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Mathias Enard anteprima. Malinconia dei confini. Nord

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Il cielo si copre di sospiri: ogni petto straziato si protende verso le nuvole.

Goethe è il nostro Giove: organizza i cieli.”

È in libreria Malinconia dei confini. Nord di Mathias Enard (Edizioni E/O 2026, 18,00€, pp. 272, traduzione dal francese di Yasmina Mélaouah). Il libro è il primo di una serie: dopo l’autunno a Berlino (Nord), seguiranno l’estate nella penisola iberica (Sud), la primavera nei Balcani (Est) e l’inverno americano (Ovest).

Mathias Enard esce dalla clinica di Beelitz dopo aver fatto visita a una cara amica malata.

Nella notte berlinese autunnale l’autore entra in dialogo con sé stesso:

La strana via di acciaio fra le nuvole, con la sua bellezza inutile, che svettava sopra i lugubri edifici dell’ex sanatorio fra i rami senza foglie dei faggi e il verde nerastro dei pini, elevandosi senza altro scopo che l’esplorazione dei confini estremi, quelli del tempo e della morte, diventava per noi una manifestazione, un’allegoria insieme della nostra potenza e della nostra futilità, dell’inutile energia spesa per una lotta certo persa in partenza e tuttavia feconda, una sfida impari nel limes della disperazione.”

La sua mente esplora tempo, geografia e la nozione di limite:

Gli artisti, i creativi che il mercato immobiliare convocava a Beelitz avrebbero vissuto anche loro, mi sembrava, l’esperienza di quel faccia a faccia con il vuoto. L’arte dei confini, dei limiti. In un luogo del genere non potevano fare altro che interrogarsi sulla propria cancellazione.”

Le frontiere sono perlopiù invisibili. Quasi mai riappaiono le linee del fronte dimenticate. Non vediamo più quelle che passano dentro di noi, non più di quelle che attraversavano un tempo la città; le oltrepassiamo senza neppure accorgercene”.

Dai resoconti dei reduci della Seconda guerra mondiale al fantasma di Voltaire, dalle pazienti del dott. Messmer ai miracoli di San Bernardo di Chiaravalle, l’autore dà voce al suo universo interiore stratificato in un monologo in cui la Storia sedimenta.

Ci racconta lo spazio della frontiera: una linea simbolica, un pensiero che resta.

Carlo Tortarolo

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Mentre quasi arrivavo alla libreria Büchner, cominciavo a capire che un’indagine sulla letteratura era un’esplorazione dei suoi limiti e del suo potere per me ancora molto vago sull’aldilà, su quel che si agita oltre la frontiera, quel che si intravvede nei territori dell’alterità, dell’immaginario. Come l’ipnosi e l’immaginazione, la fantasmagoria non era tanto una faccenda connessa all’archeologia del cinema o una questione di proiezione e di ottica, ma diventava invece un’allegoria, tra credenza, immagine e realtà, del progetto del raccontare: raccontare significa superare la distanza che ci separa dall’assente; attraverso il linguaggio, nascondere il reale nell’irreale, fare a pezzi il mondo per offrirlo, come il fumo dei cosciotti di capra dei sacrifici achei, a dèi silenziosi: la letteratura è quel fumo, residuo divino che esprime l’assenza, definitiva, di quel che l’ha suscitato. Tutto ciò che entra in letteratura varca i confini del mondo dei fantasmi e, penetrando nell’universo del linguaggio, abbandona la propria spoglia carnale. Il mondo del testo è uno spettro, proiettato da un apprendista illusionista sul pallore delle nostre coscienze. In quanto tale – spettro, fumo – è assolutamente tangibile, ma di una materia altra; né reale né irreale, è metafisico, oltre la sua natura originaria come la chiama Avicenna, e tuttavia emana dalla nostra realtà.

Mentre spingevo, bagnato fradicio, la porta della libreria Büchner cercando goffamente di chiudere l’ombrello, avendo prima evocato Lenz avevo in testa come una canzone triste la Conversazione nella montagna di Paul Celan, e il premio Büchner che questi aveva ricevuto – la Conversazione nella montagna rimandava a Lenz e al duplice aspetto della letteratura, la letteratura contro il linguaggio, la letteratura come spazio fra il linguaggio e il senso, fra l’amore e i rifiutati dell’amore, la letteratura come ciò che esala dalla candela accesa, tra il giglio martagone Türkenbund e le campanule Rapunzel, tra i nomi dei fiori e i racconti che li menzionano e pensavo certo la poesia è un mistero all’opera, un giglio che si apre come un turbante turco, ciò che separa il giglio dal turbante turco – sono la stessa cosa, come la campanula è anche il personaggio della fiaba dei fratelli Grimm, Raperonzolo, Rapunzel.

Come la lingua si arricchisce attraversando le tenebre. La parola:

I vocaboli, quando si fanno

Parola?

scrive Heidegger.

Quando essi dicono,

non significano

non designano.*

La Germania è il paese dei racconti crudeli e delle insidie della notte, pensavo lasciando l’ombrello gocciolante nel portaombrelli di plastica ad hoc vicino all’entrata della libreria; il paese delle Märchen e delle frontiere, delle marche, del limiti: quanto chiara mi appariva una volta di più la loro malinconia, mentre guardavo un po’ intontito sui tavoli i libri dalle copertine colorate, osservato a mia volta dalla libraia cui la sgradevole sorpresa di veder piombare un cliente a pochi minuti dalla chiusura, con un tempo così poco ameno, freddo e piovoso, dava un’espressione ben poco amichevole: tutto si confondeva dentro di me, la storia di Rami, l’ictus di E., la visita a Beelitz, i racconti di ipnosi e fantasmagorie, Berlino e, intorno, la pozza scura della marca di Brandeburgo. Che cosa si varcava superando una frontiera? L’ultima volta che avevo visto E. e il marito prima dell’ictus avevamo parlato, come sempre, delle nostre letture, del nostro lavoro, della nostra passione per la varietà dei testi e delle lingue, ed ecco ergersi all’improvviso fra di noi quella che per convenzione chiamavamo “la realtà”, ma che in verità era solo un momento del corpo (l’ictus, il cervello, la malattia): era spuntata una roccia altissima; proiettava un’ombra glaciale.

*Wann werden Wörter / Worte? / Wenn sie sagen, / nicht bedeuten, / nicht bezeichnen.

Estratto dalla poesia Vorwort (prefazione, sembrerebbe, alla poesia Todtnauberg di Paul Celan) pubblicata dopo la morte di Martin Heidegger. La sintesi più esaustiva sull’incontro fra Celan e Heidegger e sulla frontiera che lì si apre, o sulle tenebre che lì si concentrano, è probabilmente quella del sommo heideggeriano Hadrien France-Lanord. Tuttavia occorre forse, in queste paludi così oscure, in questi sentieri nel bosco, farsi luce con la fiaccola ermeneutica del compianto Jean Bollack.

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