“Il giorno in cui le mosche decisero di cacciarci di casa perché davamo loro fastidio, corremmo ai ripari.”
Torna in libreria, a oltre settant’anni dalla pubblicazione, Gente al Babuino di Ugo Moretti (Readerforblind 2026, pp. 296, € 19,00 con prefazione di Giorgio Ghiotti) la raccolta di racconti che ha dato voce alla bohème romana del dopoguerra, prima del miracolo economico e della dolce vita.
Con frasi che fotografano il tempo:
“«Oggi bisognerebbe proprio mangiare», disse Paolo.”
Roma, 1950. Tra via del Babuino, via Margutta e piazza di Spagna si muove una tribù di irregolari, pittori, scrittori, filosofi, attori e sognatori con le loro vite assurde:
“Allora un giorno mi chiamarono d’urgenza al capezzale di una situazione in qualità di sostituto sceneggiatore di un soggetto cinematografico che non riusciva a mantenersi in piedi oltre la seconda inquadratura. Io a quell’epoca lavoravo in cocomeri. Cioè dipingevo cartelli pubblicitari con su fette di cocomero rosse squillanti e un pompiere che li annaffia gridando, per un fumetto che gli esce dall’elmo «Ar foco! Ar foco!»”.
Vivono alla giornata, in alloggi sgangherati, con pasti improvvisati e amori da una notte, ma con dialoghi superlativi:
“«Hai bisogno di soldi?», mi chiese. «Che cosa sono?», gli risposi. «Allora vieni domani in ufficio, con la barba fatta».”
Un tripudio di personaggi intensi e surreali:
“Diceva in giro, da Rosati e altrove, che eravamo dei succhiasangue, dei vampiri, dei vermi di cinematografari che venivano a rubare il fosforo al suo Genio in cambio di mille svergognati biglietti da mille. Lei era anarchica. Vomitava sul denaro. Lei voleva le poesie, voleva la libertà. Quando le prendeva il morbo della poesia scaricava tutti i santi del cielo contro di noi. Era gelosa, autocrate, odiava le altre donne, tutte cretine, tutte brutte, tutte vacche”.
Frequentano caffè e trattorie, litigano e fanno la pace, inseguono il successo e si accontentano di una cena pagata. Ugo Moretti racconta il microcosmo romano di una stagione dall’estetica vorace:
“Tu devi moltiplicarti. Più persone vedono quello che fai, più leggono il tuo messaggio umano e meglio assolvi la tua funzione. Le torri d’avorio sono diventate cessi, e la gente che ci sta dentro puzza. Non si scrive un libro per un solo lettore.”
E poi una confessione che è un manifesto tragico: “Noi siamo onesti perché siamo poveri, mica poveri perché siamo onesti. Non ce ne importerebbe un corno della coscienza immacolata, della fedina penale e di altre sciocchezze, se potessimo avere ogni tanto un bel mucchio di quattrini. Il fatto è che nessuno cerca di corromperci, si è perduta nei crepuscoli della civiltà l’istituzione del sicario intellettuale”.
Ugo Moretti è una perla del Novecento, un testimone dal realismo trasfigurante che in un quartiere storico romano racconta l’arte del popolo. Fatta attraverso e nonostante il popolo. Con il dolore e la spensieratezza di quell’arte estrema e disperata che è la vita.
Carlo Tortarolo
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Dentro un Triangolo, noi Siamo larghi di cuore, noi del Babuino, specie con quelli che vengono da fuori e capitano sui gradini della Trinità con tanta fame, poche valigie e molte aspettative. Ci sentiamo sempre nei doveri di padroni di casa di quelli che, sia per diporto che per bisogno, per pellegrinaggio o per sbaglio vengono a Roma, nella nostra città, varcano quei confini invisibili ma sensibili che la bohème ha tracciato dall’estremo lembo di piazza di Spagna a sud e a nord fino a quel punto preciso di via Flaminia dove sta Menghi, oste e compagnone dove chi mangia non paga e chi paga non mangia perché non lo servono mai.
È una zona vasta, badate: quasi una città nella città. Comprende in sé via del Babuino al completo, con le gallerie d’arte, gli antiquari, il Baretto e una sala da tè tenuta da una russa, piena di gatti pidocchiosi dove non va mai nessuno. Così è facile, entrandoci, trovare la propria ragazza con un amico stretti dietro quei tavoli piccoli coperti da ampie tovaglie bisunte, ideali per fornicare. Ci sono tabaccai, “L’Artistica”, la chiesa ortodossa, una tavola calda e una latteria, e un posto tenuto da svizzeri pallidi e gentili dove trovi ogni cosa in scatole colorate, dall’orzo bulgaro ai semi di mandarino con il candito dentro, cioè Notegen.
Il Babuino è sovrappopolato di belle donne, di donne brutte, di morti di fame, di pittori, scultori, commesse, pederasti, cinematografari, lesbiche e forestieri che siedono in permanenza dentro e fuori i locali. Anzi passeggiano in permanenza, cuciono affari, mostre d’arte, truffe, edizioni, cortometraggi; vendono idee da un milione per cinquecento lire, litigano, pomiciano, passano il tempo, sbafano aperitivi, caffè, sigarette, generi di conforto agli amici. Ogni tanto una bella rissa, nelle strade affluenti, e qualcuno che cambia casa. O qualche ragazza imbottita che va a fare il bebè dall’altra parte della città. O qualcuno che muore, ma troppo di rado.
C’è via Margutta, questa specie di madre nobile, di vedova ridotta all’austerità della menopausa e dai garage, con il grosso della popolazione; modelle, studenti, attrici a un tanto all’ora, scultori e pittori con famiglie un tantino irregolari, gente del cinema. Nell’estate del ’50, al tempo di questa storia, cominciarono a sopraelevare, e strillammo tutti, dai giornali, dai pulpiti eretti con tre sedie nelle osterie, dal podio muffo del Circolo Artistico. Ordini del giorno, mozioni, appelli a Cocciadovo, che era stato eletto sindaco da poco e voleva fare bella figura. C’entrarono di mezzo i giornali, la radio, Fiorenzo lacrimò sulla chitarra dalle ribalte dell’avanspettacolo. Un gran coraggio a chiacchierare, una paura blu di muovere le mani. Le uniche proposte sensate le facemmo noi del Baretto ed eravamo una potenza nascente a responsabilità limitata, e Parisella Monachesi.
Noi dicemmo: Facciamo la guerra a questi qui. Mettono un vetro e glielo spacchiamo a sassate. Tirano su un muro, glielo spalliamo. Lasciano una macchina fuori del cancello, una chiodata nei copertoni. Oppure una bastonata sulla carrozzeria. Occupano a suon di buonuscite uno studio. Bene, ogni notte ci buttiamo dentro dai lucernai una dozzina di gatti inferociti con la valeriana, che sarebbe come la cocaina dei gatti; tagliamo i fili della luce, i cavi del telefono, le condutture dell’acqua, spargiamo il loro pianerottolo di bisogni corporali et idem la loro cassetta delle lettere. Zolfo nelle canne dei loro camini, terrore nei loro cuori: smetteranno sì o no di venire qua i borghesi, i miliardari?
Parisella disse: “Organizziamo uno sciopero di modelle nude, andiamo al Campidoglio in corteo”.
Ebbero paura e non se ne fece niente. E sarebbe stato un bel corteo, tutte le ragazze con Parisella in testa, l’ombelico più celebre della pittura italiana, che sembra un punto interrogativo messo lì nei quadri di suo marito a chiedere se sono un capolavoro o una porcheria. E sarebbe stata una bellissima guerra, su per le terrazze, per i tetti, gli abbaini, con bande di ragazzini e di vegliardi, con la caccia ai gatti e un San Bartolomeo di cinematografari, di affaristi e di meccanici. Invece via Margutta ha preferito mettersi in pensione, coabita da parente povera con milionari disgustosi e avari, o si chiude in spaurita albagia nelle soffitte senza riscaldamento. Il Circolo Artistico traballa, si scardina, e si restaura, ci stanno professori e chierichetti.
Gli artisti vanno a mangiare alla taverna di Colombo, con la fila di fuori, perché è l’unico locale dove non si fa credito. Di modo che uno si sente un signore, si sazia, lascia la mancia ed esce fidanzato con una cilena. È pieno di cilene là dentro, e di ragazze inglesi, svedesi, americane del nord, parigine, attrici dell’Accademia, suonatrici di fisarmonica.
È straordinario quante donne ci si trovino, dalla mezza alle due, così gli uomini fanno a mozzichi per accaparrarsi una seggiola a table ronde.
A via Margutta c’è un sacco di gente che non ci deve stare, ma altrettanta che ci sta benissimo e di cui a malapena lasceremo portar via il cadavere quando creperà, perché preferiremo bruciarlo sul posto tra i torrenti di vino di un’agape, un po’ per celebrare solennemente e un po’ per essere sicuri che non si tratta di morte apparente. Mi viene il dubbio che fra cinquant’anni di tutti questi ben pochi vedranno dall’Empireo il proprio nome segnato sul più scrupoloso manuale di storia dell’arte. Ma chi se ne frega adesso della storia dell’arte? Ce la facciamo noi, ogni giorno, ed è inutile fare ipoteche, previsioni. Ce la facciamo e ce la leggiamo sulle pareti delle gallerie, sulle colonne maligne dei quotidiani, tra i tavoli del Baretto, sui muri delle nostre strade. E tanto peggio per i posteri se non saranno capaci di decifrare come noi le vecchie pietre del Babuino, di via Margutta, di via della Croce.
Via della Croce è l’arteria di lusso, con i neon, le pizzerie, la birra tedesca, il ristorante araldico delle celebrazioni ufficiali, quello di Giovanni, e le pasticcerie, le trattorie alla moda tra cui un postaccio dove non vado più perché il padrone sputa nella minestra dei clienti che gli sono antipatici. C’è il Gelobar, con la macchina automatica per sentire i dischi e piangerci sopra quando uno si sente il cuore carico e non può andare a dirlo a nessuno. Allora si va dentro, si compra un gettone e si preme il tasto di “Douce France”. Ci si appoggia con il gomito sul bancone di zinco e giù sfoghi di lacrime. Com’è bello. Quelli che passano pensano che sei ubriaco e tu non ci rimetti in dignità.
C’è via Mario dei Fiori, con le osterie basse dall’atmosfera piena di fumo, i camerieri tatuati, i pregiudicati, i venditori di lucky, i macrò. Da una di queste osterie mi buttarono fuori una sera tenendomi per la collottola e per il fondo dei pantaloni, come nei film americani, il che mi insegnò a mettermi con le spalle al muro prima di iniziare una discussione. Vicino c’è l’altro locale di Giorgio, che Toni ha istoriato a tempera, con scene di banchetti e tutti i nostri nomi e cognomi, perché il padrone era un ambizioso e voleva gareggiare con Giovanni, quello degli “Amici” dove vanno i ministri e i divi e Carlo Levi. Toni, per fargli fare bella figura, ci mise in mezzo Benedetto Croce, così per l’inaugurazione toccò portarci un vecchio portiere rimbambito. Lo mettemmo a capotavola e dai a chiamarlo “Don Benedetto” esternandogli i segni della più gran deferenza. Quello beveva con le guance nel bicchiere, stringeva la mano a tutti. Per l’avvenimento portammo anche un fotografo e pubblicammo su un giornale che tira ottanta copie l’annuncio di Croce a via Mario dei Fiori, nella celebre trattoria di Giorgio.
Vicino ci sono i postriboli e quindi un gran traffico di soldati la sera, e al mattino qualche puttana che esce in vestaglia per comprare il latte.
Poi nella zona c’è via Borgognona, l’osteria del Cane Morto, frequentata da giornalai ed elettricisti intellettuali; via dei Greci dove una volta c’era Peppino affettuosamente chiamato lo Zozzone, e adesso c’è ancora, ma non è più lo stesso, così lo chiamiamo Peppino oppure non lo chiamiamo proprio e andiamo da un’altra parte. C’è via delle Carrozze, dove Turcato ha fatto gli ultimi paesaggi figurativi della sua vita e fra poco ci andranno come al museo; c’è via Belsiana dove vendemmo i datteri, via Condotti col vecchio “Greco” con l’ombra piedipiatti di Ovidio, cameriere chierico e poeta, e le vetrine proibite e scintillanti dei gioiellieri e delle pasticcerie oro argento cioccolatini; via Vittoria col teatrino; via Laurina, dominio astrale di Mino Delle Site; via del Vantaggio, feudo dei sette figli della Consolazione. Ognuna di queste strade ha per noi un significato, migliaia di ricordi, un portone amico, un aspetto determinato ogni volta diversamente dagli incontri, dalle notti piene di risate, dai debiti, dalle donne con le quali ci siamo passati, stretti, matti d’amore, affamati, una sera della nostra vita. Bisognerà che un giorno ci decidiamo a fare una pianta di questa nostra città, una pianta monumentale e turistica, tipo quelle dell’Italgeo, messa su un quadro o affrescata nel Baretto: con i tipi di spicco, le memorie, i locali da visitare. Dobbiamo farla presto, per poter disegnare in cima al Babuino il baschetto di Tanino Chiurazzi e in fondo la capigliatura biondo-rivoluzione e gli occhi patrizi di Anna Salvatore tra le gonne rosse e l’argento battuto della sua galleria. Bisogna farla presto prima che ci si stanchi il cuore d’amare questa gente e questa città, come in questo momento d’intensa giovinezza.