“Bah, pensò lui, è il ventunesimo secolo, stanno tutti a ripetere che bisogna trattare le coppie gay come le altre, e va bene, allora trattiamoli come tutti gli altri, li ammazziamo alla stessa maniera, mentre sono distratti, a letto.”
È in libreria Cemento e sangue di Carlo Calabrò (Marsilio 2026, pp. 288, € 17,00).
Un romanzo che racconta il Brasile e i popoli dell’America Latina nelle loro contraddizioni, tra corruzione e disuguaglianze e nei rapporti con il mondo occidentale:
“Si chiama complesso del cane bastardo, questo, pensò Everton: tutto ciò che fanno i gringos va bene, sono cani di razza, loro. Noi qui siamo tutti meticci e non ne azzecchiamo una”.
Ci sono due definizioni toccanti di San Paolo:
“Una città che strangola i suoi stessi fiumi e che soffoca i suoi abitanti fino a seppellirli vivi, l’unica speranza, se poi ce n’è davvero una, è nell’infinito rinnovarsi dei rapporti umani. Nonostante tutto ciò che gioca a sfavore, giorno per giorno.”
“Questa città è fatta di cemento e di sangue, e i suoi padroni tra l’uno e l’altro fanno poca differenza. Se l’umanità collettiva delle persone non conta, per cui un politico può fottersene in tutta serenità, allora non conta neppure l’umanità singola di un individuo. Se sei disposto a far morire di fame o di inquinamento o di malasanità alcune migliaia di persone, perché dovrebbe darti noia un omicidio singolo?»”.
Un romanzo civile che usa il noir per raccontare le molte sfaccettature di una metropoli costruita sul cemento, su corruzione e su omertà, dove, come accade spesso, il prezzo degli affari ricchi è pagato dai poveri.
Un romanzo sulla giustizia e sulla ricerca della verità in un paese in cui, oltre al presente e al futuro, anche il passato è incerto.
Carlo Tortarolo
#
Alle otto e mezza del mattino, lungo il rio Pinheiros, era tutto fermo. Come al solito. Ferme le quattro corsie di lungofiume da ciascun lato, già intasate da più di mezz’ora. Fermo, anche quella mattina, il treno della linea di metrò color smeraldo, pieno di pendolari sudati o magari congelati (dipendeva dalle bizze dell’aria condizionata) e bloccato da un guasto alla linea, da uno scambio difettoso, da un ferroviere assente o chissà cos’altro. Ferma anche l’acqua, densa di scarichi industriali e liquami delle favelas, il cui senso di scorrimento all’occorrenza cambia con le decisioni degli ingegneri delle acque: il Pinheiros può sfociare nel rio Tietê, riversandovi i suoi rifiuti, oppure riceverne le acque e i veleni in eccesso, per portarli verso un enorme lago artificiale da cui viene filtrata l’acqua considerata potabile per più di metà della popolazione di San Paolo.
Si muoveva soltanto un uomo sulla trentina, in bicicletta, lungo una ciclabile di costruzione recente e di limitato successo di pubblico: era l’unico, nei ventuno chilometri rosso fragola di lunghezza totale. Everton Barros pedalava, quel mattino, pensando a un imprenditore di grande volgarità incontrato qualche tempo prima per un’intervista. Gli aveva raccontato di non avere niente, proprio niente in contrario rispetto alle biciclette “da poveri”, per quelli che non possono permettersi di meglio; e invece tutto, ma proprio tutto in contrario rispetto a quelle “di sinistra”, per intellettuali ecologisti. Ma la sua bici era una specie di sintesi, pensava Everton, che sfuggiva alle categorie così nette di quel gradasso: ecologista senza dubbio, e intellettuale anche, a voler contare come intellettuale la professione di giornalista; però era anche una bici da poveri, visto che con lo stipendio che gli passava il Grupo Jabuticaba non avrebbe avuto senso prendere un’auto. I soldi che avrebbe speso, tra finanziamento, benzina, assicurazione e parcheggio, li ripassava invece a un convento di suore ad Araraquara. Si occupavano di sua madre e facevano studiare un migliaio di ragazzini dei quartieri più difficili della sua città natale, a quasi trecento chilometri dalla capitale in cui era venuto a studiare e poi era rimasto, più o meno senza pensarci, per lavorare: perché San Paolo, nella sua immensità ostile, non è una città che si sceglie, ma è una città che capita, nella vita, e a cui ci si abitua, quasi al punto da amarla.
Di progetti per rivitalizzare le rive del fiume ce n’erano già stati di tutti i colori politici e per tutti i gusti. Per lo meno, a un certo punto la ciclabile l’avevano realizzata, anche se di fatto era quasi impossibile accedervi, se non attraversando le quattro corsie dedicate alle automobili. Ma c’era poco da rivitalizzare, pensava Everton, senza risolvere il problema della qualità dell’acqua: è difficile convincere la gente a pedalare lungo le sponde di una specie di cesso chimico gigante. Per risolvere il problema della qualità dell’acqua, bisognava fare le fognature, raccogliere la spazzatura, e ottenere dalle industrie chimiche che seguissero la legge e smettessero di scaricare nottetempo i residui tossici nel fiume. Classico problema ecologico in Brasile: in teoria, la legge basterebbe a garantire la tutela dell’ambiente. Ma d’altra parte, in teoria non c’è differenza tra teoria e pratica, no? Lì, per esempio, in quell’ansa, guarda che schifo. Un cumulo di immondizia coperta da uno strato di schiuma giallognola. Chissà cosa ci hanno buttato. Everton provò a guardare meglio: un divano? Un vecchio mobile?
Quando capì di cosa si trattava, piantò una frenata che lo disarcionò. Constatato che il suo ginocchio era soltanto sbucciato, e che quello che aveva visto era effettivamente quello che aveva visto, Everton compose il 190 e si preparò ad arrivare in ritardo in redazione.
#
© 2026 by Marsilio Editori® s.p.a. in Venezia