche di risvolti angoscianti:
“Sente che quell’uomo, giunto dal nulla, che comprende il suo sangue e la sua storia, è più importante di qualsiasi domanda rimasta priva di risposta. Ricambia la passione della bocca, delle mani di lui. Eppure, amarlo la spaventa.”
Poi c’è la storia di Daniela e di Oreste che si innamorano negli anni della contestazione anche se appartengono a schieramenti politici diversi. Una storia di passione e di incontri d’amore pericolosi:
“Rimetti il passamontagna. A parte Ruggero, se qualcun altro qui dentro ti riconosce, ti fa la pelle. Quando siete venuti l’ultima volta, c’è quasi scappato il morto.”
Un racconto tragico dagli anni di piombo ai giorni nostri che parla di politica, di libertà e di vita. Una storia di dolore, d’amore e di guerra civile.
Carlo Tortarolo
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I ragazzi urlano e corrono nel cortile della Sapienza occupata, le fasce colorate alla testa. Qualcuno ha preso dalla facoltà di Lettere una struttura di legno e metallo, poi salta fuori un pupazzo di stoffa, che sulle prime Oreste non riconosce. Quando infine legano il fantoccio per il collo su quella specie di forca ambulante, allora intuisce la caricatura dell’uomo in giacca, il sindacalista che sta parlando agli universitari, in piedi su un autocarro militare tra la marea di persone.
Il pupazzo si muove e i ragazzi dietro. Tra loro, alcuni hanno volti coperti, bastoni e tubi nelle mani. Le scritte sui cartelli dicono: NO AI SACRIFICI – NO ALLE ASTENSIONI – PAGHINO I PADRONI, LAMA VATTENE, VIENI AVANTI CRETINO. Quando di lì a poco la folla recita: “Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia,” a Oreste scappa un sorriso dietro il passamontagna, che si era sistemato ben bene già inforcando il vespone, come Claudio gli aveva raccomandato più volte prima di uscire dal loro appartamento.
“Ancora non ho capito ’cazzo ci vai a fare,” gli aveva ringhiato contro al mattino. Stava bevendo veloce il caffè, già vestito e con i soliti occhiali da sole, anche se in quel 17 febbraio la luce del giorno era grigia e minacciava pioggia. “Manca solo che ti riconoscono, coglione.”
Oreste aveva stretto le labbra senza dir nulla. Anche lui, ora che ci pensa, non capisce molte cose. Per esempio, non capisce perché a inizio mese, sempre in Sapienza, quelli del fuan avevano chiamato proprio loro pischelli per aiutarli a stanare le zecche dall’occupazione. Oppure perché, appena scavalcati i cancelli, Claudio era sparito. Dopo un po’ lo aveva visto correre sotto la pioggia di oggetti che gli studenti lanciavano dai finestroni, rapido come un fulmine, alzare un braccio, in coincidenza con il risuonare di spari. Quando, alla fine di tutto, trafelati, avevano guadagnato il ritorno, Claudio era stato in silenzio. Il giorno dopo, in televisione, avevano dato la notizia del ragazzo di Lotta Continua che si era beccato un proiettile nella nuca. Ma Claudio, ancora, non aveva detto niente.
Il servizio d’ordine di Luciano Lama annuncia al microfono che non proseguirà il comizio, Oreste si riscuote. Intorno a lui, i giovani armati prendono definitivamente il sopravvento tirando raffiche di sassi. Lama viene fatto scendere dal carro e trascinato fuori a piedi, la folla li insegue urlando: “Via, via la nuova polizia.” Oreste svicola e continua a guardarsi intorno, cerca di individuare qualcuno nel gruppo di quelli che sono rimasti vicini al fantoccio sulla forca. Poi la vede.
“Ciao, figlia dei fiori.”
Ha usato quella canzonatura, ad alta voce per farsi sentire nella calca urlante. Lei, bandana che tiene indietro i capelli lunghissimi e ricci, un pantalone di velluto nero e il giaccone troppo ampio, si volta di scatto. Solo Oreste usa quel soprannome per chiamarla.
“Ci sei venuto, alla fine,” gli risponde con un sorriso.
“Eh già, hai visto?”
Oreste le ammicca dalla fessura del passamontagna. L’altro giorno quand’era passato a scuola, come faceva ogni tanto nonostante la clandestinità iniziata con Claudio da Natale, l’aveva sentita dire che avrebbe accompagnato il fratello più grande al comizio di Lama. Alcuni, in quell’istituto di preti, l’avevano guardata fisso e si erano messi a parlottare, indicandola. Così, alla fine delle lezioni, Oreste l’aveva scortata fino al cancello, incenerendo con lo sguardo chiunque facesse il gesto di avvicinarla. Lui, pieno di muscoli e molto alto per la sua età, incuteva timore e rispetto. Lei nemmeno si era resa conto. Proprio una hippie, tutta pace e amore, aveva pensato Oreste. Anche per quello, gli piace tanto. E per i suoi occhi di un blu oltremare, le gambe lunghe e il seno grande sul quale immagina di affondare la testa, come sul cuscino del suo letto solitario.
Fuori scuola, improvvisando, le aveva detto che forse sarebbe passato anche lui alla Sapienza. Poi si era delineata da lontano la sagoma di Ruggero, il fratello, venuto a prenderla. Oreste lo conosceva di vista. Si sapeva che stava in Autonomia Operaia. Una volta, aveva fatto a botte proprio con Claudio, fratturandogli il naso. Quel giorno si era subito affiancato Mario, l’orso di quasi cento chili, massiccio e lento, il compagno di classe inseparabile, l’amico d’infanzia, a cui della politica non interessava proprio nulla, ma che per coprire Oreste avrebbe fatto a pezzi chiunque. Le mani di tutti loro erano rimaste lungo i fianchi. Daniela, andando via, si era voltata a guardare.
Anche adesso ha gli occhi su Oreste. Intorno a loro, gli indiani metropolitani smobilitano dal cortile della Minerva e il fantoccio è sparito, calpestato, chissà dove. Lui sa che Ruggero è di quelli impegnati a inseguire Lama, fazzoletto sulla faccia e mano alzata a forma di P38, urlando slogan.