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Pietro Di Gennaro inedito. Perchipétola

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Nel linguaggio domestico avevano sfumature affettuose. Perchipétola era una bambina vivace, curiosa, che se ne usciva con battute involontariamente divertenti. Il nome suonava simpatico. Non l’ho più sentito dire. L’ho trovato in una canzone umoristica dell’800 napoletano: «A, guitta perchipetola», con il senso originale peggiorativo.”

Tratto dalla rubrica A SCHIOVERE di Erri De Luca (Corriere della Sera, 23/1/2023)

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Perchipétola

La ruga nello specchio è uno sfregio da sanare, ma negli occhi le brilla la riscossa, così il trucco le placa l’ansia e la rimette al mondo.

Impavida. Figlia del peccato. Figlia di una scappata di casa. Figlia senza padre.

Figlia di un fiore, le diceva nonna.

Mamma come sto? Che dici? Vado bene così?

Sei bellissima figlia mia. Però dimmi: quando mi fai sentire qualcosa di tuo?

Sì, mamma, riscrivo l’incipit e domani te lo leggo.

Mi raccomando, testa alta, pesa le parole e non sculettare troppo.

Grazie mamma, senza di te chissà che brutta fine faceva Perchipétola.

Tra le montagne del Cilento ridevano di lei perché faceva la diva, lassù dove il lutto veste di nero tutta la vita. Lei colorata come una bandiera della pace; loro invece grige, incrudite dalle maldicenze degli adulti. Scalze e rancorose la tormentavano, ma lei volava sulle punte, inafferrabile come un sogno. Nemmeno Fulvio riuscì mai a baciarla.

Poi con la morte della nonna, e la fine dell’adoloscenza, Perchipétola sparì per sempre.

Oggi negli specchi del salone vede i riflessi argento dei fili lurex intrecciati nello scialle nero. Piroetta immaginandosi al gran Galà che l’attende. Prova e riprova passi, giravolte, smorfie eleganti.

Deve tutto a mamma: accademica emerita che nell’anima le ha scolpito uno scheletro d’acciaio.

Prima di scendere esce sul terrazzo. Pensa a come raccontare l’autorità della madre, crudele anche più dell’insegnate di danza, una étoile del San Carlo, acida e dimenticata.

Pendagli, collane e bracciali come la borsa, tutto le luccica addosso in questa sera d’autunno, né calda né fredda, mentre brinda a Perchipétola con un ultimo drink.

Maledetta fragilità. E che cazzo! Mannaggia a quella porca della miseria.

Uscendo dall’ascensore, il tacco incastrato nella fessura tra la cabina e il marmo dell’androne, si è spezzato. Le bestemmie rimbombano nel grande portone vuoto che affaccia su Via Madonna del Carmine. Forse la fretta per gli amici che aspettano, forse solo un presagio.

Torna sopra, rovescia sul letto il caos contenuto nella borsa. Smette l’argento. Si trasforma. Borsa dorata, altri gioielli senza valore ma appariscenti, altra camicetta; questa volta gonna lunga.

Così da lunare divento solare urla alla madre scavando negli armadi che occupano più stanze. Pensa al trucco da rifare mentre accarezza la foto con mamma nel giorno felice della laurea alla Federico II.

Sei ancora qui? Hai un minuto? Ho ricordato un fatto di quando eri bambina.

No mamma, adesso no, faccio tardi. Riposati. Mi racconti tutto quando torno.

Esce sul terrazzo per un secondo drink, ammirando la città che aspetta la notte per osare e il traffico lungo il mare per incasinarsi. Scatta una foto e chiama.

Ciao, sono io. Perdonatemi. Ho un problema. Fate così: avviatevi. Poi prendo un taxi e arrivo.

Ripassa in mente i nomi di chi le potrebbe dare un aiuto concreto. Adesso gli amici non aspettano più, si rilassa: arriverà dopo l’inizio dell’evento ma in tempo per il discorso finale.

Con un altro Martini brinda alla luna e alle luci del Grand Hotel che si perdono nel buio subito dopo la foce del fiume Irno.

A scendere dal settimo piano, il vecchio ascensore ci mette un secolo: trema, stride, traballa. Perchipétola esce guardandosi attorno, quando rischiando una distorsione, uno dei tacchi dodici affonda in qualcosa di morbido, ancora caldo.

Che schifo! Vaffanculo a queste dannate merde di cane e vaffanculo ai padroni che non le raccolgono!

Merda. Merda. Merda.

Fino alla caviglia, dove il braccialetto d’oro della nonna adesso non brilla più.

Cristo! Nonna non si tocca.

Torna inferocita su nell’attico, apre piano e senza fare rumore va nel bagno di servizio. Infila la gamba nel lavabo dei panni e lava la scarpa, la pianta del piede, la caviglia fino al polpaccio indurito dalla rabbia. Si spoglia, butta tutto nel cesto e si fa una doccia veloce.

Rovescia la borsa sul letto sopra lo scialle nero che sovrasta il caos di vestiti scartati prima. Decide per il rosso, abito lungo, taglio sulla coscia fino all’inguine, scollo profondo, un filo di perle, coda di cavallo. Semplice ma elegante. Scarpe e borsa color sangue.

Con il trucco rifatto torna sul terrazzo.

Il taxi lo chiamo quando sono in strada. Prima voglio passare in chiesa. Mi sto facendo vecchia cara mamma e a qualche santo mi dovrò pur votare. Adesso che tu non conti più niente e sei stata dimenticata, devo darmi da fare.

Avevi ragione, dovevo studiare di più. Comunque, il passato è passato: il passato non esiste. È una frase del mio romanzo che domani ti leggerò. E tu mi griderai che è di Stoner e che dovrei citarlo.

Lascia il terrazzo dopo un terzo drink e si affaccia a controllare mamma. Segue le mani incrociate sulla pancia che sale e che scende a ogni respiro. Fissa per qualche secondo le dita deformate dalla vecchiaia: stringono il cellulare come fosse un rosario.

Sul marciapiede cammina attenta, ma in Piazza San Francesco un gruppo di giovinastri l’accerchia:

Vieni, vieni con noi bella signora…

Invece del taxi chiama il 113. Non ha paura: li sfida. Nell’attesa canta una canzone da sciantosa attirando gente che osserva divertita. I ragazzi ballano con lei ma alla vista della Polizia scappano.

Lusingata da un misurato apprezzamento degli agenti resta sola in piazza.

Il look è stonato. Il rosso addosso è fuori luogo, fuori tempo.

Non ha più desiderio di entrare in chiesa a pregare il Dio che mamma dice non esiste, né più voglia di guardare candele accese, consumarsi. Decide di tornare a casa per restare con mamma.

Invece.

Ciao mamma, stavo per rinunciare… ma mi è venuta un’idea.

È a ottobre che si programma l’estate. Sarà l’estate di Perchipétola.

Il sonnifero ha fatto effetto.

Questa volta niente intoppi. Non è lunare, né solare, né rosso passione. È altro: perline colorate nei capelli, ballerine di cuoio cucite a mano, collana di pietre dure e un vestito da cerimonia, indiano.

L’entrata in scena non passa inosservata.

Perchipétola! Ti ricordi di me?

Wow, Fulvio! Ma dove eri finito? Dai, dai racconta.

Oh Perchy, sempre belle le tue borse: piene di tutto e piene di niente.

Quando torna a casa non smette di pensare a Fulvio.

Fulvio che nonna le diceva di non toccare né con le mani né con la bocca.

Sai mamma, dopo oltre trent’anni ho rivisto Fulvio, te lo ricordi Fulvio? Il figlio della serva.

È ancora notte. Per mettere la sveglia cerca l’iPhone.

Lo trova incastrato nella fodera scucita della borsa rossa.

Ah, eccoti.

Cazzo: tre chiamate perse di mamma.

Corre.

Adesso corre. Spalanca la porta che sbatte contro la poltrona vuota.

La scuote. Non si sveglia. Le stringe il viso tra le mani.

Mamma è fredda.

Fredda come la TV che resta accesa, piena di tutto e piena di niente.

Pietro Di Gennaro

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