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Leonidas Lamborghini. La risata canaglia

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Letteratura ammutinata fu un’espressione che coniò Luis Gusmàn che, tra loro, era il grande intellettuale, lo psicanalista.

Intendeva, così, prendere le distanze da Borges.

Se Borges era una nave che avanzava trionfante nella letteratura argentina, loro volevano scendere. Si ribellavano.

In un momento storico in cui la letteratura latinoamericana si stava affermando nel mondo attraverso un canone riconoscibile fatto di sogni, di magia, amori e saghe familiari, loro, gli ammutinati, decisero di dirigersi in una direzione completamente contraria, indigesta e provocatoria.

Ma chi erano, oltre Gusmàn, questi loro. Questi autolesionisti, questi pazzi di enorme talento, questi geni diversi da chiunque altro.

Piglia, innanzitutto. E poi Saer, Rozenmacher e poi Lamborghini Osvaldo, il più furioso di tutti, il più cruento, quello che morì per primo. Esiliato a Barcellona, autore di opere impubblicabili, tremende, pornografiche, sadiche e purulente.

Bolaño scrisse che di Lamborghini non si potevano leggere più di venti pagine al giorno di seguito a meno che non si voglia contrarre una malattia incurabile.

In una maniera meno drastica io stesso sperimentai come dai racconti di Lamborghini si potesse contrarre una certa malattia, un decadimento fisico, una infezione da linguaggio, che mi portò alla febbre e dell’herpes piuttosto estesa alle labbra.

Ho un amico, un grande esperto di letteratura latinoamericana, che è anche il curatore di questa collana dal titolo Gli eccentrici, per l’editore Arcoiris. Si chiama Loris Tassi. Lui sapeva a cosa stavo andando incontro però, sorridendo come il gatto di Carroll, sardonico e perfido, non volle mettermi in guardia e anzi mi fornì il titolo e l’editore dell’unica raccolta trovabile nella nostra lingua dell’opera di questo maniaco il quale aveva un fratello, il che ci porta al vero motivo di questo articolo, un fratello molto diverso, che scriveva solo versi, Lamborghini anche lui, ovviamente, che di nome faceva Leónidas.

Un po’ più pacato, più longevo, muore nel 2009, come il fratello Osvaldo porta i baffi lunghi. Ebbe, Leónidas, una coscienza politica più forte, più consapevole.

Meno eccessivo e violento, più polemico e colto, Leónidas Lamborghini in un poema dal titolo Il candidato fuoriposto, mostrava una sua visione del capitalismo e del peronismo.

Visionario a suo modo, Leonidas Lamborghini ha dovuto fare i conti con la luce riflessa che il corpo arso di suo fratello emanava.

In La risata canaglia, però, troviamo anche un’anima diversa di questo grande poeta, il suo lato ironico, corrosivo.

Tradotto da Agustin Conde De Boeck e Lorenzo Mari, con la preziosa revisione di Livio Santoro, La risata canaglia è diviso in tre parti, tre commediole. Tutte in versi, ovviamente.

Quello che ci rimane, oltre a opere stupende e immortali, di questa affascinante esperienza letteraria, è il coraggio di non assomigliare a nessuno in un momento in cui conveniva farlo.

Riottosi, gli ammutinati ci insegnano che l’integrità, la fedeltà ad una certa visione, dovrebbe sempre essere la direzione in cui un artista dovrebbe condurre la propria opera, soprattutto quando tutti sembrano andare nella direzione opposta.

Pierangelo Consoli

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Leonidas Lamborghini, La risata canaglia, Arcoiris 2026, Pp.175, Euro 14

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