Il cespuglio rotola lungo le strade, il cespuglio vola sull’altopiano bianco del Carso, il cespuglio si incastra nelle turbine delle navi, più giù, nelle profondità marine… fin qui tutto bene, si direbbe, ma quando il cespuglio in questione si mette pure a discutere di aneddoti e storie assurde con investigatori eccentrici e filosofeggiare, dalla matematica, alla geometria, alla natura degli elementi, con più lungimiranza di molti bipedi incontrati lungo il cammino, be’, capirete bene che le cose si fanno alquanto interessanti.
«E poi, quando non se ne può più e ciò che resta del tronco è un palo, poi un palo più sottile, un lungo bastoncino, un filo di legno e a ogni giro scivola via prima dal visibile a occhio nudo, poi dal visibile a occhio vestito, poi dall’immaginabile e ancora oltre, resta questo pensiero di qualcosa che sta comunque sotto la superficie e ruota solidale a essa e contiene qualcosa sotto di lei che ruota solidale e lei e a quella sopra e a quella sotto e già così faceva all’inizio, quando tutto era un tronco e la pialla non si era ancora presentata.»
A volte basta cambiare il punto di vista delle cose, per dare nuova linfa a ciò che potrebbe apparire scontato. È una delle prime cose che insegnano ai corsi di scrittura creativa e forse non è un caso, dato che l’autore di questo libretto leggero come una piuma e denso quanto un panetto di burro, sia un docente di una delle più rinomate in territorio nostrano.
Con Il cespuglio, Dario Voltolini torna a una forma narrativa breve e concentrata che sembra sottrarsi alle leggi ordinarie del romanzo per avvicinarsi piuttosto alla parabola, o a una sorta di racconto allegorico in movimento. Lo fa per la nuova uscita di Aboca, ne Il bosco degli scrittori, una collana che si reinventa a ogni pubblicazione, invogliando chi legge a scoprire stili e visioni sempre diverse, mai banali, incontenibili e imprevedibili quanto le piante da cui prendono vita le loro storie.
«Io sono: cespuglio scheletrico, macilento e ingranchito per l’immobilità patita in questa traversata cieca. Ecco che vengono a svuotare questa catacomba, fanno rumore, i cardini gemono, si passano ordini secchi a voce alta, carrucole e ganci si mettono in moto là sopra sulla terraferma, qui sotto spostano cose, sollevano, agganciano.»
Il protagonista-narratore l’abbiamo detto in apertura è, letteralmente, un cespuglio che rotola sospinto dal vento attraverso paesaggi estremi: deserti, isole, rocce, città abbandonate, persino le profondità dell’oceano per poi arrivare nelle ultime battute… meglio non svelare altro. Tale scelta, che potrebbe apparire eccentrica o persino manieristica, si rivela invece il fulcro più riuscito del libro: il punto di vista “vegetale” consente una distanza radicale dall’umano, e proprio per questo una sua osservazione più nitida, quasi crudele, cinicamente scaltra. Il cespuglio diventa testimone di violenze, segreti e residui di civiltà, assumendo il ruolo di coscienza errante del mondo. La sua missione (e ossessione) è semplice: spargere i semi dei suoi arbusti in un posto degno di accoglierli.
Il romanzo è costruito su una dinamica di continuo spostamento: la narrazione non è separata da capitoli definiti ma sottolineata da frasi o parole chiave poste in spazi separati dal corpo principale del testo, volti a scandire il ritmo di una narrazione che ha il sapore di una danza tribale. Il cespuglio vola, cade, rimbalza, riparte. Questo moto incessante non è solo un espediente narrativo, ma una vera e propria forma del pensiero.
«Voi quindi mi vedete bello e verde, un solido, un volume vegetale, ma se guardate bene io continuo a riformarmi, fino alle mie punte estreme, secondo voi, che invece sono solo l’ultima soglia del visibile e l’inizio di ciò che solo strumentalmente è dato percepire, cioè la continuazione di queste mie forme nello spazio, penetrandolo, sorgendo ancora più sottili da se stesse, sempre ancora, visibili con strumenti, poi sempre meno percepite anche dagli strumenti, in un mio inoltrarmi nella materia di livello in livello, non di metro in metro come procede la talpa meccanica, bensì di dentro in dentro, non so se è chiaro quello che vi sto mostrando.»
La scrittura è psichedelica, scanzonata, colma di riflessioni che lavorano per contrasti. In certi momenti l’impressione è di trovarsi al centro di un dibattito o sotto un cielo notturno travolto da uno spettacolo pirotecnico per poi fluire, dopo pochi versi, nell’intimità di una scrollata di foglie solitaria. Ciò che conta è l’accumulo di visioni e di frammenti che conducono a un crescendo finale dalle tonalità alquanto fantastiche. Ci si ritrova amabilmente disorientati e stremati a incaponirsi di voler seguire la strada (e la trama) di questo indomabile arbusto, meglio dunque arrendersi alla possibilità di trattenere qualcosa, spalancando le dita delle mani lungo la corsa.
Rispetto a opere precedenti come Invernale, qui l’autore estremizza ulteriormente la rarefazione narrativa, spingendosi verso una dimensione astratta seppur strabordante di dettagli e pensieri che attingono dalla concretezza del quotidiano mettendo a nudo l’insensatezza e la brutalità di ciò che vede.
«Il vento che arriva dal vicolo come quei due, o da dietro, o dall’alto, io né posso impollinare né essere impollinata come pianta monoica… e poi, dove va a finire il mio seme?” lo appena mi si cita il vento mi prende una specie di superbia, di senso di superiorità rispetto a tutte queste piante fisse nel terreno, i sicomori che si sentono tanto fichi, i castagni finti umili, Le magnolie che sanno di limonata, tutti quei caffè sputati dalle scimmie o che sperano in qualche bestia che si mangi il seme e vada a cacarlo un po’ lontano, io, che loro tanto snobbano, con quel cicaleccio malvagio da comari di provincia di pianura perennemente frusciato nelle fronde al mio riguardo, io perdio mi muovo, mi sposto!»
Come il buon Lynch sosteneva, a volte perdersi può essere meraviglioso. In un’epoca anestetizzata da narrazioni artificialmente calibrate, composte, imbellettate, ad aggirarsi in questi contorti labirinti di siepi incolte, dove anni addietro devono essersi smarriti anche bizzarri individui come Calvino, o Buzzati, non farebbe strano ritrovare qualche foglia sparsa, o seme, a germogliare, di tal bisbetico groviglio. Chiuso il libro, spazzata la polvere, ritrovata una parvenza di equilibrio, resta la voglia di rincorrere queste voci dislocate, genuinamente inumane e marginali che, solo i narratori che sono anche sognatori, sanno concederci.
Stefano Bonazzi
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Il cespuglio
Dario Voltolini
Aboca Edizioni
15 euro — 112 pagine